Kiddush | Kolòt-Voci

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Pesach: La notte dei sorvegliati speciali

Dalla derashà tenuta nel primo giorno di Pesach 5772 al Bet Hakeneset “Di Castro”, via Balbo, Roma

Gianfranco Di Segni

Quest’anno il primo giorno di Pesach è coinciso con lo Shabbat. La cosa non comporta grandi ripercussioni pratiche, a differenza di quando Pesach inizia il sabato sera. In quel caso, infatti, le complicazioni sono molteplici: la ricerca del chametz, che si fa a lume di candela, non può essere fatta il venerdì sera, perché è Shabbat, e va quindi anticipata al giovedì sera; per lo stesso motivo la bruciatura del chametz non può essere effettuata di Shabbat mattina e si fa invece il venerdì mattina; il Kiddush del sabato mattina ha delle modalità particolari; ecc. Invece, quando Pesach capita di Shabbat, l’unica diversità è l’impossibilità di cucinare il cibo il venerdì sera e una differenza di natura liturgica. Al Bet Hakeneset, infatti, non si recita la berakhà chiamata Me’èyn Shèva’, ossia quella berakhà che si dice dopo la ‘Amidà di ‘Arvit e Yom Hashishì e che include il brano Maghèn avòt bidvarò. Questa berakhà si dice al Bet Hakeneset (non nelle case private) ogni venerdì sera dell’anno, eccetto quando coincide con la prima sera di Pesach. Per capire il motivo di questa differenza, che si aggiunge alle altre differenze “fra questa sera e le altre sere”, dobbiamo prima spiegare qual è l’origine della berakhà Me’èyn Shèva’.

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L’osservanza dalle mizvot in Italia prima della guerra dei sei giorni

Un’articolo dalla Rassegna Mensile di Israel del lontano maggio 1972. Quarant’anni fa l’Italia ebraica sapeva dotarsi di strumenti qualificati per fare il punto della situazione.

Eitan Franco Sabatello

Nel recente passato sono stati presentati anche sulla Rassegna dati sommari sulle caratteristiche demografiche[1] ed economico sociali[2] degli ebrei in Italia nell’epoca contemporanea e con particolare riferimento al 1965[3]. Per questo stesso anno (e dalla stessa fonte), si dispone di abbondanti dati sul comportamento «religioso» della popolazione ebraica in Italia, considerato sotto l’ottica della osservanza di alcune norme della tradizione ebraica.

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Ebrei della legge, ebrei del sentimento, anche a Trieste (2)

Rigidità o flessibilità? Semplicemente rispetto delle regole

Mi fa molto piacere vedere come il nostro mensile sia diventato uno strumento di discussione e di confronto fra gli iscritti, ma, avrei altrettanto piacere che la partecipazione alla vita Comunitaria non sia semplicemente limitata a lanciare critiche che a volte non sono costruttive, come dovrebbero esserlo mentre contribuiscono a creare polemiche che poi non producono assolutamente nulla. Con ciò, credo che la tua esperienza tanto imbarazzante da farti prendere quella “sofferta” decisione di non offrire il Kiddush per festeggiare la tua laurea, sia l’esempio pratico di chi non ha capito lo spirito d’appartenenza ad una Comunità. Essere ebrei non è facile, per noi la Comunità è come la famiglia in cui uno nasce, non si sceglie, la si ama con tutti i difetti. Chi la dirige e amministra e prende decisioni così “rigide” lo fa in buona fede, nell’interesse comune e nel rispetto di tutti anche di quelli che credono che il solo essere ebrei o avere qualche ascendenza dia loro molti diritti e pochi doveri. Per doveri intendo per esempio, il solo partecipare alla vita Comunitaria, contribuire svolgendo qualche piccolo incarico, aiutando qualche istituzione come tanti di noi fanno volontariamente oppure semplicemente frequentando il Tempio per fare il minian. Continua a leggere »