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Il dominio .kosher diventa una battaglia da 17 miliardi di dollari

Rabbini contro rabbini. Una faida digitale che si è giocata virtualmente nel lontano Sudafrica e precisamente a Durban, città che ha ospitato questa settimana (dal 14 al 18 luglio) il meeting internazionale dell’Icaan (Internet Corporation for Assigned Names e Numbers), l’organismo che controlla su scala globale l’assegnazione dei nomi di dominio della grande Rete. La battaglia in questione vale il controllo del suffisso .kosher, termine che rimanda al vocabolo “kosherut”, che nell’accezione comune indica l’idoneità di un cibo ad essere consumato dal popolo ebraico.

Gianni Rusconi

Il punto focale della questione è la seguente: cinque organizzazioni (Orthodox Union, Star-K Kosher Certification, Chicago Rabbinical Council, Kashruth Council of Canada e Kosher Supervision Service, meglio conosciuta come Kof-K) si sono unite per opporsi al solo richiedente del dominio generico di primo livello “dot-kosher”, la Kosher Marketing Assets Llc, puntando l’indice sull’uso non adeguato e a meri fini di lucro di quella che è una tradizione sacra. Le due parti, entrambe attive nel business della certificazione degli alimenti con il “marchio” kosher, sono in disaccordo su come gli utenti del Web potranno trovare questi prodotti in futuro.

La rete bucata

In un delicatissimo intervento Giulio Busi ci spiega che anche sul fronte internet il tanto strombazzato “Ebraismo 2.0” si è rivelato superiore alle nostre modeste forze… o menti.

Giulio Busi

L’idea è nata in sordina a Strasburgo, nel 1996, per soddisfare la curiosità dei turisti in cerca di memorie ebraiche in Alsazia. Il modello era naturalmente quello delle Journées Portes ouvertes, create in Francia già nel 1984: accesso libero ai monumenti, accoglienza e coinvolgimento dei cittadini per condurli “all’interno” della storia. E, nel caso del giudaismo, per rendere familiare – attraverso i luoghi e le testimonianze fisiche, le pietre, i marmi, gli arredi delle sinagoghe – una cultura a un tempo vicinissima e remota.

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Ebraismo duepuntozero? Magari una beta!

Qualche riflessione realistica sulla Giornata della Cultura Ebraica di domenica 4 settembre 2011.

David Piazza

Siamo ormai a ridosso dell’appuntamento annuale della Giornata della Cultura Ebraica che permette a molte piccole Comunità in Italia di avere un guizzo di attività e a quelle più grandi di aprirsi al territorio, spesso una tantum. Quest’anno il tema imposto-proposto dall’organismo europeo responsabile è tra i più ambiziosi mai affrontati dalla Giornata: Ebraismo 2.0* – Dal Talmud a Internet. Ora che sono arrivati, per posta, per email e sulla stampa i programmi organizzati dalle singole Comunità, è possibile già avere una visione d’insieme sulla capacità dell’ebraismo italiano di rispondere a sollecitazioni culturali provenienti dall’esterno.

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Siate geni e non ingenui

I pericoli dell’uso superficiale di Facebook per gli ebrei in rete

Frank Kalonymos

C’era una volta lo spionaggio DOC, quello fatto d’infiltrazioni, travestimenti, delazioni…  Da dopo la Shoah però, in tempi di pace, la raccolta d’informazioni sensibili sugli ebrei da parte di entità ostili, era divenuta un serio problema. I nuovi “aspiranti antisemiti”, fingendosi ebrei o “filo”, dovevano sudare 7 camicie per infiltrarsi tra la gente e raggirare per l’ennesima volta, elementi già schermati da recidive caccie, da vecchi inganni, ormai troppo sospettosi, resi scaltri a suon di persecuzioni e a forza di affinare l’istinto di conservazione (i lenti, gli ingenui e i creduloni, erano ormai già nel vento)…

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JewsNews 4

La rassegna stampa ebraica dal mondo di Kolòt a cura di Ruth Migliara

Come gli ebrei israeliani percepiscono il legame con la Diaspora?

Quando si tratta di riconoscere l’appartenenza spirituale e religiosa al popolo ebraico di chi vive fuori da Israele, tutti sembrano d’accordo. Più del 60% degli intervistati secondo un’indagine del Ministero per gli Affari della Diaspora sostiene il riconoscimento dell’importanza degli ebrei in Galut.

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