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Quel tasso (non lieve) di antisemitismo che proviene dagli illuministi

Antonio Gurrado

Voltaire

Voltaire

Se vi sembra che sia poco coerente col retaggio dei Lumi la tentazione antisemita che sta attraversando la Francia, vuol dire che avete perso un bel pezzo di storia della cultura francese: l’atteggiamento dell’illuminismo nei confronti degli ebrei è stato a dir poco ambiguo e per questo ha infiammato il dibattito nei secoli successivi. E’ un problema che si pose già Heinrich Graetz, forse il più grande storico dell’ebraismo, il quale nel 1868 cercò di giustificare l’avversione mostrata dagli illuministi ascrivendola all’ostilità per il giudaismo come radice del cristianesimo, esacerbata da esperienze non esaltanti di alcuni philosophes con singoli ebrei dell’epoca. Nel 1927 il periodico newyorchese “The Menorah Journal” pubblicò un articolo in cui Herbert Solow individuava le radici dell’antigiudaismo illuministico in un atteggiamento edonistico, parossisticamente antigiansenista, portato alle estreme conseguenze.

Il culmine della diatriba viene inevitabilmente raggiunto con la Seconda guerra mondiale. In pieno regime di Vichy esce a Parigi “Voltaire antijuif” (1942), raccolta di passi ferocemente antiebraici ma accuratamente decontestualizzati il cui curatore è Henri Labroue, deputato radicale convertito all’antisemitismo militante; la pubblicazione gli procura la cattedra di storia del giudaismo alla Sorbona. I postumi sono a lungo termine e arrivano fino allo snodo decisivo del 1968, quando a Parigi l’editore Calmann-Lévy pubblica il terzo volume della monumentale “Storia dell’antisemitismo” di Léon Poliakov, che individua nell’illuminismo un gradino decisivo della progressiva degenerazione che porta a Hitler; mica per niente il volume in questione s’intitola “Da Voltaire a Wagner”. Poliakov scrive da ebreo non credente e questo scetticismo non manca di fargli rinvenire nel corrosivo spirito illuminista tracce “dell’inquieto temperamento ebraico, dell’anima ebraica negatrice ed eterna”. Questo spiegherebbe perché l’apologia degli ebrei scritta nel 1762 (in francese) dall’economista portoghese Isaac de Pinto consistesse in un capolavoro di antigiudaismo: la difesa degli ebrei sefarditi passava paradossalmente per una devastante requisitoria contro gli askenaziti, tacciati dei peggiori e più ritriti stereotipi.

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