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La Shoah non ha alcun significato religioso

CONTROMEMORIA Conversazione tra i professori Yirmiyahu Yovel e Yeshayahu Leibowitz sul significato della shoah. Marzo 1983

Yirmiyahu: Avraham Yehoshua Heshel sostiene che sono tre le questioni fondamentali riguardanti la riflessione della nostra generazione: la shoah, la salvezza e la perplessità della generazione; e aggiunge: «Esse sono l’essenza della Torah, e la nostra generazione le denigra». È d’accordo che la riflessione sulla shoah faccia parte dell’«essenza della Torah»?

Yeshayahu: No. La storia non possiede un significato religioso. Un’azione per avere un significato religioso deve essere compiuta in nome del cielo, e solo da questo punto di vista è possibile attribuire un significato religioso alle azioni storiche sia attive, come la guerra degli asmonei combattuta per la Torah, sia passive, come le sofferenze a causa della Torah nelle persecuzioni del 1096, e dei decreti del 1648, quando sante comunità sacrificarono la propria vita per la santificazione del nome divino: questi avvenimenti hanno un significato religioso.

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Rav Soloveitchik era veramente contro il dialogo ebraico-cristiano?

Un’interpretazione personale del grande maestro

Massimo Giuliani

Senza alcun dubbio, quest’inizio di XXI secolo non esprime molta simpatia per il dialogo o l’incontro interreligioso. Alcuni esempi: a livello mondiale sta prevalendo l’analisi del politologo harvardiano Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà”, e ora anche lo scrittore agnostico Salman Rushdie, forte della sua biografia di perseguitato dall’islam, gli dà ragione strizzando l’occhio ai nuovi profeti dell’agnosticismo, come Richard Dawkins (L’illusione di Dio, Mondadori, Milano 2007), Daniel C. Dennett (Rompere l’incantesimo, Cortina, Milano 2007) e più di recente Jan Assmann (Non avrai altro Dio, Il Mulino, Bologna 2007) per il quale “la religione è il generatore più importante di estraneità e di odio”. A livello italiano, il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti ha categoricamente negato la possibilità che le religioni possano davvero intavolare un dialogo tra loro: “Come si fa infatti a dialogare – si chiede ponendo una domanda retorica – con chi è pregiudizialmente convinto che la propria fede sia l’unica e assoluta verità? (…) Non c’è ebreo, non c’è cristiano, non c’è musulmano che non sia convinto che la propria fede sia la verità. Come fanno gli esponenti di queste religioni a dialogare tra loro?”.

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