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La mia vita con il Talmud canto di pace per la pasqua ebraica

Nathan Englander

La mia vita ormai sta sotto il segno del Talmud. Un amico, conoscendo la mia educazione religiosa, mi ha convinto a intraprendere una nuova traduzione della Haggadah, la storia dell’ Esodo raccontata a uso delle famiglie ebraiche, che viene letta ad alta voce in occasione della cena di Pesach. Non mi sono lasciato convincere facilmente. Da parecchio tempo sono radicalmente e orgogliosamente laico. Ho però una caratteristica in comune coi miei familiari, tutti profondamente osservanti: lo zelo estremo nell’ adempimento di qualunque impegno, una volta preso. «Nata per essere ascetica» è il motto che mia madre si sarebbe fatta tatuare sulla schiena, se fosse stata un tipo da tatuaggi. Lo zelo di mia sorella si esplica in particolare nelle grandi pulizie di Pesach. Durante la settimana santa è obbligatorio rimuovere ogni minima traccia di hametz (termine che sostanzialmente indica tutti i prodotti contenenti lievito). E per lei (con una nidiata di cinque bimbi) questo vuol dire raschiare ogni angolo a oltranza e sterilizzare la cucina a un livello da sala operatoria, pronta per un intervento chirurgico al cervello, o per una matzo-ball soup (brodo con polpettine caratteristiche della cucina ebraica, ndt) a prova di certificato kosher. Se si volesse pulire di più, il grado successivo potrebbe essere uno solo: dar fuoco alla casa.

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Ma quanto poteva essere grande un’oliva?

Non solo di Pesach tutto sembra più caro, ma spesso sembra anche tutto più pesante. Secondo molti Maestri la sera del Seder bisognerebbe mangiare almeno 28 g di matzà per tre volte (Motzì-Matzà, Korèkh e Afikòmen). Un bella impresa. Ma esiste una fonte italiana che va controcorrente.

Qualche considerazione sul “Ka-Zait”

I nostri antenati apparentemente non avevano grandi difficoltà quando dovevano osservare la mitzvà di mangiare matzà. I Maestri hanno stabilito che per uscire d’obbligo bisogna consumare la misura di un’oliva e tutti sapevano cos’era un’oliva.

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