Haggadà | Kolòt-Voci

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Pèsach: Il sangue della salvezza

David Piazza

DavidPiazzaNel Midràsh Mekhiltà troviamo una singolare discussione tra Rabbi Natàn e Rabbì Itzchàk: dove venne apposto il sangue che agli ebrei venne chiesto di dipingere sugli stipiti, alla vigilia dell’uscita dall’Egitto? Rabbì Natàn sosteneva che era stato dipinto all’interno delle abitazioni, mentre Rabbì Itzchàk all’esterno.

Ci accorgeremo di come questo dettaglio abbia implicazioni profonde riguardo al forte messaggio su che cosa consista l’identità di un popolo che vive in minoranza tra altri popoli.

Innanzitutto sappiamo, dal racconto della Haggadà di Pesach, che un angelo inviato appositamente da Dio per punire gli egiziani e per salvare gli ebrei, passò oltre (“pasàch” – da cui uno tra i diversi significati del nome della ricorrenza) le case imbrattate con il sangue, segno che vi abitavano degli ebrei, e colpì invece le altre case, dove risiedevano gli egiziani. Tutti i primogeniti che si trovavano all’interno di quelle case morirono improvvisamente.

Solo a seguire il significato semplice del testo: abbiamo qui un primo segnale di una identità che viene manifestata. Stiamo già per dire che sicuramente il sangue era fuori, se non riflettessimo (e lo hanno già fatto per noi i nostri Maestri) sul fatto che un angelo non ha certo bisogno di “vedere” un segno posto dall’uomo. Lui sa che c’è, anche senza vederlo.

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Perché l’Esodo?

Un capitolo della nuova Haggadà di Pèsach con traduzione, note e commento a cura di rav A. Somekh

Alberto M. Somekh

Perché il S.B. non ha scelto un modo più pacifico per liberare gli Ebrei dall’Egitto? Forse che non avrebbe trovato la forza di convincere il Faraone a lasciarci andare? R. Eli’èzer Ashkenazì “contesta” l’assunto del Talmùd (Nedarìm 32a) e di altri commentatori (Nachmanide) secondo cui la discesa degli Ebrei in Egitto era stata la punizione per trasgressioni commesse da Avrahàm Avìnu. Esistono infatti altri passi nel Midràsh dai quali emerge che la Discesa in Egitto era già stata decisa da Dio in precedenza: quando Avrahàm era sceso in Egitto per la carestia il S.B. gli aveva già detto: «Tzè ukhvòsh et hadèrekh lifnè vanèkha – Va’ e spiana la via ai tuoi figli», (Bereshìt Rabbà 40, 6). Secondo un altro Midràsh (ibid. 5, 5) la rottura del Mar Rosso era già stata pattuita da Dio ai sei giorni della Creazione. Scopo dell’Esodo era lefarsèm Elohutò – rendere nota la forza della Divinità al mondo.

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I denti del figlio lontano

Un commento alla Haggadà di Pesach

Amedeo Spagnoletto

“Con i nostri ragazzi e i nostri vecchi, con i nostri figli e le nostre figlie con le nostri greggi e bestiami andremo perché è festa di Dio per noi” (Esodo 10:9)

C’e’ un brano dell’aggadà molto noto che a mio avviso ha bisogno di un approfondimento. Come si sa, vengono presentate quattro tipologie diverse di figlioli. Il saggio, il malvagio, il semplice e colui che non sa porre domande. Il brano trae spunto da quattro diverse espressioni contenute nella Torà, in tutte e’ affermato il compito di trasmettere alla generazione successiva la memoria dell’uscita dall’Egitto. Continua a leggere »

Gli insegnamenti dell’Haggadà di Pèsach

David Piazza

DavidPiazzaChe cosa possiamo imparare, ebrei e non ebrei, la sera del Sèder, da portarci dietro tutto l’anno?

Lista sintetica senza nessuna garanzia di completezza e senza ordine di importanza. Alcuni insegnamenti sottintendono una conoscenza delle fonti accennate.

1) Si può uscire anche da una situazione apparentemente senza via d’uscita – Vedi il principio “Inizia con la diffamazione e finisce con la lode”: a) Gli ebrei schiavi in Egitto; b) Il popolo ebraico che ai suoi inizi era idolatra. Continua a leggere »

Benedizione fino a non poter più dire: basta

Benedizione fino a non poter piu’ dire: basta – Berakhah ‘ad beli’ day – (dalla Haftarah di Shabbat ha-Gadòl)

Alberto Somekh

Uno dei “numeri” del Seder di Pessach è notoriamente il 14, quante sono in effetti le cerimonie comprese nella Haggadah. Esso corrisponde al valore numerico della parola yad (mano) dell’espressione “con mano forte e braccio disteso” con cui il S.B. ci ha liberato dall’Egitto. Ma corrisponde anche alla parola day alla base dell’espressione dayyenu (ci sarebbe bastato), il ritornello della famosa poesia costituita anch’essa da 14 strofe. Ogni anno si deve ristudiare la Haggadah daccapo e possibilmente trovare in essa nuovi simboli e nuovi significati. Vorrei proporre un confronto fra ciascuna delle 14 parti del Seder e ognuna delle 14 strofe del Dayyenu. Il parallelismo ci farà scoprire considerazioni interessanti. Continua a leggere »

Pèsach: la trama nascosta

David Piazza

DavidPiazzaEsiste un’affermazione dei nostri Maestri che ci lascia stupiti: “Per merito delle donne virtuose il popolo ebraico si salvò dall’Egitto“. Tutto potremmo dire delle vicende della schiavitù egiziana, delle piaghe, dell’uscita dalla schiavitù meno che il ruolo femminile sia così evidente. Se si fa eccezione di qualche breve cenno su oscure manovre delle levatrici e della sorella di Moshè – il protagonista assoluto – potremmo benissimo dire che l’affresco storico fondante del popolo ebraico sia affidato agli uomini; al massimo all’azione corale, collettiva.

Eppure diversi midrashìm aprono squarci inediti su una diversa lettura degli eventi. Ne citeremo solo uno, il più emblematico e tenteremo di collegarlo ad un argomento, il calendario, che solo marginalmente sembra toccare la formazione del popolo ebraico.

In uno dei momenti più terribili della shoà egiziana, il faraone ordina l’uccisione dei neonati ebrei maschi. Evidentemente pensa di avere qualche tornaconto dal mantenere in vita le femmine ebree. Basandosi su un versetto che non torna, il midràsh racconta che, a seguito del terribile decreto, gli uomini ebrei decidono di divorziare in massa pur di non generare più carne da macello. Una bambina ebrea, – la sorella di Moshè, secondo il midràsh – decide però di opporsi a questa decisione argomentando nientemeno che di fronte al sinedrio (il Consiglio della comunità d’Egitto): “Voi siete peggio del faraone. Questi infatti ha decretato l’uccisione dei soli figli maschi, mentre voi, con il vostro decreto, avete deciso la morte del popolo ebraico intero!”. Gli uomini capiscono e revocano la decisione, risposando ognuno la propria consorte. Dal secondo matrimonio dei genitori di Miriàm, la saggia bambina, nascerà proprio Moshè, l’uomo che Dio sceglierà per salvare l’intero popolo ebraico.

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La festa dal simbolo plurale

David Piazza

Come tutti abbiamo imparato alle elementari la festa di Pèsach ha anche altri due nomi: Chag hamatzòt (festa delle matzòt) e Chag haaviv (festa della primavera). Ci soffermeremo sul primo: perché mai Pèsach viene chiamato festa delle matzòt e non festa della matzà? Come mai il simbolo di questa festa è al plurale? Una prima spiegazione possiamo trovarla nella Torà, quando per questa festa viene comandato di mangiare appunto matzòt (Es. 13, 6). Già, e perché la Torà parla della matzà al plurale? Continua a leggere »