Gianfranco Di Segni | Kolòt-Voci

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Sì, ma non credente di quale religione?

Un rabbino riflette sul significato di laicità ebraica. Osservanti miscredenti e laici devoti.

Gianfranco Di Segni

Va di moda l’ebraismo laico, almeno in Italia. In contemporanea sono appena usciti due testi sull’argomento, quello di Irene Kajon, intitolato Ebraismo laico, La sua storia e il suo senso oggi (Cittadella ed.), e quello di Stefano Levi Della Torre, Laicità, grazie a Dio! (Einaudi), simili anche nelle dimensioni. Se nel primo caso la matrice ebraica è evidente già dal titolo, per il secondo basta andare alla quarta di copertina. Tutto ciò, ovviamente, per i pochi che non conoscano già Levi Della Torre (LDT), che d’altronde esplicita nelle prime pagine di “essere un ebreo laico e non credente”. E subito dopo riporta questo breve, geniale dialogo attribuito a Vicky Franzinetti (coautore con LDT e J. Bali de Il forno di Akhnai, Giuntina): “Di che religione sei?” “Ma io non sono credente!” “Sì, ma non credente di quale religione?”.

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Pesach: La notte dei sorvegliati speciali

Dalla derashà tenuta nel primo giorno di Pesach 5772 al Bet Hakeneset “Di Castro”, via Balbo, Roma

Gianfranco Di Segni

Quest’anno il primo giorno di Pesach è coinciso con lo Shabbat. La cosa non comporta grandi ripercussioni pratiche, a differenza di quando Pesach inizia il sabato sera. In quel caso, infatti, le complicazioni sono molteplici: la ricerca del chametz, che si fa a lume di candela, non può essere fatta il venerdì sera, perché è Shabbat, e va quindi anticipata al giovedì sera; per lo stesso motivo la bruciatura del chametz non può essere effettuata di Shabbat mattina e si fa invece il venerdì mattina; il Kiddush del sabato mattina ha delle modalità particolari; ecc. Invece, quando Pesach capita di Shabbat, l’unica diversità è l’impossibilità di cucinare il cibo il venerdì sera e una differenza di natura liturgica. Al Bet Hakeneset, infatti, non si recita la berakhà chiamata Me’èyn Shèva’, ossia quella berakhà che si dice dopo la ‘Amidà di ‘Arvit e Yom Hashishì e che include il brano Maghèn avòt bidvarò. Questa berakhà si dice al Bet Hakeneset (non nelle case private) ogni venerdì sera dell’anno, eccetto quando coincide con la prima sera di Pesach. Per capire il motivo di questa differenza, che si aggiunge alle altre differenze “fra questa sera e le altre sere”, dobbiamo prima spiegare qual è l’origine della berakhà Me’èyn Shèva’.

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Charedim. Pronunciarli e capirli

Dalla rubrica “Parole”, Pagine Ebraiche, aprile 2012

Gianfranco Di Segni

La tzeniut, di cui abbiamo parlato il mese scorso, è una virtù ebraica valevole in tutti i tempi e luoghi, ma è particolarmente coltivata presso i charedim, coloro che nel linguaggio giornalistico (non solo italiano) sono definiti come ultra-ortodossi. Una premessa sulla traslitterazione: il ch iniziale corrisponde alla lettera ebraica chet che si pronuncia come una c molto aspirata (come in Chanukà o in Bach). L’articolo determinativo deve quindi essere i (e non gli). Molti, soprattutto fra gli anglofoni e i francofoni, usano traslitterare la parola con haredim; infatti, il ch potrebbe essere pronunciato come in Chicago o in Chagall (forse qualcuno si ricorda un film di Woody Allen, in cui un rabbino di nome Chaim partecipa a una trasmissione televisiva e viene presentato come Ciaim, con suo grande imbarazzo). In italiano, però, l’acca è muta e il risultato è che molti pronunciano haredim come se fosse scritto aredim, anteponendo l’articolo gli invece che i (lo stesso succede per chasidim/hasidim, una parola che affronteremo prossimamente).

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Quei rabbini italiani troppo zelanti… dei secoli scorsi

Ancora qualche richiamo per la memoria corta in tema di carne kashèr

Gianfranco Di Segni

Da un po’ di tempo si va ripetendo a ogni piè sospinto che le recenti modifiche in materia di kashrut introdotte da molti rabbini italiani siano un’innovazione, influenzata dall’appiattimento a riti diversi da quello italiano originale. In due recenti lettere (vedi sotto) che ho spedito a Shalom, il mensile della Comunità ebraica di Roma, ho mostrato che le cose non stanno proprio così.

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Il fisico battuto dagli studenti di Talmud

Gianfranco Di Segni

Il titolo della Giornata della cultura ebraica di quest’anno è Ebraismo 2.0: dal Talmud a Internet. Spesso il Talmud è messo in relazione con le discipline scientifiche e l’informatica. Il ragionamento astratto tipico della logica talmudica è considerato simile a quello necessario per apprendere e capire la matematica e la fisica.

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Shavuot: La montagna rovesciata e l’identità ebraica

David Gianfranco Di Segni

Un midrash del Talmud ( Shabbat 88a) racconta che al momento della donazione delle Tavole della Legge D-o sollevò il Monte Sinai sopra le teste di tutto il popolo ebraico e disse loro: “Se accettate la Torà, bene, altrimenti questa sarà la vostra tomba”. Per chi ha sempre pensato che gli ebrei avessero accettato spontaneamente la Torà, questo midrash risulta un po’ duro da recepire, quasi fastidioso.

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Torà e scienza: contro o insieme?

In occasione dell’inizio del corso tenuto da Gianfranco Di Segni su Torà e Scienza, nell’ambito del Programma Revivìm organizzato dalla Comunità ebraica di Milano (prossimo incontro giovedì 10 marzo 2011), vi presentiamo un suo intervento tratto da Alef-Dac, n. 21, 1984.

David Gianfranco Di Segni

Il problema dei rapporti fra Torà e Scienza si è riproposto in questo secolo in maniera ancor più pressante che in passato. Il ruolo dominante che la scienza e la tecnologia svolgono nella nostra vita quotidiana ha inevitabilmente accentuato il confronto fra due visioni del mondo che da secoli vengono considerate, spesso a torto, antitetiche. Motivi di conflitto fra la Torà (o, più generalmente, fra la fede in Dio creatore del mondo e immanente nella storia) e la scienza nascono spesso da un’incomprensione della reale essenza sia della concezione religiosa che di quella scientifica.

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