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La vita in nove vignette

Intervista a Asaf Hanuka

Francesco Giai Via

ko_a_tel_aviv_2_5_small-450x655Artista fra i più significativi della scena israeliana, Asaf Hanuka è approdato nel nostro paese con Ko a tel Aviv, raccolta dei suoi lavori pubblicati settimanalmente sulla rivista Calcalist con il titolo orginale di The Realist. I primi due volumi (uno e due) sono usciti nel 2015 per i tipi di BAO Publishing e un terzo vedrà la luce quest’anno. Sempre BAO ha lanciato durante l’ultima edizione di Lucca Comics & Games Il Divino, volume realizzato a 4 mani da Asaf con il fratello Tomer, illustratore di fama internazionale. Abbiamo intervistato Hanuka, per parlare di autobiografia, politica, codici della comunicazione e tanto altro.

Vorrei iniziare chiedendoti di raccontarci il contesto in cui hai iniziato il lavoro su The realist.

Ho iniziato The Realist sei anni fa. Era un lavoro commissionato dall’editor di una rivista economica israeliana chiamata “Calcalist”. Mi era stato chiesto di realizzare una pagina a fumetti a cadenza settimanale che affrontasse i problemi dell’economia da un punto di vista individuale. A quell’epoca io e mia moglie stavamo cercando un appartamento così stabilimmo che nel fumetto io avrei raccontato, con un taglio autobiografico, la mia personale battaglia col mercato immobiliare. Era la prima volta che disegnavo me stesso come personaggio di una storia ma fu una cosa facile e naturale. Dopo tre mesi di pagine pubblicate ogni settimana incominciai a stufarmi delle questioni finanziarie: volevo raccontare storie su altri argomenti, le relazioni familiari, i problemi politici e sociali e anche ricordi e travagli emotivi.

L’autobiografia è il centro di The Realist. Con i fumetti tu crei un racconto della tua quotidianità dove le pagine diventano una sorta di specchio deformante. Questo è molto interessante non solo per i lettori ma credo anche per te nella misura in cui questo processo diventa una forma di auto-analisi. Chi sono i tuoi riferimenti principali nel genere autobiografico e come lo declini da un punto di vista tanto personale quanto creativo?

È vero che la motivazione che mi spinge a scrivere una storia parte da un problema. Si tratta solitamente di qualcosa che non riesco a risolvere o che fatico a capire. Può essere frustrazione, paura, confusione. Tutti questi sentimenti sono come il primo granello della storia, perché mi forniscono un punto di partenza e un conflitto. Il mio metodo consiste nel mettere questo problema su una “time-line” in forma di fumetto, solitamente di nove vignette. Il mio problema personale diventa una storia di nove vignette e sono in grado di osservarlo da un nuovo punto di vista. Nel cercare di trovare una narrazione in nove vignette devo forzatamente trovare una qualche forma nel caos e fare nuove connessioni fra cose fra di loro scollegate. Ho lavorato come illustratore in ambito commerciale per venti anni (principalmente per “New York Times” e “Wall St. Journal”) e ho dunque una grande esperienza nello spiegare un concetto astratto con il linguaggio dell’illustrazione. Uso questi codici della comunicazione visiva di derivazione commerciale con lo scopo di dire qualcosa di personale. Sento che per me il lavoro su The Realist è un modo per parlare apertamente di argomenti che altrimenti tenderei a nascondere e rimuovere, sono interessato al contrasto creato da argomenti personali duri e i colori felici e divertenti di una storia a fumetti di una pagina. È un modo di raccontare qualcosa di triste in chiave divertente. Concordo sul fatto che si tratti di un processo con un effetto terapeutico, nel senso che mi aiuta a capire cose che solitamente preferirei rimuovere. I miei riferimenti vanno da Robert Crumb a Moebius. Mi piace lo stile dettagliato e divertente di Crumb, il modo in cui rappresenta se stesso nel suo lavoro e il suo coraggio di addentrarsi in zone oscure della sessualità e della spiritualità. Nel lavoro di Moebius ammiro l’integrazione della fantasia nella realtà. Quel suo modo di disegnare una donna bellissima che si trasforma di colpo in un mostro.

Ci sono due contesti principali in The Realist. Il primo è la tua famiglia. Come pensi che il racconto dei vostri problemi, amori, speranze e fallimenti possa influenzare la vostra vita? Ti sei mai censurato su qualche fatto o tema in particolare?

Mia moglie ed io abbiamo avuto dei problemi molto seri qualche anno fa e a un certo punto avevamo anche parlato seriamente di divorzio. Ne ho scritto in un fumetto che è stato pubblicato sul giornale. Ricevetti una chiamata da mia madre, scioccata, che mi chiese “State divorziando????”, così le dissi che doveva leggere il fumetto della settimana successiva per scoprirlo. Questo per dire che in realtà racconto le battaglie quotidiane senza pensarci troppo su. Non mi interessa perdere una parte della mia privacy per una buona storia. Ci sono però dei confini invalicabili: non scriverò mai qualcosa che possa far soffrire un membro della famiglia. Per esempio mio figlio ci rimase molto male perché scrissi una storia su quanto fossi arrabbiato con lui perché non voleva fare i compiti. Non lo feci più e non presenterò mai più in quel modo un conflitto fra me e mio figlio. Alla fine la vita è più importante dell’arte. Continua a leggere »

Will Eisner e la biologia del pregiudizio

Perché nonostante le prove molti credono ancora in menzogne? La risposta di un grande fumettista ebreo

Eleonora Beccari

Will EisnerOggi più che mai il persistere della disinformazione riesce a rendere coriaceo e tenace un mito o un’idea indiscutibilmente documentato come mera menzogna. Già abbiamo visto, in un  precedente articolo, come nonostante diversi  studi abbiano assolutamente smentito il legame fra vaccini e autismo, queste idee continuino a infestare il pensiero quotidiano. Sono miti che non vengono disinnescati dal loro disvelamento, persistono e continuano a circolare. Ma soprattutto anche quando si dimostra inequivocabilmente che si tratta di falsi, le persone rimangono con il dubbio che è stato loro instillato. Questo è un meccanismo che non solo ha creato grandi dispute e insensate opposizioni a livello scientifico, come col sopracitato caso dei vaccini, ma spesso queste “bufale” sono state strumentalizzate con grandi conseguenze sia sociali che umane,  in grandi eventi  che hanno fatto la storia.

A dimostrazione di tutto ciò vogliamo portarvi, come esempi, due capolavori della letteratura a fumetti  che oltre ad aver fatto la storia del genere,  hanno anche affrontato in maniera impeccabile uno dei più terrificanti esempi  di strumentalizzazione della menzogna: la diffamazione della figura dell’ebreo.
Creati dalla mente di Will Eisner, colui che ai più è noto come “il padre della graphic novel”,  “Fagin l’ebreo” ed “Il Complotto” sono  due novelle grafiche nate da uno studio di quella che Eisner stesso definiva come la “biologia del pregiudizio”.

Figlio di ebrei immigrati in America,  dopo aver passato un’intera vita  a convivere con questa sua identità e un’intera carriera ad osservare questi  stereotipi, Eisner  ne fa risalire l’origine ad uno dei più grandi classici della letteratura inglese:  l’“Oliver Twist” di Charles Dickens ed in particolare alla figura del personaggio di Fagin, il ricettatore ebreo.

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A cena dalla regina

A cena dalla ReginaOgni tanto, a casa nostra, aveva luogo la cosiddetta “maialata”. Potremmo definirla un “carnevale culinario”: una cena in cui era lecito qualsiasi sovvertimento e derisione del galateo. O per meglio dire, senza giri di parole, una spaghettata selvaggia in cui le posate erano bandite, concesso solo l’uso delle mani, maglietta inizialmente bianca per tutti… e a seguire i corollari più biechi e animaleschi.

Protagonisti un gruppo di barbari 18enni, capobanda mio fratello maggiore, grandi assenti i poveri genitori, spettatrice non partecipante in quanto declassata a sorella minore, io.

Anni e anni di occhiatacce e rimbrotti di mia mamma nel tentativo di farci rispettare un minimo di regole di buona educazione a tavola, andati in fumo così, in una montagna di spaghetti buttata su un tavolo rosso di fòrmica.

Chissà se Rutu Modan, nota fumettista e illustratrice israeliana, ha trovato ispirazione in simili storie familiari nello scrivere il suo ultimo libro “A cena dalla Regina“, edito in Italia dalla casa editrice Giuntina. Un fumetto per bambini fresco, lineare e, soprattutto, tremendamente divertente.

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Visitare Israele e non (voler) capire

Un libro che sta facendo discutere. Per “Internazionale” è una trappola sionista. Per i sionisti è l’ennesimo testo che si ferma ai pregiudizi. Nostalgia del manicheo Joe Sacco e il suo Palestine, perlomeno è disegnato meglio.

Miriam Camerini

Israele vista con gli occhi di un americano. Potrebbe essere questo il sottotitolo del racconto a fumetti Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) di Sarah Glidden, pubblicato in Italia pochi mesi fa da Rizzoli Lizard. Oppure si potrebbe mettere una bella croce su quel “capire”, o inserirvi a forza un “non”. Non capire Israele in 60 giorni, e nemmeno in 60 anni, di vita nostra o del Paese. Naturalmente, non si tratta di capire Israele, quanto di dipanare alcuni dei nostri intricati sentimenti verso la putativa patria.

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Il primo mutante

Intervista al produttore di X-Men: l’inizio, Bryan Singer e la decisione di inserire la scena della Shoah

Robert Bernocchi

Senza Bryan Singer non ci sarebbe mai stata la serie degli X-Men. Ma forse, non ci sarebbero mai stati tanti altri adattamenti dai fumetti supereroistici. Dieci anni fa, l’arrivo del primo capitolo delle avventure dei mutanti dimostrava che c’era un folto pubblico per questo tipo di prodotti, ma soprattutto che non dovessero per forza essere pellicole per bambini. Per questo, il ritorno di Singer come produttore ha reso felici tutti gli appassionati.

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Da Kafka al pianeta Krypton

Gli autori sono spesso immigrati ebrei. L’ispirazione è la lotta ai soprusi

Matteo Persivale

Da bambino il romanziere Michael Chabon, alle lezioni domenicali di ebraico, cercava di nascondere al maestro la sua «peccaminosa» ossessione per i fumetti dei supereroi. «Non parlavano di fuggire dalla realtà come sosteneva lui – scrisse molti anni dopo Chabon in un’introduzione al suo libro Le avventure di Kavalier e Clay (Rizzoli) che dei fumetti dei supereroi racconta l’epopea gloriosa degli anni ’40 – Parlavano di trasformazione».

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Genesi a Fumetti: esce la versione ebraica di quella di Robert Crumb

Il testo sacro per eccellenza interpretato dalla matita più irriverente del fumetto di protesta americano degli anni Settanta: quella di Robert Crumb

La versione ebraica della sua Genesi a fumetti e’ uscita questa settimana in Israele, dove rischia di scatenare reazioni molto emotive. Il nome di Crumb è uno di quelli che mozzano il fiato: è il genio dei comics underground che spopolavano nel campus di Berkeley negli anni della rivolta studentesca, inesauribile autore di pagine esplicite e allegramente celebrative della triade liberatoria ‘Sesso-Droga-Rock and roll’.

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