Eugenio scalfari | Kolòt-Voci

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Nulla avrebbe senso nell’ebraismo senza il perdono

Il Rabbino capo di Roma risponde ai beceri stereotipi antisemiti contenuti nel dialogo tra il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari e il Papa. Nel suo delirio di onnipotenza e facendo del pessimo giornalismo Scalfari pubblica l’intervento di rav Di Segni solo oggi a fianco di una sua replica. Attendiamo con ansia nei prossimi numeri di Repubblica il “dotto” dialogo col Dalai Lama

Rav Riccardo Di Segni 

Riccardo Di SegniCapita sempre più spesso di incontrare delegazioni ebraiche da tutto il mondo che vengono a Roma per incontrare il papa. C’è una tale presenza di visitatori ebrei in Vaticano che qualche volta penso ironicamente che bisognerebbe anche lì aprire una sinagoga. È anche questo un segno del nuovo clima creato da papa Francesco. Non che prima non ci fossero visite e dialogo con gli ebrei; ma ora si aggiungono altri dati: l’esperienza personale di Bergoglio come amico e collaboratore di alcuni rabbini argentini, il suo carattere e un approccio dottrinale che sembra più aperto. È ancora presto per dire dove questo porterà, ma c’è da parte ebraica ottimismo sul piano teologico, mentre su quello politico (i rapporti con Israele) è tutto da vedere.

In generale le aperture di Francesco, il messaggio pastorale e umano, la carica personale di simpatia e modestia, la volontà riformatrice di strutture considerate invecchiate hanno suscitato approvazione anche entusiastica nel mondo dei fedeli cattolici e fuori da questo. Le chiese si riempiono e i cosiddetti “non credenti” osservano ammirati. Per un osservatore esterno, come può essere un ebreo, sarebbe inopportuno commentare questi fatti occupandosi di affari interni della Chiesa, se nonper quanto riguarda i suoi rapporti con l’ebraismo; ma la rivoluzione di Francesco non si limita al suo mondo, propone questioni universali che investono altre realtà e per questo merita attenzione.

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Memorie di un ebreo laico

Mario Pirani. Ritratto dell’Italia attraverso una vita

Eugenio Scalfari

Mario PiraniQualche tempo fa ho recensito un libro di Alfredo Reichlin intitolato Il midollo del leone superando dentro di me la difficoltà di parlar bene dell’opera d’un caro e vecchio amico. Quel libro, che univa insieme storia politica e vicende personali, era molto piaciuto e l’amicizia non credo abbia fatto ombra all’oggettività del giudizio. Mi accingo ora ad affrontare un compito un poco più arduo: l’autore del libro del quale oggi voglio scrivere, e che si intitola Poteva andare peggio (Mondadori, pagg. 440, euro 20), non è soltanto un amico ma anche un collega che fu tra i fondatori di Repubblica, ci lasciò dopo tre anni, ritornò dopo altri sei e da allora è sempre rimasto con noi. «Ritorno a casa», si intitola l’ultimo capitolo del volume di Mario Pirani; questo giornale è stato dunque la sua casa e a me fa grande piacere sentirglielo dire anche se accentua la difficoltà di recensirlo col dovuto e oggettivo distacco.

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