Elio Toaff | Kolòt-Voci

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Rav Toaff: Una fede profonda ma vivendo in mezzo alla gente

Qedoshim 5775 – Limmud per rav Toaff a Scola Tempio a Gerusalemme

Jacov Di Segni

Jacov Di SegniAll’inizio della Parashà di Qedoshìm è scritto: Il S. parlò a Moshè dicendo: Parla a tutta la comunità dei Figli d’Israele e dì loro: “Siate santi (qedoshim), perché Io, il S. vostro Dio, sono santo (qadosh) (Waiqrà 19: 1-2). Le domande che sorgono su questi primissimi versi sono: in cosa consiste la Qedushà che Dio richiede all’uomo? In cosa differisce dalla Qedushà di Dio, e quale rapporto esiste tra queste due?

Il Midrash, inoltre, riportato da Rashì, aggiunge che questa Parashà fu data da Moshè al popolo “in comunione” (be-haqhèl), poiché la maggior parte delle basi della Torà dipendono da essa (Midràsh Sifrà 19:1). L’insegnamento delle altre mitzwòt da parte di Moshè avveniva infatti in modo diverso: prima Moshè si rivolgeva ai suoi alunni, che poi riferivano la lezione a tutto il popolo. In questo caso, invece, tutto quanto il popolo, uomini, donne e bambini, dovevano riunirsi per ascoltare le parole di Moshè. Ci sono due letture possibili di questo midrash: la prima è che esso si riferisca a tutta quanta la Parashà di Qedoshìm. Sappiamo infatti che in questa Parashà sono ricordate le principali mitzwòt della vita di ogni ebreo: il timore nei confronti dei genitori, il buon comportamento verso il prossimo, l’osservanza dello Shabbàt e delle Feste, i divieti riguardanti l’idolatria e le usanze pagane, le regole del campo, i rapporti sessuali proibiti e molte altre norme fondamentali della vita ebraica. La seconda lettura invece è che il midràsh si riferisca solo ai primi versi della Parashà, ossia al comando di “essere santi”.

Che cosa vuol dire, allora, “essere santi”, e perché è così importante che il popolo impari questa norma congiuntamente?

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Toaff, rabbino ironico, combattivo e pacificatore che deluse i benpensanti

Giulio Meotti

Rav ToaffIl “rabbino più amato” e il “rabbino buono”. E la sua bella faccia, grave e gioiosa, in prima pagina. Ma questo tipo di facile bontà e di unanime accondiscendenza che adesso domina le eulogie, era del tutto estranea a Elio Toaff. Per molte ragioni, il rabbino di Roma deluse i benpensanti. Ironico e combattivo, partigiano uscito vivo da una fossa comune nazista, livornese figlio di ebrei spagnoli cacciati dall’Inquisizione, Toaff era solito dire che due avvenimenti avevano segnato la sua vita: “Le leggi razziali e la creazione d’Israele”.

Dalla parte di Israele Toaff lo fu fin da quando, dopo la Liberazione, a Venezia organizzò l’invio di armi all’Haganà, l’esercito ebraico. E anche quando, durante la guerra del Libano del 2006, in Italia si pubblicavano manifesti sui giornali che equiparavano Tsahal a Marzabotto, Toaff si smarcò dai soliti imboscati e attaccò duro, nonostante i novant’anni: “Una iniziativa antisemita che falsa la storia”.

Non diede mai il fianco a falsi irenismi religiosi, e a domanda su cosa fosse per lui l’ebraismo, Toaff rispondeva: “Noi ebrei vogliamo riportare Dio in terra e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli agli uomini, vogliamo che Dio torni a regnare in terra”. Non proprio una organizzazione non governativa di stampo caritatevole. Aveva una vocazione da pacificatore, che è una cosa diversa dal dialogo. Toaff fu sempre il più misurato nel giudizio su Pio XII, mentre da ogni parte, dagli storici laici come da molti ebrei e da tanti cattolici, si faceva terra bruciata attorno al pontefice. E tenne una posizione di pragmatismo anche durante il processo a Eric Priebke (condanna sì, carcere no). Contro le molte richieste di boicottaggio che arrivarono dagli indignati, Toaff partecipò alla prolusione dell’anno accademico alla Sapienza affidata nel 1992 a Renzo de Felice, la nemesi della storiografia revisionista, a cui pure Toaff non risparmiò critiche sulle Leggi razziali.

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Elio Toaff. Il rabbino che rubò un carro armato

“Ho commesso un solo peccato nella mia vita, ho rubato un carro armato tedesco e l’ho inviato in Palestina”. Così raccontava ridendo nella sua ultima intervista, che il rabbino Elio Toaff rilasciò al giornale Shalom, in occasione del suo 95mo compleanno

Giacomo Kahn

Rav ToaffL’età non lo ha abbattuto ed Elio Toaff, la più fulgida e illustre personalità vivente dell’ebraismo italiano, ha deciso di interrompere un forzato riposo dovuto a due dolorose fratture per concedersi in una lunga intervista a Shalom, in occasione dei suoi 95 anni. Ci accoglie con un grande sorriso, in un salotto tappezzato di simboli e documenti (menoroth, mezzuzzoth, ketubot), di libri, di fotografie (spicca nella libreria quella del rebbe dei Lubavitch Menachem Mendel Schneerson, quasi a voler smentire tutte le dicerie che negli anni lo volevano contrapposto al movimento ortodosso dei Chabad), di stampe antiche fra cui quella del vecchio tempio di Livorno (distrutto dai bombardamenti) posto simbolicamente sull’architrave della porta di ingresso.

Risponde con tranquillità e pacatezza ma soprattutto con grande ironia – doti che gli sono sempre state riconosciute – e non sono mancati momenti di vera e propria ilarità, fin dall’inizio dell’intervista: “Sono onorato che una Fondazione porti il mio nome con l’obiettivo di diffondere la Cultura ebraica, una cultura che a volte però non hanno nemmeno gli stessi ebrei”.
L’ironia di rav Toaff, a volte un vero e proprio disincanto, nasce non solo dalle sue radici toscane, dalle esperienze anche drammatiche vissute (risparmiato sul ciglio della fossa stava per essere fucilato dai nazisti), dalla profonda cultura anche umanistica, ma soprattutto come lui stesso confessa “dall’aver sempre vissuto in mezzo alla gente anche e soprattutto la più umile e la più semplice. Bisogna fare attenzione: a volte i rabbini stanno troppo dietro le cattedre”.
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Elio Toaff, la storia dell’ebraismo italiano

Rav Elio Toaff shalit”a compie oggi 99 anni. Tanti auguri!

Daniele M. Regard

COMUNIT¿ EBRAICA, FESTA PER 95 ANNI RABBINO EMERITO ELIO TOAFF -FOTO 7Era il lontano, lontanissimo 1915, nasce a Livorno Elio Toaff, una delle figure storiche dell’ebraismo italiano. Scampato ai campi di sterminio nazisti, un giovane Toaff entra a far parte della Resistenza combattendo sulle montagne. Nel dopoguerra, dopo una breve esperienza nella comunità di Venezia, nel 1951 diventa rabbino capo di Roma.

Un amore, quello con la comunità romana, che crescerà nel corso del tempo. Nel 2001 decide di lasciare il suo posto a capo del rabbinato romano, in questo mezzo secolo Toaff scrive la storia dell’ebraismo italiano. Tradizionalista, ma riformatore, vicino alla gente, capace di parlare al popolo e sembrare allo stesso tempo un gigante in presenza di presidenti, autorità e Papi. Comunica con il verbo e con il cuore, storico il suo incontro nella sinagoga di Roma con Giovanni Paolo II. Riuscì, in questa come in altre circostanze, ad avvicinare le fedi, a farle dialogare per scrivere insieme un futuro di pace, rispetto e fratellanza.

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L’ebraismo è mio e me lo gestisco io

Una ex-consigliera di Roma reagisce male al duro discorso pronunciato a Roma nel giorno di Kippur da rav Riccardo Di Segni (clicca).

Claudia Fellus

Voglio ringraziare rav Di Segni, per il discorso che ha tenuto al tempio maggiore di Roma il sacro giorno di Kippur. Penso che se vogliamo renderlo proficuo dobbiamo illuminare quelle zone, o quelle ombre che possono suscitare, ancora una volta, travisamenti, dolore e incomprensione (gli intellettuali e la loro spocchia, il loro rapporto con lo Stato di Israele, i bei tempi dei rabbini che tolleravano tutto, l’ebraismo chic e il compromesso penoso e patetico).

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Se rav Toaff viene fotografato di moèd

Dove ripetute minacce di azione legale, l’articolo è stato rimosso su richiesta dell’autore del messaggio originale che su Facebook aveva generato la discussione riportata. Ci scusiamo ovviamente con chiunque si sia sentito a disagio nel vedere pubblicate in forma diversa da Facebook le proprie opinioni. Rimaniamo però tuttavia convinti che pur nel furore della discussione informale e senza limiti che alcuni mezzi offrono, il libero confronto delle idee tra ebrei sia segno della crescita e della maturità raggiunta dalle nostre Comunità.

La conversione (3) Rav Toaff: Meno se ne fanno, meglio è

Continua la pubblicazione a puntate della rivista Alef-Dac dell’agosto del 1987.

A Rav Elio Toaff, presidente del Tribunale Rabbinico della Comunità di Roma, abbiamo rivolto alcune domande sulla conversione. Ecco le sue risposte.

Quante persone vengono nel corso di un anno a chiedere di convertirsi e quante vengono accettate?

Un centinaio. In particolare, donne che vogliono sposarsi con ebrei e, per quanto possa sembrare strano, persone che sono in cerca di lavoro e che sperano di trovarlo nella nostra Comunità. Vengono accettate 2-3 domande all’anno.

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