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Decine di persone sapevano che stavano torturando un ragazzo ebreo francese

Se questo è un ebreo: per non urtare la “sensibilità” della comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un registro basso.

Il caso del Daniel Pearl francese. Al processo contro gli islamisti che hanno torturato e giustiziato Halimi s’è alzato un grido: “Allah vincerà”

Giulio Meotti

“Se questo è un ebreo”, recita il titolo del bellissimo pamphlet di Adrien Barrot. La Francia ha scoperto il sorriso contagioso di Ilan Halimi soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla sembra dire di quell’odio e di quella ferocia durata tre settimane nelle mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth Halimi degli assassini di suo figlio. La madre di Ilan ha pubblicato il diario di quei “24 giorni” (Seuil edizioni). Ieri Ruth è andata in tribunale a guardare la gang musulmana, in un processo che genera angoscia e scandalo in Francia per come il caso è stato trattato fin dall’inizio, da quel tragico febbraio di tre anni fa.

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“Sono ebreo!” Cinque anni fa veniva ucciso Daniel Pearl

“Sono ebreo!” Cinque anni fa veniva ucciso Daniel Pearl

Roma, 20 feb (Velino) – “Sono ebreo”. Con queste parole Daniel Pearl veniva costretto a congedarsi dalla vita, dalla famiglia, dalla moglie e dal figlio che doveva nascere quando venne sequestrato e assassinato. Con queste parole, “sono ebreo, mio padre è ebreo, mia madre è ebrea”, gli islamisti pakistani decollarono Daniel Pearl. È da poco trascorso il quinto anniversario dalla morte del giornalista del Wall Street Journal. Daniel era andato tra Afghanistan e Pakistan a seguire le tracce che portavano a Bin Laden. I fotogrammi della sua morte finirono in mano alla Cnn e ad altre emittenti internazionali pochi giorni dopo l’assassinio, ma prima che il corpo senza testa di Pearl fosse ritrovato.

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