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Con il mitra e il Talmud per non morire sulle strade d’Israele

Fra gli ebrei più odiati del mondo. Viaggio con i coloni a Hebron e Nablus, dove sbagliare una via può costarti la vita. Pionieri incompresi che reggono la sicurezza del paese. A guardia di colline dove le notti sono più lunghe, oscure e feroci. Hanno un messaggio per Obama: ”Israele non farà come la Cecoslovacchia, che per sottostare a Chamberlain alla fine venne divorata da Hitler”.

Giulio Meotti

6166314299_be44266d3cLa “trampeada”, nel Gush Etzion, è piena anche di notte di ragazzi israeliani che fanno l’autostop. Come se non fosse mai successo niente. Come se alle 22.30 del 12 giugno scorso, i loro amici Eyal, Naftali e Gilad non fossero mai saliti a bordo dell’auto-trappola di Hamas e non fossero mai stati uccisi dopo il sequestro e gettati in un campo, come cani. La prima cosa che ti colpisce, entrando nelle colonie israeliane di notte, è il livello di oscurità. Sale vertiginosamente a mano a mano che ti allontani da Gerusalemme. E’ bene non bucare né scendere sotto una certa velocità.

Per capire la “terra incognita” di Israele, gli insediamenti e i suoi abitanti, li abbiamo visitati non come giornalisti, ma come civili israeliani. Con i coloni che ci vivono. Tutto il mondo parla di loro. E da Obama all’Onu, tutti vogliono cacciarli dalle loro case.

Senza il Gush Etzion, su Gerusalemme gli attentati si moltiplicherebbero e i missili pioverebbero come da Gaza su Sderot. “Se esiste una Gerusalemme ebraica, lo dobbiamo ai difensori di Gush Etzion”, diceva il fondatore dello stato David BenGurion. Furono gli abitanti del Gush a fermare l’avanzata della Legione Araba su Gerusalemme nel maggio del 1948. Furono tutti giustiziati dagli arabi dopo essersi arresi.

Visitiamo Carmei Tzur, l’ultimo avamposto del Gush, un insediamento dal paesaggio pastorale, brullo, premoderno, su una collina di pietre e sterpi in mezzo al deserto della Giudea. Ci vive gente colta e religiosa dagli abiti colorati, stile hippie, e amano la terra, i tramonti, i pascoli. L’insediamento nacque in una notte del 1985. Duecento israeliani arrivarono con gli scialli di preghiera, il generatore per la luce elettrica, i mattoni per costruire gli scalini che salgono sulle case mobili, messe ad angolo retto. Chiamarono la comunità col nome della famiglia Tzur, madre e figlio uccisi in un agguato.

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