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Cosa si rischia se la Rai lascia spazio a Gad Lerner e a un islam immaginario

Gad Lerner scrive al Foglio per protestare contro Giulio Meotti e il direttore Cerasa risponde a Gad

Claudio Cerasa

220px-Gad_Lerner_2010_croppedAl direttore – Vorrei potermi compiacere della meticolosità archivistica con cui Giulio Meotti scandaglia da anni il mio lavoro, il mio abbigliamento e perfino la mia residenza. Non fa eccezione il cordiale ritratto che mi ha dedicato ieri sul Foglio (“Lerner maestro di soumission. L’infedele vestito di tweed torna in Rai a rieducarci sull’islam. Come evitare spot ai Fratelli musulmani”).

Se colgo l’occasione e approfitto della sua ospitalità non è per esporre puntuali controdeduzioni che mai scuoterebbero le certezze di Meotti, avendo egli cucito sulla mia persona l’habitus che lo ossessiona: cioè lo stereotipo dell’ebreo che odia se stesso e si offre come tramite per l’invasione del nemico islamico. Le scrivo dunque solo allo scopo di togliermi dalla scarpa un sassolino che m’infastidisce da un paio d’anni. Mi riferisco alle pagine a me dedicate (peraltro in nobilissima compagnia, da Natalia Ginzburg a Primo Levi a Tullia Zevi, per restare solo agli italiani) nel pamphlet “Ebrei contro Israele” di Giulio Meotti dove vengo accusato di voler “dissacrare – cito testualmente – la sofferenza delle migliaia di civili israeliani assassinati dai terroristi suicidi”. Tale intendimento, che non esito a definire odioso, sarebbe comprovato da alcune frasi estrapolate dal mio libro “Scintille”, in cui descrivo il macabro indugiare di tanti servizi televisivi “sulle membra violate dei cadaveri, sulle pozze di sangue, sui feriti che urlano”, manifestando così “una morbosità con cui si celebra il dolore”, “insinuante fino a obnubilare i sensi”.

Il guaio è che, nella circostanza, l’unico obnubilato risulta essere il Meotti medesimo. Chiunque avesse la pazienza di leggere quelle mie pagine, difatti, constaterebbe che esse trattano delle televisioni arabe, e libanesi in particolare, allorquando informano il loro pubblico, con resoconti macabri, su episodi di cosiddetto “martirio”. Ben diverso è il codice deontologico dei media israeliani che mai e poi mai trasmetterebbero immagini del genere. Fuorviato dal suo pregiudizio, Meotti ha quindi letteralmente rovesciato il senso del mio scritto. Mi piace qui ricordare che dopo l’uscita del pamphlet mi telefonò l’ambasciatore d’Israele in Italia per esprimermi solidarietà e prenderne le distanze. Per quanto tardiva, mi preme che questa rettifica venga registrata, anche perché non può considerarsi un semplice qui pro quo. Trattasi solo di una (la più grave per la mia già scarsa onorabilità) fra le tante falsificazioni di Meotti. Ma è rivelatrice di un vero e proprio metodo di lavoro: forse ispirato da Marco Travaglio, Meotti costruisce le sue argomentazioni col taglia e cuci capzioso delle citazioni. Manipola, assembla, omette. Può ricordarsi addirittura una trasmissione Rai di quasi vent’anni fa nel Palasport di Vicenza con centinaia di fedeli musulmani radunati dall’Ucoii (omettendo quel che accadde quando vi calai una gigantografia di Brigitte Bardot in bikini…), ma certo non ricorda la drammatica trasmissione in diretta che feci l’anno successivo da una piazza di Algeri con i parenti delle vittime del jihadismo (quando lui probabilmente non aveva ancora sentito nominare Osama bin Laden).

La denigrazione dell’avversario, quando si è dominati dal pregiudizio ideologico, sollecita forzature che spesso conducono all’esito penoso di prendere fischi per fiaschi. Continua a leggere »