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Il carciofo e l’ebreo, quando mangi la libertà di popoli inquieti

Lidano Grassucci

CarciofiTerra e ferro, i carciofi sanno di terra e ferro. Intensi che il palato pare esserne rapito. Piante strane, piante che amano la terra nera di palude, che se la sposano così tanto, per amore che non nascono da semi, ma dai “cipollitti” si “rigenerano”, rinascono. Araba fenice verde. Sono il segno di questa terra, terra che apparentemente muore nei lunghi inverni, ma poi… poi rinasce a marzo, perché il carciofo non ha il tempo breve del grano ma il tempo lungo della storia.

Il carciofo lo ami se conosci la terra, se ami così tanto la terra da capirne le “radici”, quando gli ebrei fuggendo dalla Spagna vennero qui, nelle paludi pontine e nei paesi della Lepinia, capirono subito il carciofo. Sapeva di Gerusalemme, della terra del ritorno e il popolo più colto del mondo (quello di Giuda) e il popolo più anarchico del mondo (quello lepino) si amarono sul carciofo. I secondi nel farlo venir su con sudore al meglio, i primi facendolo … alla giudia. Piacere di natura, piacere di testa che pensavano a Dio, uno che prima era mille. Nel 1569 Paolo IV ordina di mandar via gli ebrei dai territori ove comandava, eccezione per il ghetto di Roma, e i fratelli maggiori andarono via dalla lepinia, a Roma ma con due fili: i cognomi di dove erano stati e l’amore dei carciofi. Portico d’Ottavia “puzza” di carciofi e sui muri le insegne di negozi: Terracina, Sonnino, Piperno, Sermoneta, Roccasecca, Di Segni. Carciofi e nomi dentro l’idea libera di pensare che “accogliere” è mischiarsi, che se offri in carciofo quello che lo riceve te lo può ridare alla giudia, divino.

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