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L’inclusività che esclude… le mitzvòt

Una risposta all’articolo Mamma, li riformati

Donato Grosser

GrosserL’articolo sul gruppo riformato Beth Hillel di Roma cita il fatto che “Nel mondo, specie negli Stati Uniti esistono invece molti gruppi riformisti che interpretano le norme religiose alla luce dei tempi”. Abitando negli Stati Uniti da oltre 40 anni ho visto i cambiamenti ai quali è stato soggetto il movimento “Reform” nel paese e le relative conseguenze.

Diversi anni fa i “Reform” in America hanno inventato la trasmissione dell’ebraismo per via patrilineare annullando così la mizvà della Torà che è ebreo solo chi è nato da madre ebrea o che si è convertito accettando le mizvot. Decimati dai matrimoni misti che stavano distruggendo le loro comunità, i “rabbini” Reform, decisero di cambiare le regole del gioco. Così oggi questa setta è composta in grande percentuale, e forse addirittura per una maggioranza, da non ebrei.

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Mamma, li riformati!

Antonio Di Gesù (nell’articolo è “Rav Antonio”), è il secondo convertito italiano (ex-ortodosso) che prende la guida di una comunità riformata dopo il milanese Haim Cipriani (Kolòt)

Cecilia Tosi

Bet HillelC’é una sinagoga nuova in città. O meglio: presto ci sarà. Lo promettono gli ebrei di Beth Hillel, un gruppo nato quest’anno a Roma per creare la prima comunità riformata della Capitale. In Italia i riti si svolgono solo in sinagoghe di fede ortodossa, dove le regole dei libri sacri sono vissute come intangibili. Nel mondo, specie negli Usa, esistono invece molti gruppi riformati, che interpretano le norme religiose alla luce dei tempi. Roma non si è mai aperta a questa prospettiva e i luoghi di culto ricadono sotto l’autorità del rabbino capo. Almeno, così è stato finora.

La prima occasione per presentare la nuova comunità al “pubblico” è stato Yom Kippur: in piazza Margana, tra i vicoli del ghetto, si festeggiava il Giorno dell’Espiazione in modo diverso dal solito. «Sono andato ad assistere al rito al mio tempio abituale, poi ho fatto un salto là», racconta Gadiel. «Quando sono arrivato in piazza Margana ho avuto una sensazione positiva, il clima era più informale del solito, i bambini accolti con entusiasmo e non costretti a stare sull’attenti. E poi, ho visto una donna davanti al testo sacro, questa sì che è una novità: di solito alla lettura si alternano solo uomini». Le donne, i bambini, i gay, le coppie miste. Nessuno deve essere messo da parte, secondo la comunità riformista. «Inclusività. Di questo avevamo bisogno», spiega Franca, che si considera pienamente ortodossa ma condivide questa iniziativa. «Qui a Roma una ventata di intransigenza spinge a un’attenzione eccessiva verso i dettagli, al di là della grande tradizione. Una volta ogni comunità ebraica aveva una sua identità legata al territorio, ora la globalizzazione ha omogeneizzato tutto, cristallizzando le norme dell’ortodossia. E l’Italia è l’unico Paese dove l’intesa con lo Stato riduce a una sola le comunità riconosciute».

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