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Malamud insegue gli angeli molesti nei vicoli di Harlem

Elena Loewenthal

Bernard Malamud during visit to Oregon State University. 1970s.«Non so che cosa farà con me un futuro biografo – credo ben poco», scrive Bernard Malamud a un certo punto della vita. E non ha tutti i torti: pochi eventi segnanti, qualche vicissitudine d’amore, matrimonio, tradimento, un pugno di spostamenti qua e là per l’America, un significativo ma tutto sommato banale soggiorno in Italia. Una vita comune, insomma, che compirebbe giusto novant’anni questo ventisei di aprile, iniziata a Brooklyn da due genitori ebrei originari dell’Ucraina e chiusa il 18 marzo del 1986, per un infarto fatale.

Assomiglia, questa vita, a quella di molti dei suoi personaggi: uomini comuni dalla quotidianità insignificante che neanche l’«evento» della narrazione riesce a spezzare. Anche se l’«evento» in questione è un corpacciuto angelo nero eppure ebreo, come capita al sarto Manischewitz ne L’Angelo Levine: più un disturbo e un turbamento che un benefattore cascato dal cielo, questo essere misterioso ed equivoco che lo sventurato sarto si trova a inseguire per le bettole di Harlem.

Bernard Malamud è stato un maestro del racconto. Ha scritto anche molti romanzi, a incominciare da Il fuoriclasse da cui fu tratto un fortunato film con Robert Redford (Il Migliore, 1986), che apre il primo volume dei Meridiani Mondadori dedicato alla scrittore per la cura di Paolo Simonetti, con un saggio introduttivo di Tony Tanner. Non meno indimenticabili sono L’Uomo di Kiev e Il giovane di Bottega (tradotto anche come Il Commesso), presenti anch’essi in questa indispensabile edizione. Ma la vera sua cifra narrativa è sempre stata il racconto: genere, in fondo, quanto mai attuale, perché a voler fa da sfondo, quanto mai attuale, perché a voler fare della contestualizzazione nel presente ad ogni costo vien quasi da dire che le storie di Malamud, quelle che si aprono e chiudono in un pugno di pagine, sono un po’ come dei tweet di un romanzo che c’è e non c’è, un distillato di narrazione. In questo senso, e venendo su un piano di più ragionata storia letteraria, Malamud è stato il precursore di un certo minimalismo che non si rifugia nel racconto ma lo sceglie come priorità assoluta perché meglio di ogni altro genere esprime la modernità e apre orizzonti narrativi. Perché non è un ripiego in mancanza di più larga ispirazione ma il terreno privilegiato di una grande letteratura.

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