Assimilazione | Kolòt-Voci

Tag: Assimilazione

“Il 75% dei figli di matrimonio misto non ha un’educazione ebraica”

Gli ebrei d’Europa stanno morendo. Di laicità e assimilazione. Il rapporto choc dei rabbini: “E’ peggio dell’olocausto”. Intanto da Parigi è boom di partenze per Tel Aviv

Giulio Meotti

Candela spentaRoma. L’occasione era quella del settantesimo anniversario della deportazione e dell’annientamento della comunità ebraica ungherese. Trecento rabbini provenienti da quaranta paesi europei si sono così dati appuntamento a Budapest, sotto l’egida del Rabbinical Center of Europe, e alla presenza dei due rabbini capi d’Israele, l’ashkenazita David Lau e il sefardita Yitzhak Yosef.

Non si è parlato di antisemitismo, di vandalismo, di attacchi nelle strade di Parigi o di Londra, di violenza spicciola e diffusa in tutto il Vecchio continente. No, il principale pericolo per il futuro dell’ebraismo europeo viene da dentro. Si chiama assimilazione. Secolarizzazione. Laicismo. L’assorbimento fatale nella cultura dominante, laicista e multiculturalista europea. Secondo l’agghiacciante rapporto del Rabbinical Center of Europe, l’ottantacinque per cento degli ebrei europei è assimilato e ha contratto matrimoni misti; l’ottanta per cento non partecipa più a riti in sinagoga, neppure per la solennità dello Yom Kippur; il settantacinque per cento dei loro figli non beneficia di una educazione ebraica e il novanta per cento degli studenti ebrei non ha alcun legame con la comunità.

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Chanukkà: Il tempo del nostro essere ebrei

Rav A. A. Locci

Il venticinque di Kislew del 165 a.e.v., è il giorno in cui si concluse la lotta per ristabilire la libertà e l’indipendenza in terra d’Israele. I Seleucidi siriani furono sconfitti dai Maccabei e il Tempio, profanato con statue pagane, fu riconsacrato. Per questo, i maestri stabilirono otto giorni di festa e lode al Signore e l’accensione di lumi, di un apposito candelabro, che rappresentano la diffusione pubblica del “grande miracolo avvenuto lì”. Ma qual è l’essenza di questa ricorrenza? E’ noto che il messaggio precipuo del giorno di Kippur sia la Teshuvà, il ritorno a Dio; che il principio fondamentale della festa di Pesach sia la libertà dalla schiavitù; quello di Shavu‘ot il dono della Torà e quello di Purim la salvezza fisica da un tentativo di sterminio. Quale può essere, allora, l’essenza degli otto giorni di Chanukkàh? La consapevolezza piena della propria identità ebraica è la risposta a questa domanda; e se dovessimo definire il periodo in cui cade questa festa, dovremmo chiamarlo zeman yahadutenutempo del nostro essere ebrei.

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Quei no ebraici che aiutano a crescere

Il Rabbino Capo di Milano replica alla lettera di Stefano Jesurum pubblicata dal Bollettino e che criticava alcune sue decisioni (clicca qui)

Alfonso Arbib

Contrariamente alle mie abitudini interverrò sull’articolo del consigliere Stefano Jesurum. Lo faccio perché alcune delle cose dette mi riguardano direttamente e riguardano più in generale il Rabbinato e il ruolo di un rabbino nella comunità ebraica. Jesurum insiste molto sul concetto di accoglienza e conclude il suo articolo dicendo “vogliamo che i nostri nipoti e i nipoti dei nostri nipoti abbiano la possibilità, domani, di trovare ancora una Comunità ebraica di Milano a cui iscriversi”. Sono perfettamente d’accordo, il problema è come si ottiene questo risultato. Continua a leggere »

Il secolo ebraico e l’assimilazione

Ugo Volli

Com’è potuto accadere che in meno di due secoli, proprio mentre molti ebrei godevano (ovviamente ad eccezione dei luoghi e dei tempi dei pogrom e della Shoah) della maggiore libertà e prosperità della storia, l’ebraismo europeo nel suo complesso sia avvizzito e si sia frantumato come un albero colpito dal fulmine? Decadenza non solo demografica e della pratica religiosa, com’è ovvio, ma anche della sua identità collettiva, della sua produzione autonoma, della sua autoconsapevolezza.

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Unità e identità – Intimazioni e questioni di metodo

Ugo Volli

Mi sembra che la discussione su gli effetti dell’Unità sul mondo ebraico italiano suggerisca ancora una piccola riflessione: di metodo, questa volta. Chi l’ha seguita ha letto due intimazioni a non discutere di certi argomenti perché le parole che venivano usate per descriverle erano sbagliate: David Bidussa se l’è presa con l’uso del termine “identità”, sostenendo a torto che fosse un concetto solo contemporaneo: Anna Foa ha squalificato ogni discussione sull'”assimiliazione”.

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Identità ebraica forte ma attenta ai deboli

Bruto è uomo d’onore. Volli prima viene in soccorso di rav Di Segni, poi lo bacchetta. Ritorna il mito dei “pochi ma buoni”.

Ugo Volli

Il dibattito sugli effetti dell’emancipazione e dell’unità d’Italia sull’ebraismo italiano mi sembra richiedere qualche precisazione. Bisogna innanzitutto sforzarsi di uscire da questioni puramente verbali. Il problema non è certo se l’uscita dai ghetti potesse essere inquadrata a metà dell’Ottocento in termini di identità, di nazione o magari della wittgensteiniana “forma di vita”, ma se noi possiamo comprendere oggi quel che è accaduto, sulla base delle migliori categorie di cui disponiamo, buone o vecchie che siano.

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David Bidussa e l’ossessione identitaria

La piccola polemica nata all’interno della newsletter L’Unione Informa. Sotto trovate il pezzo che l’ha generata

Riccardo Di Segni

Nella discussione sulla partecipazione ebraica al Risorgimento italiano sono stato tra coloro (non molti, in realtà) che hanno messo in evidenza come il processo di integrazione degli ebrei sia spesso proceduto in parallelo con la perdita della loro identità ebraica. Questa analisi non piace a David Bidussa, che privilegia altre interpretazioni (che non sono tanto recenti, già le propose Gramsci a suo tempo con un pensiero famoso).

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