Alessandro Schwed | Kolòt-Voci

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Dagli anni ’50 a Williamson, le mie otto vite ebraiche piene di crateri

Alessandro Schwed

Nei giorni di Gaza, la voce del tg insegue. La cifra dei morti è un tassametro televisivo. La guerra in Iraq era in diretta, quella di Gaza al microscopio. La gente dice: “Proprio voi, che siete scampati alle camere a gas”, a proposito, ma sono esistite o no? Bisogna che si mettano d’accordo, Se gli ebrei, questo Cristo collettivo, non sono stati crocifissi a milioni e le loro ceneri sparse per tutti i cieli, chi è il Dio a cui si riferisce don Williamson: Pinocchio? Questo penso, nella traballante vita, dove ogni giorno è una panzana, e la panzana uno sputo in faccia. Sommersi da Gaza, da Williamson, dalla negazione della Shoah, da quella di Israele, dalla negazione del diritto di essere nazione che opera scelte, dal fatto che la scena su cui si sono accese le luci della riabilitazione lefevriana sia stata quella dei giorni della Memoria; e sommersi dall’accusa successiva di ossessionare il Papa per allontanare il vescovo negazionista, alla fine si vede chi sia il popolo ebraico: una minoranza lillipuziana.

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Se Israele non c’è più

Esce il libro di Alessandro Schwed, futuribile (ma mica poi tanto) romanzo sulla fine dello Stato ebraico. Il primo capitolo di “La scomparsa di Israele” in libreria per Mondadori a partire dal 7 ottobre.

Alessandro Schwed

Caro babbo, come stai? È sera, siedo a un tavolino pieghevole, in una piccola tenda delle Nazioni Unite. Ti scrivo da Israele vuota. Non sono qui per i giornali, sai, ho smesso. Sono qui per conto mio. Mi hanno dato un passaggio gli amici della base Onu di Cipro.

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Essere sempre di sentinella

Alessandro Schwed

Sere fa, in televisione, un film iniziato. Barbe, riccioli, lo shtetl. Mi succede come ogni volta che vedo la gente danzare in circolo, le mani sulle spalle di quelli accanto; ebrei in una strada stretta; persone con un naso come dico io; certi lungagnoni con gli occhiali che sono a casa. Torno al mio golfo. Ma qui dobbiamo essere in Ucraina e la casa è perduta dall’aprile del 1943. Sto al televisore come se mi apprestassi a gustare il brodo di Pessach della mamma, e mi bevo tutto lo shtetl. Una intera scodella di bonomia ebraica. Guardo tutto per non perdere un appuntamento e mi cresce un languore, o un tremito, e non capisco in quale porta mi sto infilando. Infatti, i cosacchi. A cavallo; tra le vie strette. Ubriachi. A folate. Le sciabole verso un orizzonte che non c’è. La gente dello shtetl scappa, che ti dicevo che non poteva durare, le bancarelle rovesciate, lo sai che quelli tornano sempre, i vecchi acciuffati come i topi dal gatto – e adesso che faremo? – Ognuno si nasconde nei buchi che trova, in anfratti, dietro la spazzatura. La morte ebraica viene a caso. Un collo è agganciato a un balcone con sotto un corpo. I piedi scalciano nell’aria. Fatto: la morte. Eppure prima eri vivo. Vorrei sapere come faccio, adesso che la commedia è un dramma. Continua a leggere »

Gli ebrei vittime dei peccati della sinistra

Alessandro Schwed

Nella vita ebraica c’è un vibrare quotidiano che si allunga fino ad oggi ed è l’attenzione alle parole, dato che alcune, specialmente quelle che sembrano normali, possono nascondere insidie. Non sempre è facile cogliere il male delle parole, come con gli striscioni nazisti allo stadio, o nell’evidenza di un corteo di sinistra che brucia le bandiere con la stella di David. Certe locuzioni si presentano mimetizzate dall’uso della lingua, o rese invisibili dall’immane flusso delle informazioni. Continua a leggere »