Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Israele ha un problema con gli etiopi, ma non è l’America

Giovanni Quer

Il ragazzo etiope Solomon Teka ucciso da un ufficiale della polizia a Kiryat Haim, sobborgo nord di Haifa, domenica 29 giugno. Il poliziotto, che non era in servizio, sostiene di esser intervenuto in una rissa tra tre ragazzi, e di aver sparato a terra dopo essersi sentito minacciato. Il proiettile sarebbe rimbalzato e avrebbe colpito Solomon di 19 anni. I testimoni sostengono invece che il poliziotto non sia stato minacciato e che sia intervenuto con la pistola perché si trattava di ragazzi etiopi. La morte di Solomon ha causato una serie di manifestazioni in tutta Israele, che sono sfociate anche in violenza e scontri con la polizia. Il picco delle violenze martedì, con 47 poliziotto feriti e 26 manifestanti. In totale 136 persone arrestate per disturbo dell’ordine pubblico e sommossa. I genitori di Solomon Teka hanno chiesto di interrompere le manifestazioni perché non ci sia altra violenza e al posto delle proteste si è tenuta una cerimonia spontanea in ricordo di Solomon nel luogo dove è stato ucciso. Israele non è l’America. 

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5 Lug 2019 Israele

La vera storia dei soldati con la stella di Davide. A fumetti.

Historica: La Brigata Ebraica, recensione

Luca Tomassini

La Storia, intesa come resoconto degli avvenimenti che hanno segnato l’umanità, è fatta anche di percorsi laterali, di fatti ignoti ai più che tuttavia hanno avuto la loro importanza fondamentale nel costruire il mondo come oggi lo conosciamo. Limitando il campo all’ultimo conflitto mondiale, è stato a lungo sottovalutato l’apporto decisivo fornito dalla cosiddetta “Brigata Ebraica” alla vittoria finale degli Alleati sui Nazifascisti. Questa milizia, fortemente voluta da Winston Churchill, rispose a due necessità: da una parte, l’urgenza di coinvolgere quanti più attori possibili sullo scenario della guerra mondiale in grado di dare filo da torcere ai nazisti; dall’altra, una volta che le notizie circa l’esistenza dei campi di concentramento avevano iniziato a fare il giro del mondo, il bisogno da parte del popolo ebraico di uscire dall’immagine generalmente attribuitogli di “vittime” e di recitare un ruolo proattivo nel conflitto. E il ruolo giocato dalla brigata sarà addirittura decisivo, soprattutto sul fronte italiano.

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4 Lug 2019 Comunità Ebraiche, Shoah

«Esiste un nazionalismo senza sovranismo»

Per la studiosa israeliana la valorizzazione delle origini comuni, sottratta agli estremismi, può essere un collante positivo per riscoprirsi cittadini

Simone Disegni

«Prima gli italiani»; «Débout la France »; «America First». Varianti ungheresi, polacche, catalane, britanniche. Lo spettro del nazionalismo rispunta al centro dell’agenda politica nelle mani di leader sfrontati e reazionari, da far rabbrividire. Ma ne è concepibile una versione liberale? È questa la sfida di Yael “Yuli” Tamir, accademica israeliana, grande allieva di Isaiah Berlin, figura di primo piano della vita politica di Tel Aviv, ex ministro laburista, ora presidente dello Shenkar College. Già cinque lustri fa, nello scenario post- Guerra Fredda del 1993, Tamir aveva proposto il suo concetto di “nazionalismo liberale”. Ora, di fronte alla pressione crescente della minaccia populista l’intellettuale israeliana torna col suo Why Nationalism (Princeton University Press) a spronare i liberali di tutto il mondo: non snobbate l’ideale nazionalista, adeguatamente governato, è una fonte di identificazione popolare e di coesione sociale. 

Conosciamo bene la potenza del nazionalismo come fattore di divisione, esclusione, guerra. Ma in che modo esso può rivelarsi invece una risorsa di fronte all’inaridimento delle fonti della democrazia? «Per stabilizzare il sistema politico bisogna che abbia un significato per la comunità. Perché dobbiamo collaborare? Perché dobbiamo redistribuire le risorse in modo da ripianare le distanze sociali? Se non diamo alle persone una ragione di fondo, ciascuna vorrà andare per la sua strada. Questo è esattamente ciò che è avvenuto negli ultimi 20-30 anni, e possiamo vedere quanto ciò sia stato devastante per l’esistenza stessa di un quadro democratico. Urge ricostruire il principio di solidarietà. Il nazionalismo liberale riconosce che in tutti i tempi questa si è sempre basata su un ethos e su una narrativa comune, che spieghino alle persone la ragione per cui stanno insieme. Certo, ogni volta che si crea un contratto, che si crea un gruppo, qualcuno rimane escluso. Avere un ethos però non significa che dobbiamo rinunciare a prendere in considerazione i diritti e i bisogni di coloro che non sono membri della nazione». 

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3 Lug 2019 Israele

Le conversioni sono solo un pretesto

Con la scusa di “lanciare un dibattito” (guarda un po’, sempre e solo sui rabbini), viene scritto un articolo che attacca su più argomenti e indiscriminatamente tutto il rabbinato italiano. Questa la risposta di rav Somekh che avanza un’ipotesi su che cosa ci sia dietro questi “dibattiti” [MODIFICATO]

Alberto Moshe Somekh

Il recente intervento di rav Pinhas Punturello, direttore degli studi ebraici alla Scuola della Comunità di Madrid, richiede qualche attenzione e riflessione. Tre mi sembrano i punti qualificanti della sua critica al Rabbinato italiano.

Kashrut senza Hekhsher. Rav Punturello lamenta una presunta decisa preferenza dei Rabbini italiani per la kashrut commerciale a scapito dell’attenzione che dovrebbero piuttosto recare alle reali necessità alimentari del pubblico ebraico italiano. Per anni mi sono dedicato a questo secondo settore. Mi sono fatto ricevere a mie spese in vari stabilimenti sollecitando i controlli nell’intento di garantire prodotti base facilmente reperibili in tutta Italia. Ultimamente questo genere di contatti è entrato in crisi: non per indisponibilità del Rabbinato, ma delle ditte stesse. Non essendo interessate alla certificazione ufficiale, ci vogliono probabilmente far capire che non sono neppure disposte a sobbarcarsi il lavoro di verifica da parte nostra senza un tornaconto. Dovremmo a questo punto accontentarci della sola lista degli ingredienti sulle confezioni, rinunciando a controllare linee di produzione e recipienti? No. Se così ci limitassimo a fare finiremmo per incoraggiare il kosherstyle anziché una vera kashrut, degna del suo nome.

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2 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Ritorno a Leopoli

La piccola Parigi dell’Est: prima austroungarica poi polacca, sovietica e oggi ucraina. Negli anni ho visto guerre e tragedie, i paesaggi cambiare. Ma le comunità possono sopravvivere al loro destino

Anne Applebaum

Fu alla fine della calda estate del 1985, durante l’epoca chiamata in seguito “gli anni della stagnazione” sovietica, che vidi per la prima volta la città di Leopoli. Per un giorno e mezzo il mio treno si era diretto verso Leningrado, fermandosi di tanto in tanto in piccole città, ognuna con una triste stazione ferroviaria, un sudicio binario, un chiosco dove si potevano comprare biscotti secchi. Ricordo di aver avvertito quel senso di frustrazione che sempre accompagnava i viaggi in Unione Sovietica. A quell’epoca, gli stranieri venivano relegati in determinate città, su strade speciali e treni riservati. Mentre sorseggiavo il tè, guardavo fuori dal finestrino e desideravo sapere di più di quella piatta e incolta campagna che si estendeva appena oltre i binari. Per me era un territorio proibito, inaccessibile quanto la luna. E poi, piuttosto inaspettatamente, il mio desiderio venne esaudito. Il treno si fermò. Eravamo arrivati nella città di Leopoli, nell’Ucraina sud-occidentale. Un annuncio fu trasmesso a sorpresa. Il treno necessitava di riparazioni e si sarebbe fermato per qualche ora, i passeggeri avevano il permesso di scendere.

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1 Lug 2019 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Shoah

Storia esemplare ed avvincente di una grande famiglia ebraica tedesca

Dal 1875 creò ricchezza e posti di lavoro in Sicilia 

Domenico Cacopardo 

Il fascino delle storie delle famiglie antiche, si è ripresentato di recente con due opere ambientate a Palermo e riguardanti le vicende di due grandi famiglie palermitane, fondate da non palermitani. Mi riesce difficile credere alle coincidenze (diceva il saggio «Le coincidenze sono l’alibi dei bugiardi») e, in particolare in questo caso infatti, diventa impossibile: a distanza di poche settimane, Stefania Auci dà alle stampe «I leoni di Sicilia», prima parte della saga della famiglia Florio, e poco dopo, in maggio, Agata Bazzi pubblica (Mondadori editore, euro 19 ,00) La luce è là, traduzione dal tedesco Lik dör, storia della famiglia Ahrens, il cui capostipite, Albert, si trasferì a Palermo nel 1875, quando i Florio s’erano già ampiamente affermati, Tanto che una delle sue prime visite è dedicata a Ignazio, in quel momento capo della casata calabro-sicula.

C’è tuttavia una profonda differenza tra le due narrazioni e le due narratrici. La prima è ontologica e spinge il lettore a riflettere sulle tragiche giravolte della storia, quelle che si sono riviste nel ‘900 e rispetto alle quali, Bertha, una delle figlie di Albert, dopo la fine della seconda guerra mondiale dice: «Ora sappiamo cosa ci si può aspettare dal futuro», intendendo che una tragedia come quella del 1939-1945, con le sue stragi, può ancora ripetersi. E lo Schicksal, il destino che lo vorrà, se lo vorrà. Manca solo un elemento per capire il senso di queste affermazioni: Albert Ahrens e sua moglie Johanna sono ebrei tedeschi che si naturalizzano italiani e che generano figli italiani, che sposano gentili (cattolici), spesso convertendosi.

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30 Giu 2019 Comunità Ebraiche

Quando i rabbini italiani decisero di non abbracciare la Riforma

Per favorire l’ingresso dei Riformati nell’Ucei è da mesi in atto una campagna di delegittimazione del rabbinato italiano. Qui il Rabbino capo di Roma risponde a chi tenta di riscrivere la Storia

Desidero replicare ad alcune affermazioni di Alberto Cavaglion che ha parlato della bonaccia (metafora dell’immobilismo) in cui si troverebbe da ben più di un secolo il rabbinato italiano. Cavaglion denuncia i rabbini italiani per “La loro scarsa passione per la storia; la scarsa conoscenza che dimostrano per le biografie di coloro che hanno occupato gli stessi incarichi che oggi loro ricoprono”.

Mi spiace deluderlo. Spesso i rabbini italiani sono più storici che rabbini (ne abbiamo avuto esempi illustri nelle cattedre israeliane). Molti (compreso lo scrivente cui dispiace di citarsi) hanno scritto abbondantemente di storia del rabbinato italiano e di recente sono stati pubblicati interi volumi della Rassegna Mensile di Israel sulle biografie più importanti del ‘900, facendo seguito a convegni promossi anche dal Collegio Rabbinico.

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28 Giu 2019 Comunità Ebraiche