Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Rav Arbib: l’educazione è l’unica garanzia di eternità che abbiamo

HaTikwa (D. Zebuloni)

Prima ancora di essere Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, Rav Arbib è un maestro. Un maestro inteso come intendiamo oggi i maestri del Talmud: severi e paterni al punto giusto, dalle parole semplici, prive di alcuna retorica. Un maestro di Halachà (la legge ebraica) e un maestro di Mussar (l’etica ebraica). Un maestro di vita. Ho avuto il privilegio di studiare con Rav Arbib decine e decine di volte, in contesti e periodi diversi. Ricordo con particolare nostalgia i pomeriggi trascorsi con il gruppo del collegio rabbinico, seduti nell’ufficio del Rav intorno alla grande scrivania di legno, a studiare la matrice della sofferenza di Giobbe e la logica risoluta che si cela dietro i trattati della Ghemarà. Oggi torno nello stesso ufficio per intervistarlo, seduto alla stessa scrivania di legno, circondato dagli stessi libri dall’aspetto secolare e con lo stesso desiderio di apprendere.

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5 Ago 2019 Comunità Ebraiche

Dissoluzione ebraica in nome dell’Umanità

Già lo scorso anno era uscito il provocatorio libro “To Heal the World?” (Curare il mondo? – Come la sinistra ebraica erode l’ebraismo e mette in pericolo Israele) facendo il verso al libro di rav Jonathan Sacks dal titolo simile. (Kolòt)

OPINIONI – Niram Ferretti

Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx ritrae nella Questione ebraica del 1844, l’ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell’odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo che verrà. Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all’”oppio” religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l’uomo sarà pienamente Uomo e niente più di quello. E’ la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, L’ebreo non ebreo, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.

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2 Ago 2019 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Israele, Shoah, Torà

Giovani musulmani in visita al Tempio Maggiore di Roma: “Le nostre differenze non ci dividono”

M. Chiara Biagioni

Martedì 30 luglio, l’Unione dei giovani ebrei italiani (Ugei) ha accolto una delegazione di giovani musulmani dell’Istituto Tevere (di nazionalità algerina, turca e albanese) per una visita guidata al Museo ebraico e alla Sinagoga di Roma. Un’occasione per “approfondire la storia e la cultura ebraica e rafforzare il percorso di reciproca conoscenza intrapreso insieme. Con l’augurio di incontrarci ancora e ribadire la centralità del dialogo interreligioso”  

La pace è già realtà nel cuore dei giovani. Ci sono spazi silenziosi nelle città dove l’incontro è possibile e i pregiudizi cadono come foglie al vento perché si combattono con il confronto diretto e la conoscenza reciproca. Ad esserne testimoni sono giovani ebrei e musulmani di Roma. Martedì 30 luglio, l’Unione dei giovani ebrei italiani (Ugei) ha accolto una delegazione di giovani musulmani dell’Istituto Tevere (di nazionalità algerina, turca e albanese) per una visita guidata al Museo ebraico e alla Sinagoga di Roma. I ragazzi musulmani sono entrati nel Tempio Maggiore indossando il copricapo in segno di rispetto. I ragazzi ebrei li hanno accolti prima nel Museo ebraico dove si sono ripercorsi gli anni bui delle leggi raziali e della Shoah, poi in Sinagoga per un momento di “contemplazione e preghiera” ciascuno secondo le proprie tradizioni e nel rispetto del luogo sacro.

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1 Ago 2019 Comunità Ebraiche

Ayelet, la lady di ferro che sfida Netanyahu da destra

Si sprecano gli aggettivi negativi, ma in realtà sfugge a Repubblica l’eccezionalità di una donna laica che guida un partito sionista religioso (Kolòt)

Può il capriccio di una donna cambiare il destino politico di un Paese? Può se la donna in questione si chiama Sara Netanyahu ed è l’influente moglie del primo ministro uscente e candidato da battere alle prossime elezioni politiche israeliane, a settembre. Il veto di Sara, scrive il quotidiano Haaretz, sarebbe stata la causa della porta sbattuta in faccia dal premier alla sua ex braccio destro ed ex ministra della Giustizia Ayelet Shaked, che nelle settimane scorse aveva a più riprese chiesto di essere ammessa nel Likud, il partito di Netanyahu: un “no” tanto fermo che ha spinto Shaked a cercare altri lidi e a diventare una spina nel fianco per il suo ex mentore.

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31 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Eshkol Nevo: ogni libro è un viaggio

HaTikwa (M. Zarfati)

La simmetria dei desideri, Neuland, Nostalgia e Tre piani sono solo alcuni dei titoli degli amatissimi libri di Eshkol Nevo, una delle voci israeliane più autorevoli e interessanti nell’ambito della letteratura contemporanea, dopo Amos Oz e David Grossman.  Nato a Gerusalemme nel 1971, laureato in psicologia, cresciuto tra gli Stati Uniti e Israele, Nevo è oggi scrittore per vocazione e insegnante per passione. Insegna e tiene corsi di letteratura creativa in varie istituti tra cui la scuola Holden di Torino, istituto di cui ci ha raccontato con orgoglio la sua esperienza. Arrivato a Roma in occasione del Festival della Cultura Ebraica, ho avuto modo non solo di poter scambiare qualche parola con lui, ma addirittura di poterci andare a cena e colmare quindi il divario tra Eshkol  scrittore e Eshkol  persona

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29 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Yuval Noah Harari sotto accusa per un libro edulcorato in Russia: parla di post-verità ma la esercita

L’arrogante storico israeliano che non solo spiega il passato ma prevede anche profeticamente il futuro, pizzicato a compiacere il dittatore

Davide Frattini

GERUSALEMME I suoi libri sono stati letti, consigliati, regalati da (tra gli altri) Barack Obama, Bill Gates, Mark Zuckerberg. Sono stati tradotti in 45 lingue e hanno venduto 20 milioni di copie. Un successo globale immerso in quella globalizzazione che Yuval Noah Harari non smette di esaltare. Senza perdere di vista i mercati nazionali con le loro sensibilità, a volte Paesi dove i censori sono suscettibili.

Così il saggista israeliano più conosciuto al mondo sembra aver creato un nuovo motto, oltre a nuove teorie: pensa globale, adatta locale. Se ne sono accorti i giornalisti del sito russo The Insider che hanno messo a confronto l’edizione stampata in caratteri cirillici con quella inglese del suo «21 lezioni per il XXI secolo» (pubblicato in Italia da Bompiani).

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26 Lug 2019 Comunità Ebraiche

«L’esercito dei difensori della lingua»

Un brano tratto dal libro “Dio ha scelto Israele”

Eliezer Ben Yehuda

“Quando si vede un edificio già finito, non si pensa alla fatica impiegata per costruirlo”, ha detto qualcuno. Questo è particolarmente vero per quel particolare edificio che è l’attuale lingua ebraica. Nel suo soggiorno di Parigi Ben Yehuda scrisse un articolo che era un accorato appello per il ritorno degli ebrei in Israele. Non fu facile trovare un giornale disposto a pubblicarlo, ma alla fine la risposta positiva arrivò da una rivista mensile ebraica di Vienna: “Hashahar“, che significa “L’alba”. Nell’articolo, apparso nel 1879 con il titolo “Una questione degna di nota”, si diceva:

«Se è vero che tutti i singoli popoli hanno diritto di difendere la loro nazionalità e proteggersi dall’estinzione, allora anche noi, gli ebrei, dobbiamo avere lo stesso diritto. Perché il nostro destino dovrebbe essere più misero di quello di tutti gli altri? Perché dovremmo soffocare la speranza di un ritorno, la speranza di divenire una nazione nella nostra terra abbandonata, che ancora piange i suoi figli cacciati in terre remote duemila anni fa? Perché non dovremmo seguire l’esempio delle altre nazioni, grandi e piccole, e fare qualche cosa per proteggere il nostro popolo dallo sterminio? Perché non dovremmo sollevarci e guardare al futuro? Perché restiamo con le mani in mano e non facciamo nulla che possa gettare le basi su cui costruire la salvezza del nostro popolo? Se ci importa che il nome di Israele non si cancelli dalla faccia della terra, dobbiamo creare un centro per tutti gli israeliti: un cuore dal quale il sangue scorra lungo le arterie di tutto il corpo e lo richiami a nuova vita. Soltanto il ritorno a Eretz Israel può rispondere a questo scopo. […]
Oggi, come nei tempi antichi, questa è una terra benedetta dove mangeremo il nostro pane senza umiliazioni, una terra fertile cui la natura ha donato gloria e bellezza; una terra che ha solo bisogno di forti mani laboriose per farne il più felice dei paesi. Tutti i turisti che visitano quei luoghi lo dichiarano all’unanimità.
E ora è venuto il tempo per noi – gli ebrei – di fare qualche cosa di costruttivo. Creiamo una società per l’acquisto di terra a Eretz Israel; per comperare tutto quello che occorre per l’agricoltura; per dividere la terra fra gli ebrei che sono già residenti e quelli che desiderano emigrare, e per provvedere fondi per coloro che non possono trovare una sistemazione indipendente.»

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25 Lug 2019 Comunità Ebraiche, Israele