Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

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Un ponte tra spiritualità e materialità

Morashà ha pubblicato il rito italiano secondo l’uso della Comunità di Roma, traslitterato e tradotto

Claudia De Benedetti

Gli amici Mira David Piazza mi hanno donato la prima edizione del volume dedicato a Shabbat del Siddur di rito italiano secondo l’uso della Comunità di Roma con traslitterazione a fianco e traduzione italiana, pubblicato nella collana Sidùr Benè Romi di Morashà: un omaggio che ho molto gradito perché mi ha dato lo spunto per riflettere sul significato che ha per me la tefillà (la preghiera, ndr.).

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Giona. Voler morire per non perdonare il male

Dalla derashà di Yom Kippur 5772 tenuta al Tempio del Centro Culturale della Comunità ebraica di Roma (presso la sede degli Asili)

David Gianfranco Di Segni

Pochi giorni prima di Kippur ho assistito in diretta televisiva all’annuncio della sentenza del processo d’appello per il delitto di Perugia, in cui quattro anni fa fu crudelmente uccisa la ragazza inglese Meredith Kercher. Sentendo che i due imputati erano assolti, ho provato un tale senso di disagio emotivo che quella notte non ho potuto dormire. Mi risuonavano continuamente le parole del pubblico ministero: “Da oggi due assassini in libertà”. I giudici evidentemente hanno giudicato sulla base delle prove esistenti e se queste non erano sufficienti per condannare, non c’era scelta – in uno stato di diritto – se non assolvere. Però, la verità processuale non sempre coincide con la realtà e quelle parole del PM non mi lasciavano in pace. Mi è venuto da pensare che una sensazione simile probabilmente provò a suo tempo il profeta Giona, quando, mandato per annunciare la punizione divina sulla città di Ninive, finì per assistere, con suo grande sconforto, all’assoluzione generale di tutta la popolazione.

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La sessualità e l’ebraismo

La risposta alla depravazione dell’umanità che verrà distrutta dal diluvio è un uomo che nasce circonciso, Noach-Noè

Jonathan Pacifici

E venne a lui la colomba sul far della sera, ed ecco un ramo di ulivo strappato nella sua bocca,e seppe Noach che le acque erano calate dalla terra.” (Genesi VIII,11)

Ed ha detto Rabbì Jermiah ben Elazar: Che significa quanto è scritto ed ecco un ramo di ulivo strappato nella sua bocca? Disse la colomba dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia: Padrone del mondo! Possano essere i miei alimenti amari come lulivo e dipendenti dalla Tua Mano e che non siano dolci come il miele e dipendenti dalle mani di carne e sangue.’” (TB Eruvin 18b)

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Intrigo internazionale in Comunità

Firenze 2011. Anche questo può succedere in una Comunità ebraica italiana. Sommario: Un’iscrizione alla Comunità ebraica dalla procedura davvero singolare. Un efferato caso di cronaca nera. Documenti che appaiono misteriosamente. Non-ebrei che vogliono convertirsi, ma che sono già ebrei.

Sandro Servi

Premessa Poiché il Consiglio della Comunità ebraica di Firenze ha ritenuto di pubblicare, e diffondendo così, coram populo, una “risoluzione” votata a maggioranza contro il sottoscritto, lo stesso sottoscritto si ritiene obbligato a portare a conoscenza di tutti gli interessati i fatti relativi a quella risoluzione: gli iscritti alla Comunità di Firenze e gli altri lettori potranno così rendersi conto direttamente di che cosa si tratta e di chi siano le responsabilità e le colpe.

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L’ebraismo è mio e me lo gestisco io

Una ex-consigliera di Roma reagisce male al duro discorso pronunciato a Roma nel giorno di Kippur da rav Riccardo Di Segni (clicca).

Claudia Fellus

Voglio ringraziare rav Di Segni, per il discorso che ha tenuto al tempio maggiore di Roma il sacro giorno di Kippur. Penso che se vogliamo renderlo proficuo dobbiamo illuminare quelle zone, o quelle ombre che possono suscitare, ancora una volta, travisamenti, dolore e incomprensione (gli intellettuali e la loro spocchia, il loro rapporto con lo Stato di Israele, i bei tempi dei rabbini che tolleravano tutto, l’ebraismo chic e il compromesso penoso e patetico).

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Senza lo studio nessuno cresce, nessuno cambia

ARCHIVIO: I discorsi del 2007 – 2008 – 2009 – 2010


Il testo del discorso dedicato, nel Tempio maggiore di Roma, all’ora di Ne’ilà di questo Kippur 5772 dal rabbino capo della Capitale.

Riccardo Di Segni

Qualche giorno fa Gadi Luzzatto Voghera ha raccontato questa storia su Moked, il giornale online dell’UCEI: “Mi è capitato un anno fa di fare un bel viaggio nella Polonia ebraica e ad Auschwitz con un gruppo di amici padovani, ebrei e non ebrei. Persone colte, che hanno dato vita a un bel dibattito intellettuale […]. L’ultimo giorno siamo stati raggiunti da un nutrito gruppo di ebrei romani, la classica “piazza”, e l’indomani siamo andati insieme a visitare Auschwitz. Bandiere israeliane, hatikva, commozione. Ma anche uno sguardo supponente e, direi, “di superiorità” che si percepiva nei confronti degli amici romani. Una signora di passata militanza comunista mi avvicina e mi chiede lumi: “ma chi sono, ma come si comportano, ma proprio non c’è terreno di confronto”, mi dice. La guardo un po’ stupito e le rispondo: “amica mia, questo è il popolo”, chiedendomi per cosa avesse mai combattuto in questi anni di militanza politica da sinistra.”

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Che vuol dire essere figli per Dio

Alfredo Mordechai Rabello

L’inizio del versetto di Devarim 14:1, suona: “Voi siete dei figli per Hashem vostro D-o” e la Mishnà di Avot vede in questo nome “figli” e nell’aver rivelato che Israel sono figli, un segno dell’amore divino. La lunga storia di Israele non rende facilmente comprensibile questo amore, almeno secondo i parametri in uso presso di noi mortali, ed il problema viene affrontato direttamente nel libro del Profeta Malachì (I, 2-3, nella traduzione di G. Laras): “Io vi ho sempre amati, dice il Signore. E voi dite: Come ci hai mostrato il tuo amore? Esaù è il fratello di Giacobbe, dice il Signore, ed Io ho preferito Giacobbe“.

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