Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Micol De Pas – Quello che so di me, nota di Fabio Prestifilippo

Micol De Pas – Quello che so di me (Lietocolle 2020)

Il titolo di questa interessante silloge sembra un viatico verso quello che l’autrice ci offre di sé, ma in verità è solo un’affabulazione affascinante. Micol De Pas è nata a Milano dove vive e lavora. Giornalista, si occupa di musica e letteratura, passando per l’arte e l’architettura. Ha tre figli, un gatto, una laurea in filosofia, due libri all’attivo da ghostwriter.  La caduta nella noia di ogni lirismo di matrice diaristica non si consuma unicamente nell’immediata risposta a un sé richiestivo; è nella convinzione che il compiacimento della propria trascurabile e dolorosa esistenza possa produrre letteratura di qualità che si manifesta nella sua forma più comune e insopportabile . Il lirismo di matrice pretrarchesca, la bellezza della vita di Emily Dickinson raccontata in versi, una certa insistenza nelle poesie di Carver, ci dimostrano come al di là del godimento solipsistico si possa aprire il tragitto verso la scrittura letteraria, ed è tale quando parte dall’io per giungere al grande Altro. 

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16 Dic 2020 Comunità Ebraiche

L’unicità della Shoah? Certo

Emanuele Calò*

In un recente video apparso sul sito di un importante quotidiano si critica Yad Vashem perché considera giusti soltanto coloro che hanno aiutato gli ebrei durante la Shoah. Ho reperito un articolo di Yehuda Bauer su Haaretz, del 2016, che replica allo storico israeliano Daniel Blatman, il quale (sempre su Haaretz) aveva criticato pesantemente Yad Vashem accusandola di non occuparsi dei genocidi in generale, ma di concentrarsi sul solo genocidio del popolo ebraico. Bauer replicò sostenendo che le critiche di Blatman portano acqua al mulino della destra israeliana e del nazionalismo palestinese. Per Bauer, Blatman rafforzerebbe gli ebrei estremisti di destra quando accusano i loro avversari di considerare identici tutti i genocidi, mentre Bauer non crede che tutti i genocidi possano essere studiati in un’unica soluzione, che comprenda l’Olocausto.

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15 Dic 2020 Comunità Ebraiche

Ecco come gli ebrei sefarditi sono stati costretti ad abbandonare le terre dell’Islam

Quasi un milione hanno lasciato i paesi arabi dove vivevano da sempre, ricorda il presidente degli Amis du Musée du monde séfarade

Giulio Meotti

Dal 2014, in Israele, il 30 novembre è la Giornata annuale di commemorazione dell’esilio dei rifugiati ebrei del mondo arabo. In un periodo in cui, all’Onu e altrove, si parla regolarmente della sorte degli arabi che hanno abbandonato la Palestina in occasione della creazione dello stato di Israele, si parla meno degli ebrei che un tempo vivevano nei paesi mediterranei e orientali, in particolare in Algeria, Iraq, Iran, Libano, Libia, Marocco, Siria, in Tunisia e nello Yemen. Negli anni successivi alla creazione dello stato di Israele e alla decolonizzazione, quasi 900 mila ebrei sono stati costretti ad abbandonare questi paesi dove vivevano da secoli, se no addirittura da millenni, ben prima della conquista musulmana. Molti sono stati privati dei loro beni e vittime di violenze e persecuzioni. Due terzi di questi 90 0mila ebrei si sono rifugiati in Israele, che li ha assimilati rapidamente, dopo un breve passaggio nei campi di accoglienza. Gli altri si sono sparsi nel mondo, soprattutto in Francia, Italia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile.

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14 Dic 2020 Comunità Ebraiche

Gli insegnamenti senza tempo del Gaòn di Vilna

A trecento anni dalla nascita. Il Parlamento lituano ha dichiarato il 2020 “Anno della storia degli ebrei di Lituania e del Gaòn di Vilna ”

Riccardo Di Segni

Tra gli anniversari a cifra tonda di quest’anno c’è anche quello dei trecento anni dalla nascita di rabbi Eliàhu, noto come il Gaòn di Vilna. Noto, beninteso, nel mondo ebraico, che ne celebra la cultura e la dottrina divenute mitiche e proverbiali, molto meno al suo esterno; ma la traccia lasciata da questo personaggio è tale che non se ne dovrebbe ignorare la storia. Già il suo nome merita attenzione: Gaòn significa eccellenza, genio, ed è un termine onorifico abusato e inflazionato (non solo tra gli ebrei, si pensi all’uso del titolo di “ecc.za” in Italia…), ma nel suo caso gli si addice pienamente. Vilna è Vilnius, la capitale della Lituania, paese in cui la multietnicità si esprime con i diversi nomi della stessa città; e gli ebrei preferiscono dire Vilne o Vilna a e non Vilnius, Kovne o Kovno e non Kaunas, come in Yiddish e non nella lingua locale. Vilna è stata una grande capitale intellettuale del mondo ebraico fino a quando la sua comunità è stata spazzata dalla Shoah con la collaborazione dei suoi concittadini; toccò poi ai sovietici la cancellazione finale della cultura ebraica. Oggi Vilna-Vilnius conta pochi ebrei, ma con un desiderio di recupero della memoria, dei pochi edifici storici rimasti, di grandi cimiteri contesi; e almeno ora le autorità lituane si rendono conto dell’importanza di questa memoria tanto da dichiarare il 2020 “Anno della storia degli ebrei di Lituania e del Gaon di Vilna”.

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13 Dic 2020 Comunità Ebraiche

Fake news: Giuseppe venduto dai fratelli!

Parashà di Vayèshev. Oggi in versione breve per chi ha poco tempo e in versione lunga solo per i secchioni

Uno degli episodi più noti, ma meno conosciuti a fondo, è quello della vendita di Giuseppe. I commentatori sono divisi su come si siano svolti i fatti che hanno causato la discesa di Giacobbe e i suoi figli in Egitto con tutte le conseguenze che ciò ha avuto per la storia di Israele. Rileggiamo il passo che parla della vendita (Genesi 37:28) Passarono degli uomini Midianiti commercianti, trascinarono ed elevarono Giuseppe dal pozzo e  vendettero Giuseppe  agli Isameliti per venti (monete di) argento, e portarono Giuseppe in Egitto.

Ci sono due modi di interpretare questa storia: un primo modo è che la vendita sia stata fatta dai fratelli (come dice Rashi e come sostiene l’opinione pubblica) oppure dai Midianiti (come sostengono la maggior parte dei commentatori). La seconda ipotesi ha un maggiore fondamento e la domanda è che differenza c’è se si accetta una posizione o l’altra.

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11 Dic 2020 Comunità Ebraiche

La religione deve illuminare il mondo, non bruciarlo

Inizia oggi la festa di Chanukkà, istituita per ricordare il successo della rivolta dei Maccabei nella guerra contro Seleucide. Per otto giorni, ogni giorno, viene accesa una lampada. Ma è sbagliato considerarla una celebrazione della forza bruta

Riccardo Di Segni*

Immaginiamo una cittadina mediorientale abitata da ebrei, in cui c’è una stradina stretta ma molto trafficata. Sulla stradina si affaccia la bottega di un ebreo. In questa stagione, al tramonto, l’ebreo esce dalla bottega e appende sul muro all’esterno una lampada a olio, accesa perché così si celebrala festa di Chanukkà. L’ebreo rientra nella bottega e passa un cammello carico di paglia che sporge dai due lati del dorso. La paglia struscia il muro, tocca la lampada prende fuoco, scoppia un incendio. La domanda ora è chi paga i danni? Il cammelliere dice al bottegaio: paghi tu perché hai messo un pericolo (una lampada accesa incustodita nella pubblica strada). Il bottegaio si difende e dice: ma io l’ho fatto per un preciso dovere religioso e tutti sanno che in questi giorni è Chanukkà e così la si celebra sei tu che dovevi stare attento. “Se voi foste il giudice”, come si intitola una nota rubrica in un settimanale enigmistico, a chi dareste torto e a chi ragione? La soluzione la troverete alla fine di questa nota e mentre ci pensate, cerchiamo di spiegare che cosa è Chanukkà (si pronuncia con un ch aspirato, come nacht in tedesco e j in spagnolo). Si tratta di una festa che cade a dicembre il giorno 25 del mese di Kislèw, istituita per ricordare un avvenimento storico: il successo della rivolta dei Maccabei nella guerra di liberazione contro il dominatore Seleucida.

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10 Dic 2020 Comunità Ebraiche

Intervista a rav Meni Steinsaltz: “Chiamatemi solo Meni”

David Zebuloni – Bet Magazine Mosaico

Con lo stesso sguardo ironico del padre e la battuta sempre pronta a smorzare i toni solenni, intervistare Rav Meni Steinsaltz a soli pochi mesi dalla scomparsa di Rav Adin Even-Israel Steinsaltz, fa un certo effetto. Così simile e così diverso da lui, Meni sembra capire solo ora l’enormità dell’eredità spirituale lasciatagli dal più grande studioso della nostra epoca.

Neo direttore del Centro Steinsaltz, Meni cerca infatti di dissociarsi in tutti i modi dalla figura di rabbino, tant’è che mi chiede di chiamarlo solo per nome, senza il titolo reverenziale di “Rav”. A proposito del padre, il giovane Steinsaltz racconta di avere avuto con lui un rapporto molto interessante. Un rapporto affascinante per la sua ambivalenza: da un lato il loro legame potrebbe risultare conflittuale per le tante e troppe responsabilità inflittegli alla nascita, dall’altro Meni rivela di nutrire per lui un amore profondo e viscerale, quasi infantile. Interessante anche il suo rapporto con l‘ebraismo italiano. Quando lo contatto per chiedergli l’intervista infatti, Meni risponde entusiasta: “Ma certo. La facciamo adesso? Tra un’ora? Domani? Quando vuoi tu.Qualunque cosa per l’Italia!”.

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9 Dic 2020 Comunità Ebraiche