Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Afula, parco pubblico vietato ai palestinesi

L’articolo è del Manifesto e le fonti sono tutte palestinesi, ma il problema è reale. Si può impedire in uno stato democratico a dei cittadini l’accesso ai servizi su base etnica? E quando l’etnia in discussione è la stessa dei paesi in guerra e che circondano lo stato ebraico?
PS Il Tribunale regionale di Nazareth ha annullato le restrizioni il 14.7.2019

Michele Giorgio 

Domani sarà una domenica decisiva per Adalah. Gli avvocati di questa ong impegnata nella tutela legale della minoranza araba (palestinese) in Israele, spiegheranno ai giudici i motivi della denuncia che hanno presentato contro l’amministrazione comunale di Afula, città ebraica della Galilea che dal 26 giugno vieta ai non residenti di entrare nel parco pubblico della città. Ed è superfluo precisare che i “non residenti” sono i palestinesi che vivono nei villaggi arabi vicini. La presenza dei non residenti, spiegano il sindaco Avi Elkabetz e il suo entourage, limita il «pieno godimento» del bene pubblico da parte dei cittadini di Afula che contribuiscono alla cura del parco attraverso le tasse comunali. Da qui la «necessità» di porre delle restrizioni.

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16 Lug 2019 Islam, Israele

1905: Un convegno per allineare il rabbinato italiano? Meglio di no

Gianfranco Di Segni*

Ho seguito con attenzione e anche con curiosità quello che si è andato via via scrivendo su queste colonne (e pure su colonne meno strutturate) riguardo ai rabbini di oggi. Senza aver nessuna pretesa di ‘fare storia’ né di dare lezioni a nessuno, può essere utile andarsi a leggere i maggiori giornali ebraici di oltre cent’anni fa, il Corriere israelitico (con sede a Trieste, diretto dal rabbino Dante Lattes e da suo cognato Riccardo Curiel) e il Vessillo israelitico (diretto dal rabbino Flaminio Servi a cui succedette il figlio Ferruccio, con sede a Casale Monferrato). Entrambi i giornali (e altri) sono accessibili tramite il sito del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea.

Una questione che animò il rabbinato italiano a fine Ottocento e inizio Novecento fu la proposta di indire un convegno nazionale di tutti i rabbini per risolvere alcuni problemi che sembrava importante affrontare. Non era la prima volta. Era stato già tentato nel 1884, senza successo, su proposta del Rabbino Ghiron tramite le pagine del Vessillo israelitico. La seconda volta, nel febbraio del 1905, l’iniziativa fu promossa dal rabbino di origine triestina Vittorio Castiglioni, da un paio d’anni nominato rabbino capo di Roma, ed era sostenuta principalmente dal Corriere israelitico, forse grazie alla conoscenza diretta che la redazione del giornale triestino aveva con Castiglioni. Lo scopo era sia di far conoscere i Rabbini gli uni con gli altri e far cessare “quell’isolamento austero che oggi si lamenta” sia di arrivare a soluzioni condivise sui diversi problemi in discussione. Si volevano unificare gli usi delle diverse comunità, affinché fosse “tolto lo scandalo che quanto qui è lecito là sia proibito”. Fu aperto un referendum, in cui si chiedeva che ogni rabbino si esprimesse in relazione all’iniziativa e agli argomenti da trattare. Diversi rabbini intervennero.

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15 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Passeggiando per la Toscana ebraica

Sara Valentina Di Palma

Da diversi giorni mi sfuggiva un’amica con cui sto cercando di organizzare un evento conviviale, e quando finalmente mi ha richiamato, a sua parziale ma abbastanza convincente giustificazione ha addotto la motivazione dell’eccessivo lavoro e di diversi impegni familiari e comunitari, di cui mi ha reso edotta per convincermi della sua buona fede, nonché per stuzzicare la mia curiosità e condividere con me pensieri e sensazioni.

Fatto sta che, per una strana combinazione, il caso ha voluto che dopo diversi giorni frenetici di lavoro fuori sede, abbia attraversato nell’arco di un’intera giornata mezza Toscana ed una manciata di realtà ebraiche diverse per composizione ed identità. Così, la sua veloce e caleidoscopica giornata ha suscitato impressioni da approfondire e lasciar sedimentare.
La mattina ha lasciato alcuni dei suoi figli con una nuova tata (non ebrea e rapidamente costretta nei giorni precedenti ad un corso base su alcune regole ed esigenze come: dove trovare le posate di latte; quali tipi di cibo non acquistare assolutamente ai bambini fuori casa; nei casi di incertezza telefonarle prontamente e non cercare di risolvere questioni apparentemente pragmatiche dietro le quali potrebbero insidiarsi problemi halachici – vale a dire, non credere di poter trovare innocuo un dolciume solo perché non è carne, non puoi sapere quali tipi di insidie nasconda un marshmallow non certificato casher).

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12 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Leonard Cohen e Marianne Ihlen. I giorni della gentilezza

Corrado Antonini

Nel settembre del 1960, grazie a un lascito ereditario, Leonard Cohen comprò una casa sull’isola greca di Hydra per 1500 dollari. Sull’isola era giunto qualche mese prima con l’intenzione di dedicarsi alla scrittura, confidando in un clima più mite rispetto al natio Canada e in un cielo meno avverso rispetto alla Londra dov’era sbarcato da poco. Cohen aveva appena compiuto ventisei anni ma era già autore di due raccolte poetiche: Let us compare mythologies, pubblicata nel 1956, e The Spice-Box of Earth, che l’editore di Toronto McLelland & Stewart avrebbe stampato di lì a poco. 

Fra gli anni ’50 e gli anni ’60 l’isola di Hydra era diventata rifugio di artisti provenienti da ogni dove. Vi si potevano incontrare degli australiani (gli scrittori George Johnston e Charmian Clift), degli inglesi (il pittore Anthony Kingsmill), degli scandinavi (lo scrittore norvegese Axel Jensen e il poeta svedese Göran Tunström), degli israeliani (il giornalista Amos Elon) e persino un contingente di svizzeri estranei all’arte ma attratti dallo stile di vita mediterraneo (il banchiere Henri Bordier, l’uomo d’affari Maury Cohen e Alexis Bolens, già mercenario in Katanga e coltivatore di limoni in Sud Africa, un bon viveurche amava il poker e allestire sontuose feste in collina). Il bel mondo dell’epoca finì col fare tappa sull’isola: Sophia Loren e Brigitte Bardot, Jules Dassin e Jackie Kennedy, Allen Ginsberg e Henry Miller (il quale, nel suo resoconto di viaggio in Grecia, Il colosso di Marussi, colpito dalla bellezza dell’isola, scrisse della “selvaggia e nuda perfezione di Hydra”, e dei suoi abitanti scrisse che “raccontare le gesta degli uomini di Hydra sarebbe scrivere un libro su una stirpe di folli; tracciare la parola AUDACIA attraverso il firmamento a lettere di fuoco”). All’arrivo di Leonard Cohen l’isola non s’era ancora dotata di una rete fognaria, i telefoni erano una rarità e poche case erano munite di corrente elettrica. In una lettera alla sorella, richiamandosi al romanzo di Daphne du Maurier, Cohen sottolineò che di notte si aggirava per casa alla luce delle candele “come la governante di Rebecca”.

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11 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Ebrei italiani: il mito dell’integrazione

Cinque famiglie, dai Ghetti a Mussolini. Un memoir letterario, una storia di alta borghesia, Risorgimento e nobiltà. 

Marina Gersony 

Noblesse oblige? È la casata che fa il destino o è il destino che decide del lignaggio? Dimmi come nasci e ti dirò come vivrai la tua vita? E che succede se incappi in due terribili guerre mondiali? Non fuorvierà. Una storia di famiglia, a cura di Claudia De Benedetti, è il titolo di un prezioso saggio-memoir che raccoglie le storie di cinque famiglie ebraiche, speciali e aristocratiche dell’Italia settentrionale; sei generazioni vissute tra l’apertura dei ghetti e le Leggi razziali del 1938. Si alternano così storie ordinarie e straordinarie che testimoniano come gli ebrei italiani si siano integrati senza rinunciare a fede, appartenenza e fierezza delle proprie origini: appunto quel “Non fuorvierà”, come sta scritto in un versetto del Deuteronomio, in cui viene chiesto al popolo ebraico di non fuorviare dalle regole della Legge. Fra le pagine scorrono i nomi di un’élite ebraica illuminata e vitale, piena di speranze, di orgoglio e di entusiasmo: sono i grandi mercanti e armatori come i Treves de Bonfili di Venezia e i banchieri come i Wollemborg di Padova; o come i Pavia di Casale Monferrato e i Corinaldi di origini toscane che ricevettero da Vittorio Emanuele II il titolo di conti per il contributo al processo unitario del Risorgimento.

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10 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Netflix: “Altro che caffè”. Una strana famiglia ebraica parigina

Il nuovo show di Netflix Altro che caffè – ‘Family Business’ è una versione allegerita di ‘Breaking Bad’ Uno sfortunato imprenditore scopre che in Francia la cannabis diventerà legale e con la famiglia decide di trasformare la loro macelleria in un caffè che vende marijuana.La recente descrizione di un fan su Twitter della nuova serie di Netflix “Family Business” non è troppo lontana: un “French Breaking Bad but with weed”.

La serie francese, che ha debuttato la scorsa settimana, è una commedia stravagante su una famiglia ebrea parigina, gli Hazans, che trasforma il suo fallito negozio di carne kosher in una fabbrica di marijuana. 

Dotato di un solido punteggio di 7.3 su IMDB , la serie ha un ampio appeal, probabilmente in gran parte a come mescola le relazioni di razza e familiari con le barzellette e le scene surrealiste. 

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9 Lug 2019 Comunità Ebraiche

Ciascuno è pazzo a modo suo, gli ebrei lo sono in modo “eletto”

Quella dell’ebreo folle è un’immagine ricorrente del pregiudizio antigiudaico. Uno scrittore brasiliano si confronta con questo topos, raccontando le vite di 16 ebrei eccentrici, da Ron Jeremy, star del cinema porno, al filosofo Otto Weininger, allo scacchista Bobby Fischer.

Elena Loewenthal

Che cos’è, infondo, la follia? Su un piano strettamente clinico è una patologia, anzi un universo di patologie che esigono cure, sorveglianza, a volte disperazione. Ma c’è anche un altro tipo di follia cui tutti, in qualche magari infinitesima misura, apparteniamo. Ce l’abbiamo tutti, un pizzico di follia, un momento nella vita in cui usciamo dai binari, sentiamo di dovere e potere essere altro.

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8 Lug 2019 Antisemitismo, Comunità Ebraiche