Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

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Chanukkà: Il tempo del nostro essere ebrei

Rav A. A. Locci

Il venticinque di Kislew del 165 a.e.v., è il giorno in cui si concluse la lotta per ristabilire la libertà e l’indipendenza in terra d’Israele. I Seleucidi siriani furono sconfitti dai Maccabei e il Tempio, profanato con statue pagane, fu riconsacrato. Per questo, i maestri stabilirono otto giorni di festa e lode al Signore e l’accensione di lumi, di un apposito candelabro, che rappresentano la diffusione pubblica del “grande miracolo avvenuto lì”. Ma qual è l’essenza di questa ricorrenza? E’ noto che il messaggio precipuo del giorno di Kippur sia la Teshuvà, il ritorno a Dio; che il principio fondamentale della festa di Pesach sia la libertà dalla schiavitù; quello di Shavu‘ot il dono della Torà e quello di Purim la salvezza fisica da un tentativo di sterminio. Quale può essere, allora, l’essenza degli otto giorni di Chanukkàh? La consapevolezza piena della propria identità ebraica è la risposta a questa domanda; e se dovessimo definire il periodo in cui cade questa festa, dovremmo chiamarlo zeman yahadutenutempo del nostro essere ebrei.

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Assumersi la responsabilità di essere Israele

La derashà al Tempio Maggiore di Roma prima della preghiera conclusiva di Yom Kippur 5773

Riccardo Di Segni

Tra un’ora circa, in uno dei momenti culminanti di questa nostra giornata, i kohanim, i sacerdoti discendenti di Aharon, ci daranno la benedizione. Prima di salire in tevà si faranno lavare le mani. Il privilegio di compiere questo rito, lavare le mani, spetta ai Leviti, e in loro assenza ai primogeniti. Questo perché prima che la funzione dei Leviti fosse consacrata, erano i primogeniti a svolgere certi ruoli importanti, e ancora lo fanno in qualche caso. La storia della primogenitura ci suggerisce degli spunti importanti sui quali è opportuno riflettere. Dedichiamo un momento a ragionare su un antico racconto, che conosciamo tutti, ma ogni volta che lo rileggiamo mostra aspetti nuovi.

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E chi l’avrebbe detto? I rabbini?

Dialogo tra una professoressa e un rabbino

Gianfranco Di Segni

Al Seder della seconda sera di Rosh Hashana, in una casa ebraica romana, ho assistito al seguente dialogo fra una professoressa e un rabbino. La prima parte è una fedele trascrizione dello scambio fra i due protagonisti, la seconda si basa su quanto il rabbino in questione, che conosco molto bene da diversi decenni, mi ha spiegato al ritorno verso casa. [Le parole fra parentesi sono annotazioni esplicative aggiunte da me].

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Digiunare e sfamare

Il digiuno richiesto all’ebreo nel giorno di Kippur è solo un piccolo tassello di un processo ben più complesso

Alfredo Mordechai Rabello

“Non è forse questo il digiuno che Io desidero?… Dividi il tuo pane con l’affamato e poveri derelitti porta in casa tua, quando vedi un uomo nudo coprilo e non chiudere gli occhi ai bisogni del tuo simile” (Isaia 58, 6-7).Sono queste alcune delle parole che leggiamo nella Haftara` di Yom Kippur. È senz’altro l’ora di risvegliarci; le cose ci vengono dette chiaramente; non vi e` un Ebraismo dei Profeti ed un Ebraismo dei Rabbini; chi ha stabilito questo passo come Haftarà sono proprio i nostri Saggi; l’esigenza di una giustizia sociale è parte integrale della richiesta profetica, che troverà traduzione normativa nei libri dei Maestri.

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Se Tishà Beàv cade di shabbat

Alberto Moshe Somekh

Quest’anno la data del 9 Av (Tishà Beàv) viene a cadere di Shabbat, giorno in cui sono in linea di massima proibiti il digiuno e molte manifestazioni di lutto. Ciò comporta dover spostare tali osservanze in altro giorno. A deroga del principio generale per cui si tende ad attuare le Mitzwòt prima possibile e quindi ad anticipare, nel nostro caso il Digiuno viene posticipato al giorno successivo, domenica 10 Av. Il motivo addotto dai Maestri è che “non si anticipa mai una punizione” per subire la quale c’è sempre tempo. Questa evenienza crea di fatto due serie di particolarità: 1) quelle legate alla posticipazione del Digiuno al giorno dopo e 2) quelle legate al fatto di osservare il Digiuno a Motzaè Shabbat. Ma vediamo le principali ad una ad una.

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E gli ebrei rifiutarono il ricatto antisionista

S’intitola «Israele e la sinistra» il libro di Matteo Di Figlia (pagine XI-196, e 25) edito da Donzelli con prefazione di Salvatore Lupo

Paolo Mieli

La deflagrazione tra Israele e il Partito comunista italiano avvenne tra la fine di maggio e i primi giorni di giugno del 1967. A fare da detonatore per l’esplosione, fu la «guerra dei Sei giorni» con cui lo Stato ebraico reagì ad una minaccia di distruzione e sconfisse il fronte arabo, che rappresentava una popolazione venticinque volte superiore a quella israeliana. Già la sera del 28 maggio – pochi giorni prima del conflitto – si tenne a Roma, al portico d’Ottavia, una veglia per Israele nel corso della quale l’architetto Bruno Zevi, il quale fino a pochi anni prima si definiva «azionista-comunista», disse: «Io non desidero polemizzare con i comunisti più del dovuto, perché noi tutti sappiamo che i comunisti sono stati in molte occasioni a fianco della minoranza ebraica italiana, perché sappiamo che ogni volta che, nel passato, questo quartiere ha subito offese antisemite, i comunisti sono stati tra i primi a venire qui e a portarci l’aiuto della loro solidarietà». Poi, con un crescendo di voce, («senza rancore, senza astio ma con chiarezza», precisò), puntando l’indice verso le Botteghe Oscure, aggiunse: visto che, come dite, «c’è il pericolo che gli Stati Uniti sostengano Israele, perché, per evitare che tale pericolo si concretizzi, non premete sull’Unione Sovietica affinché sia l’Unione Sovietica ad aiutare Israele?» Domanda fintamente ingenua, dal momento che Zevi quella sera sa benissimo (e lo dice apertamente) che «l’Unione Sovietica, oltre a non aiutare Israele, istiga e arma i Paesi arabi che vogliono distruggerlo». E racconta di «molti comunisti che si trovano in uno stato drammatico di imbarazzo». A quel punto alcuni militanti del Pci chiedono di poter prendere la parola. Ma l’intellettuale ex azionista Aldo Garosci pone la condizione che essi strappino in pubblico la tessera del loro partito.

L’assessore alla Teshuvà

Raffaele Levi z.l.

A una settimana dalla scomparsa di Raffaele Levi, z.l., riportiamo una sintesi di quanto da lui scritto nella Prefazione e nelle Considerazioni finali alle Hilkhot Hateshuva (Norme sulla Teshuvà) di Mosè Maimonide, DAC, Roma 5743-1983, ripubblicate dalla Giuntina nel 2004 con il titolo Ritorno a Dio. Norme sulla Teshuvą. La traduzione fu fatta subito dopo l’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 dove morì il piccolo Stefano Gaj Taché.

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