Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

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Ce l’hanno con noi?

La laicissima rivista Ha Kehillah rasenta il misticismo quando si interroga sull’identità ebraica dettata dall’antisemitismo. Bel numero da leggere con attenzione

Anna Segre

Perché ci odiano? Manuel Disegni sul numero scorso di Ha Keillah ci ha messo in guardia da questa domanda con argomentazioni assolutamente stringenti. Cercare una caratteristica peculiare comune a tutti gli ebrei, sia pure positiva, che spieghi l’antisemitismo significa fare il gioco degli antisemiti. Eppure è una trappola in cui cadiamo spesso: ci odiano perché siamo colti, ci odiano perché amiamo lo studio, ci odiano perché siamo anticonformisti, ci odiano perché combattiamo tutte le idolatrie, ci odiano perché siamo così, ci odiano perché siamo cosà. 

Peraltro, sarà poi vero che gli ebrei nel corso della storia sono stati odiati/perseguitati/discriminati più di altri gruppi che si trovavano in condizioni analoghe? È mail esistita nella storia dell’umanità una religione o etnia che sia vissuta per secoli come minoranza in un luogo senza essere prima o poi perseguitata o per lo meno malvista? Sospetto di no. Il fatto è che noi ebrei siamo stati odiati e perseguitati molto, e da molti popoli diversi; ma questo ovviamente accade perché esistiamo da millenni e siamo stati presenti in molti luoghi e contesti storici diversi. Molti popoli sono stati odiati solo per periodi brevi, al termine dei quali sono stati completamente annientati, o costretti a forza ad assimilarsi alla cultura egemone. Insomma, hanno smesso di essere odiati perché hanno smesso di esistere. Non mi sembra un grande vantaggio.

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Anche gli eroi hanno paura: l’intervista ad Avigdor Kahalani

Davide Zebuloni

Inizialmente mi propone di svolgere l’intervista a casa sua, a Tel Aviv, poi mi telefona e mi chiede se possiamo incontrarci al Beit HaLochem (in italiano – la casa del combattente). “Perché proprio qui?”, gli domando il giorno dell’intervista. “Questo è un centro di riabilitazione per quei soldati rimasti disabili durante il loro servizio militare. Ci vengo ogni mattina, faccio un po’ di ginnastica, qualche vasca in piscina. Sai, io stesso sono disabile. Il 60% del mio corpo riporta gravi ustioni”. Lo guardo perplesso; mi sembra in perfetta forma. “E poi è importante prendersi cura del proprio corpo, no?”, mi domanda. Ed io, che non vedo una palestra dalla notte dei tempi, annuisco imbarazzato. Avigdor Kahalani è un eroe. Secondo alcuni, il più grande eroe che lo Stato d’Israele abbia mai visto. Quando nel 1963 si presenta al corso militare per diventrare ufficiale, lo rispediscono indietro dicendogli che non è adatto, che non resisterebbe, che non ha i requisiti necessari. Tuttavia Kahalani non si arrende e presto riesce a coronare quel piccolo folle sogno di diventare ufficiale. Poi arriva la Guerra dei Sei Giorni ed, insieme ad essa, arrivano quelle gravi ustioni che lo costringono a sottoporsi a dodici complicati interventi chirurgici ed un anno di ricovero. La carriera militare del giovane ufficiale cambia drasticamente: gli viene impedito di prendere parte a svariate operazioni, gli vengono affidati ruoli di marginale importanza, gli viene chiesto di rallentare un po’. La storia muta di nuovo con lo scoppiare della Guerra dello Yom Kippur. Kahalani falsifica i suoi certificati medici e riesce a scendere in campo. Organizza 150 carri armati e li guida verso il confine siriano. Così, mentre suo fratello Emanuel ed il cognato Ilan perdono la vita nel combattimento sul fronte egiziano, Avigdor riesce a sconfiggere i 470 carri armati siriani e salvare il Galil. Si racconta che durante una battaglia, egli riuscì ad abbattere da solo tre carri armati siriani distanti da lui cinquanta metri. La sua vita cambia definitivamente. La perdita del fratello brucia più di qualsiasi ustione. “Quando ci penso ancora mi manca l’aria”, mi confessa, ma al contempo una nazione intera gli è grata per il suo coraggio. Riceve i più alti riconoscimenti che un soldato possa ricevere, medaglie su medaglie, titoli su titoli. Oggi ripensa al suo passato e sorride; ma sorride anche al futuro, perché dopo aver terminato il suo servizio militare, ed essere stato Ministro della Difesa, e dopo aver scritto sei libri, girato un documentario e aver messo sù famiglia – Kahalani ha ancora qualche sogno da realizzare.

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The Marvelous Mrs. Maisel e le altre

La serie tv di Amy Sherman-Palladino è un tributo all’impatto delle donne nella stand-up comedy.

Prodotta, scritta e girata da Amy Sherman-Palladino per Amazon Prime Video, The Marvelous Mrs. Maisel è una delle serie tv più impressionanti del 2017 per molte ragioni: racconta una persona fuori dal comune, ritrae la Manhattan della fine degli anni Cinquanta come fosse il fondale di cartone di un musical di Broadway, pone l’accento sulla solidarietà femminile mentre il ritmo sostenuto e una sceneggiatura essenziale fanno il resto. Come provano i due Golden Globe per Miglior Commedia e Miglior Attrice a Rachel Brosnahan, tutto ciò è più di quanto ci si sarebbe aspettati da uno show che è arrivato alla fine di un anno fondamentale nel grande libro della televisione; eppure è solo l’apparenza di un’opera d’arte che poggia soprattutto sull’impatto di alcune donne nella storia della comicità, restituendo allo spettatore un quadro tanto intimo quanto politico e storico.

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La grandezza di colui che ha fatto teshuvà

Donato Grosser

R. Yehudà Moscato (Osimo, 1530-1593, Mantova) nella sua opera Nefutzòt Yehudà, nella trentottesima derashà, scritta in occasione del giorno di Kippur, cita il seguente passo dal trattato Yomà (86b) del Talmud babilonese: R. Shim’on ben Lakish (detto Resh Lakish) disse: “Grande è la teshuvà, perché grazie ad essa i peccati commessi intenzionalmente [zedonòt] vengono considerati [al trasgressore che ha fatto teshuvà] come fossero stati commessi per errore [shegagòt], come è detto dal profeta Hoshea’: «Ritorna, Israele, all’Eterno, tuo Dio, perché sei inciampato nel tuo peccato commesso intenzionalmente» (Osea, 14:2). [Vediamo che] I peccati commessi intenzionalmente sono chiamati un inciampo [da cui si deduce che chi fa teshuvà è considerato come se avesse peccato per errore e non intenzionalmente]. [E viene domandato] È proprio così? [che i peccati intenzionali sono chiamati commessi per errore]. Proprio lo stesso Resh Lakish ha affermato che la teshuvà è così grande che i peccati commessi intenzionalmente vengono considerati come se fossero dei meriti, come è detto dal profeta Yechezkèl: «E quando il malvagio si allontana dalla sua malvagità, e fa ciò che è lecito e giusto, vivrà così» (Ezechiele, 33:19)! [La risposta è che] [Tra le due affermazioni di Resh Lakish] non vi è una contraddizione: nel secondo caso si tratta  di una teshuvà derivata dall’amore, mentre nel caso precedente da una teshuvà derivata dal timore”.

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La strana storia dello Yafùtzu: È giusto cantarlo ai matrimoni?

Riccardo Di Segni *

Da qualche tempo si sta diffondendo a Roma una nuova abitudine: chiedere che durante i matrimoni venga cantato, con accompagnamento musicale, lo Yafùtzu. Vorrei spiegare cosa è questo canto e perché non mi entusiasma il fatto che sia cantato nei matrimoni.

L’inno liturgico chiamato Yafùtzu, dalle prime parole, Yafùtzu oyevèkha, è, per la sua melodia solenne e toccante, uno dei brani musicali più belli della tradizione ebraica romana. Non sappiamo bene chi sia stato l’autore, benché il nome compaia come acrostico all’inizio delle quattro strofe che lo compongono: Yoàv. Si pensa che sia stato Yoàv ben Yechièl, un poeta liturgico romano del medioevo. La prima volta che compare in un testo a stampa è in un formulario ashkenazita del 1545. Poi compare nella Tefillat hachodesh sefardita livornese, in piccoli caratteri (che indicano che fosse poco usato), come inno per l’apertura dell’Aròn il sabato mattina. Il testo riprende brani della Bibbia, invocando la dispersione dei nemici, ricordando il servizio dei sacerdoti, invocando la venuta del messia.

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Come nacque veramente il Tempio dei Giovani di Roma all’Isola Tiberina

Pubblichiamo con piacere l’intervento di rav Bahbout che conferma come in Italia gli ebrei spesso commemorano solo per riscrivere la Storia

Rav Scialom Bahbout

La commemorazione avvenuta il 27 novembre al Tempio dei Giovani e la diffusione dell’evento data da Moked mi dà l’opportunità per illustrare non solo come nacque l’iniziativa, ma quale ne fu lo spirito. Qualche anno prima della rifondazione del Tempio della Casa di Riposo – rimasto chiuso dopo il trasferimento della Casa di Riposo della Comunità di Roma a Via Fulda – proposi a Bice Miglia, direttrice all’epoca del Centro di Cultura ebraica, l’iniziativa di offrire agli ebrei romani un modo diverso di vivere Yom Kippur, farne cioè un’occasione di preghiera, di studio e di confronto tra i partecipanti.

Nacque quello che poi divenne “Il Nostro Kippur” che ho avuto il piacere di animare, anche con i’ottimo contributo dato dai giovani del Benè Akivà. Le prime edizioni si svolsero nei locali del Centro di Cultura in Via del Tempio, per poi approdare con il tempo nei locali degli Asili (dove si tiene tuttora).

Il limite di questa iniziativa era ovviamente il fatto che si trattava di un appuntamento una tantum ed era quindi augurabile dare continuità a questa esperienza. Quando rav Toaff zl e Santoro Coen, presidente dell’Ospedale, offrirono l’opportunità di dare a questo appuntamento una continuità settimanale, consegnando ai giovani del Benè Akivà il Tempio della Casa di Riposo, l’occasione fu colta al volo. Non mancarono le critiche come quella di volere costituire un “isolotto”, ma il progetto ebbe successo e portò via via all’apertura di altre sinagoghe in altre parti della città.

Quale era lo spirito che animava i fondatori?

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La ricchezza del canto degli ebrei d’Italia

Da un articolo di Leo Levi su Torat Chajim

Ariel Di Porto

Nel settimo numero di Torat Chajim Leo Levi pubblicò un articolo dal titolo “Il canto degli ebrei d’Italia”. In questo lavoro Levi si interessò di un tema estremamente importante ancora di più al giorno d’oggi, quello della salvaguardia del patrimonio musicale degli ebrei italiani. Al tema Levi dedicò un altro articolo simile ma più ampio nella rassegna mensile di Israel (Canti tradizionali e tradizioni liturgiche giudeo-italiane, Vol, 23, n. 10 pp. 435-445). In tempi più recenti Francesco Spagnolo ha pubblicato un lavoro sulle registrazioni effettuate da Levi (Musiche in contatto. Le tradizioni ebraiche in Italia nelle registrazioni di Leo Levi. Questioni metodologiche e prospettive di ricerca), mentre Franco Segre ha pubblicato un volume, corredato da un CD, dal titolo Musiche della tradizione ebraica in Piemonte. Le registrazioni di Leo Levi (1954).

Nel 1954 numerosi canti (in tutto 487) sinagogali e familiari vennero registrati presso gli studi RAI e inclusi nell’elenco delle registrazioni di musica popolare del Centro Nazionale Studi Musica Popolare isituito presso l’Accademia Nazionale S: Cecilia di Roma. Le registrazioni sono comprese fra i numeri 861-1348. Nella raccolta sono presenti canti di 14 comunità: Alessandria (30 registrazioni, non presenti nel catalogo), Asti, Ancona, Gorizia, Padova, Venezia, Ferrara, Roma, Pitigliano, Firenze (rito italiano e sefardita), Livorno, Torino, Trieste (Ashkenazita e Corfiota), Casale Monferrato. Levi scrive che per mezzo di questo lavoro, sommando le registrazioni effettuate ai canti precedentemente registrati o trascritti, si è giunti a raccogliere circa seicento canti. Una fonte molto importante, che Levi non ha volutamente considerato nel proprio lavoro, è la trascrizione del Consolo “Shirat Israel, Libro dei canti di Israele”, pubblicato a Firenze nel 1898. In questa opera il Consolo ha trascritto 400-500 canti. Inoltre non sono state considerate le liturgie ufficiali di Roma, Firenze e Livorno, date in quel momento per vive e conosciute dai rispettivi cantori. I canti di alcune comunità che rischiano di andare perduti per sempre attendono invece di essere salvati. Levi valuta i canti salvabili nel numero di 1500, andando indietro nel tempo di appena vent’anni probabilmente il doppio. Continua a leggere »