Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

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Religione, scienza e religione della scienza

Le comunità haredi di New York sembrano essere gli ultimi americani in grado di mantenere un sano equilibrio tra scienza e fede

Liel Leibovitz

La scorsa settimana, ho letto circa 407 articoli, alcuni sulla stampa ebraica e altri su pubblicazioni nazionali, che esprimevano orrore assoluto per le immagini di ebrei haredi che protestavano contro le nuove restrizioni collegate al COVID. Le storie sono tutte simili: ecco di nuovo gli uomini barbuti vestiti di nero, che feticizzano il loro modo di vivere arretrato e non riescono, nella loro medievale cattiva comprensione dei principi scientifici, a comprendere le minacce rappresentate dal virus. In tal modo, sono uno shonda[1] e non sono per niente come noi, sofisticati ebrei moderni, esperti, intelligenti e responsabili. Vergogna su di loro.

In questo spirito, permettetemi di offrire una replica: nel senso più completo, vero e letterale di queste parole, gli haredim si sono dimostrati questa settimana i veri Ebrei Americani, mostrando dedizione non solo ai fondamenti della fede ma anche ai valori concreti americani come la libertà o l’equità o, per quel che conta, la scienza.

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Nuovo machazor e siddur per bambini, la sfida di guardare al futuro

Sara Valentina Di Palma 

Si è tenuta (il 14 settembre) nel giardino del Tempio di Firenze, alla presenza di diversi convenuti, la presentazione del nuovo machazor di Rosh HaShanà curato da rav Amedeo Spagnoletto secondo il minhag fiorentino e del siddur sefardita per i bambini del Talmud Torà curato da rav Gadi Piperno. Entrambi i volumi sono editi da Morashà. Proprio il rabbino capo della Comunità fiorentina, rav Piperno, ha sottolineato la vivacità editoriale che negli ultimi anni ha ruotato intorno alla Comunità – di cui fa parte anche il machazor di Kippùr pubblicato un anno fa sotto la curatela del suo predecessore, rav Spagnoletto.

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Capsula del tempo di 150 anni trovata nella sinagoga più antica di Manchester

L’amministratore delegato del museo ha già dichiarato che non vede l’ora di esporre la capsula la prossima primavera.

I lavori di ristrutturazione effettuati al Museo Ebraico di Manchester hanno recentemente prodotto un’intrigante scoperta sotto forma di una capsula del tempo che fu sepolta in una cavità del muro circa un secolo e mezzo fa, riferisce il ‘Guardian’. Secondo il giornale la capsula – un barattolo di vetro con il sigillo di cera ancora intatto – è stata ritrovata accanto all’Arca del Museo, “la camera che ospita i rotoli della Torah”, ed era “piena di documenti della sinagoga, giornali e alcune monete antiche”.

“Stavamo facendo molta attenzione a rimuovere la targa, ma non avremmo mai immaginato di trovare qualcosa vecchia quanto l’edificio ancora intatta”, ha detto Adam Brown, il responsabile del sito.

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I Campeggi estivi: il Tu Beav delle Comunità italiane

Scialom Bahbout

Disse Rabbàn Shimòn ben Gamlièl:  non vi furono giorni festivi per Israele come il 15 di Av e il giorno di Kippur, nei quali le ragazze di Gerusalemme uscivano con abiti presi in prestito per non imbarazzare chi non ne aveva. … le ragazze di Gerusalemme uscivano e ballavano tra le vigne. E che cosa dicevano? Ragazzo, alza i tuoi occhi e guarda ciò che scegli per te … TB Ta’anit 26b

Dopo Tishà Beav, il digiuno che ricorda i peggiori disastri accaduti al popolo ebraico, Tu Beav – il 15 del mese di Av – è la giornata che nella tradizione ebraica veniva dedicata, tra l’altro, anche all’organizzazione di fidanzamenti, la base per la costruzione di nuove famiglie, e che oggi, dopo l’intervallo delle tre settimane di lutto in ricordo della distruzione del Tempio e altri eventi catastrofici, viene utilizzato per celebrare matrimoni. Qualcuno usa definire Tu Beav come il San Valentino del calendario ebraico, la giornata dedicata all’ amore di coppia. In realtà, per quanto veda con favore l’amore romantico (si pensi all’amore a prima vista scoppiato tra Giacobbe e Rachele), la tradizione ebraica pone la propria attenzione soprattutto allo stadio della costruzione di una famiglia. Proprio in questi giorni la Camera ha approvato il Family Act, la legge che cerca di porre lo sviluppo della famiglia tra le priorità della società, stabilendo contributi rilevanti per la famiglia, con l’intento di favorire  la formazione di nuove famiglie e incentivare così l’incremento demografico che in Italia viaggia verso valori inferiori allo zero. Il Governo si sta muovendo in ritardo per affrontare il problema dell’invecchiamento che ha già prodotti gravi guai in vari settori della società

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Cinema d’Israele, racconto identitario

Sarah Kaminski

In questi giorni di riaperture e di ripartenze il settore culturale si interroga sul suo futuro: quando potranno riaprire i cinema, i teatri, le sale concerti, i musei? Al momento non sono in cima all’agenda del governo, ma non possiamo permetterci di dimenticarli, di lasciarli indietro. La produzione culturale è parte della nostra identità, racconta chi siamo stati, cosa siamo oggi e chi saremo domani. E per questo, nei giorni in cui festeggiamo il 72esimo compleanno d’Israele, vorrei dedicare un pensiero al cinema israeliano e alla sua storia, profondamente legata alla nascita del giovane Stato.

La genesi del cinema israeliano va ricercata negli anni precedenti alla fondazione dello Stato, in quanto tutte le istituzioni, dall’Accademia fino ai supermercati cooperativi furono creati sotto il Mandato Britannico (1920-1947). Tra le prime strutture dal carattere solidale e nazionale ricordiamo la Kuppat Holim (Cassa dei Malati), un servizio di assistenza medica e sanitaria ideato e realizzato nel 1911 da Berl Katznelson, uno dei padri fondatori del Sionismo. Nel 1920 fu fondata la società Solel Bone, azienda di costruzioni attiva nel settore pubblico e privato e nel 1923, Pinhas Rotenberg, militante tra le fila dei gruppi armati di Zeev Jabotinsky, istituì la prima centrale Elettrica in Eretz Israel, aiutato dalla famiglia Rothschild e appoggiato dal ministro inglese alle Colonie, Winston Churchill.

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COVID-19, l’ebraismo charedì e il pensiero “magico”

Durante il lock-down noi giudichiamo gli ultraortodossi per aver messo in pratica quello che altri ebrei in realtà predicano

Shaul Magid

Ad una conferenza accademica alcuni anni fa ho ascoltato la seguente barzelletta raccontata dal filosofo Slavoj Zizek: Uno studente andò a casa del suo professore di filosofia per una visita. Mentre bussava alla porta d’ingresso, notò che c’era un ferro di cavallo appeso sopra il frontespizio. Quando il professore andò ad aprire, lo studente gli disse: “Caro professore, perché ha un ferro di cavallo appeso sopra la sua porta? Tutto ciò che ci ha insegnato sembra intendere che credere in queste cose sia senza senso.” Il professore rispose: “Oh sì, di certo non credo in nulla di simile. Ma pare che funzioni anche se non ci credi.

Ho pensato a questa barzelletta mentre leggevo i numerosi saggi relativi alle reazioni al coronavirus degli ebrei charedi, od ultra-ortodossi. Sono stati fatti molti tentativi per cercare di capire, e spesso criticare, la mancanza di senso pratico da parte della comunità charedi nel chiudere le yeshivot, mettere in atto il distanziamento tra persone e prestare ascolto ai consigli medici. Sono state fornite molte ragioni per cui ciò sia avvenuto, alcune più convincenti di altre. Alcuni attribuiscono le loro azioni a sottese credenze nel carattere protettivo dello studio della Torà, altri alla forte propensione al culto religioso collettivo. Spesso troviamo commenti, spesso provenienti da ambienti modern orthodox, che queste credenze siano così radicate nel mondo charedi al punto da avere minato la loro capacità di tener conto della scienza. Altri sostengono che la mancanza di educazione scientifica degli charedim li ha resi impreparati a comprendere cosa fosse in gioco.

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Le ragazze dello Shabbat

Cresciute nell’ex ghetto di Roma, festeggiano il bar (bat NdR) mitzvah, cucinano kosher e celebrano le tradizioni religiose. Perché senza identità non c’è memoria

Marta Ghelma

Come ogni anno, il prossimo 27 gennaio si celebrerà la Giornata della memoria in commemorazione delle vittime della Shoah. Noi di Elle siamo andati nel quartiere ebraico di Roma, uno dei più antichi ghetti del mondo, per conoscere ‒ attraverso le interviste a 8 donne ‒ la comunità ebraica romana che, con i suoi 13.500 membri, è la più numerosa d’Italia. Una storia fatta di fede, coraggio e resilienza che, dalla sua fondazione nel 161 a.C., è passata anche dalla deportazione di 1.259 ebrei romani ad Auschwitz (a cui sopravvissero in 16) in seguito al rastrellamento nazista del 16 ottobre 1943, e dall’attentato alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, in cui perse la vita il piccolo Stefano Gaj Tachè. Perché siamo convinti che la conoscenza sia il miglior antidoto contro la preoccupante recrudescenza dell’antisemitismo. Ecco chi abbiamo incontrato.

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