Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

I politici israeliani devono scusarsi prima di Kippùr

Chen Artzi Sror – Ynetnews

“ I politici devono chiedere perdono per l’odio e l’intolleranza che hanno diffuso durante questa campagna elettorale; ma in questo periodo dell’anno – è necessario un momento di penitenza e di preghiere che portano alle importanti festività ebraiche di Rosh Hashanà (Capodanno ebraico) e Yom Kippur (Giorno dell’Espiazione) – dovremmo riflettere tutti, sul nostro comportamento reciproco.”

Netanyahu, Liberman, Litzman, Lapid e Gantz devono delle scuse a Israele. Benajmin Netanyahu, membri di Likud, ora è tempo che vi scusiate. Chiedete scusa a oltre il 50% degli elettori che avete marchiato come traditori e sciocchi. Scusatevi con i cittadini arabi israeliani per le vostre palesi bugie, i vostri insulti, il vostro razzismo.

Signor Gantz, signor Lapid e certamente signor Liberman – dovete scusarvi con la comunità ultraortodossa, i religiosi e gli ebrei osservanti. Andate a Bnei Brak. Andate velocemente e chiedete perdono per aver sparato i vostri petardi. Non esiste un’unità nazionale secolare. Questo è un ossimoro.

Nitzan Horowitz, Stav Shafir ed Ehud Barak dell’Unione Democratica, dovreste recarvi nell’insediamento di Yitzhar, la comunità che ospita il maggior numero di donatori di reni in Israele. Guardate quelle persone negli occhi e supplicate di essere perdonati per averle demonizzate. Andate in giro per il loro centro giovanile e la loro scuola materna e dìte loro che siete dispiaciuti.

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23 Set 2019 Comunità Ebraiche

Miracolo al Ghetto: la rinascita di via della Reginella

Alessandro Luna

Roma. Mentre sulla tela, pennellata dopo pennellata, prende forma il viso della ragazza che le ha commissionato il quadro, la proprietaria di uno degli atelier caratteristici di via della Reginella, al Ghetto, ci racconta la storia di questo piccolo ma curioso “miracolo economico”, lungo appena 90 metri e nel pieno centro di Roma. Fino a vent’anni fa chi percorreva questa stradina, che collega il Portico d’Ottavia con piazza Mattei, si trovava a superare una lunga schiera di serrande chiuse e magazzini, con l’unica eccezione della bottega di un falegname e null’altro. Abbandonata e sporca, era uno dei luoghi del “degrado” del Ghetto e tale è rimasta fino a che, a metà degli anni Novanta, un ragazzo, Giuseppe, che abitava in un palazzo che affaccia sulla via, ha aperto la sua prima boutique in uno dei negozi abbandonati e inutilizzati.

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19 Set 2019 Comunità Ebraiche

Gli animali nella tradizione ebraica

Ariel Di Porto*

La tradizione ebraica considera gli animali esseri senzienti, dotati di un’anima. Perciò viene più volte riaffermato il principio di evitare, se possibile, di provocar loro dolore. I grandi leader biblici furono pastori e quella fu la loro “palestra” per guidare il popolo. La sfida è di confrontarsi con chi, umano o animale, non ha voce e non ha potere di opporsi.

Uno degli scopi fondamentali della Torah è quello di costruire un certo tipo di società. Si tratta di un processo estremamente lungo, che richiede più di una generazione, a volte secoli. Come in tutte le grandi imprese, serve progettualità e una direzione. Migliorare le cose, non renderle perfette da subito; trasmettere ai propri figli gli ideali, di modo che possano proseguire il viaggio. Nella storia del pensiero l’atteggiamento dei filosofi nei confronti degli animali è stato ambivalente: alcuni erano convinti che gli animali non avessero un’anima, altri, sotto certi aspetti, si preoccupavano più degli animali che degli esseri umani. È difficile trovare un equilibrio fra questi due estremi. Sotto certi aspetti gli animali sono simili a noi, per altri irrimediabilmente diversi.

La tradizione ebraica, oggetto di un recente e corposo interesse da parte degli studiosi, considera gli animali come esseri senzienti, dotati di un’anima, che possono provare dolore. Con un’espressione densa e poetica il filosofo francese del XIV sec. Ibn Kaspi afferma che gli animali sono «come i nostri padri», che, in una visione pre-darwiniana dell’evoluzione, ci hanno preceduto nella creazione e sono sostanzialmente simili a noi.

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18 Set 2019 Comunità Ebraiche

Divinamente (Spal-Lazio 2-1)

Marco Contini Vitale

Le parole sono importanti, e non solo per chi fa il mio mestiere. Bisogna rispettarle, averne cura, a volte coccolarle un po’, fare lo sforzo di comprenderle prima di scaraventarle su un foglio o in un discorso, foss’anche al bancone di un bar. Le parole sono quel che distingue l’essere umano da tutte le altre bestie, e secondo alcune cosmogonie sono l’essenza stessa del creato. Insomma, sono sacre. A volte, poi, possono anche essere divertenti. Basta saperci giocare. Sempre con rispetto parlando.

Per celebrare il ritorno al successo della Spal, maturato al termine di 90 minuti da infarto contro la Lazio, vorrei proporre allora un piccolo esercizio spirituale fondato su una delle più antiche diramazioni della semantica: la ghematria. Vale a dire, quel sistema che – applicato all’originale testo biblico – attribuisce a ciascuna lettera dell’alfabeto ebraico un valore numerico. La “alef” vale 1, la “bet” 2, eccetera… Dopo le prime nove c’è la “yod” che vale 10, la “kaf” che vale 20, e così fino al 90, poi si passa al 100, al 200 e su per li rami finché finisce l’alfabeto. Su questa base, sommando il valore numerico di ciascuna delle lettere che la compongono, si ottiene il “punteggio”, chiamiamolo così, di ogni singola parola menzionata nella Torah.

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17 Set 2019 Comunità Ebraiche

L’astio verso l’ebraismo che avvelena le elezioni in Israele

Shuki Friedman – Israel Hayom

Uno straniero che tendesse l’orecchio ai media israeliani nelle settimane scorse, riconoscerebbe immediatamente il nemico di turno: l’ebraismo, i religiosi e il più terribile di tutti: il genio della lampada della haddatà (religionizzazione). Questo genio della lampada viene evocato regolarmente da alcuni laici professionisti, che hanno fatto della trasformazione del grido di “al lupo, al lupo” in “haddatà, haddatà” una carriera professionale, e si è gonfiato in dimensioni mostruose durante la campagna elettorale.

L’ultima sconvolgente manifestazione di questa falsa isteria è l’atmosfera di delazione evocata del partito “Campo Democratico”, che chiama i cittadini a uscire e a investigare ogni espressione di ebraismo nella società israelianà, Dio non voglia, perché venga denunciata al commando laico del Campo Democratico. La questione ebraica e il suo ruolo in Israele e nello spazio pubblico è sicuramente rilevante. È certo necessario parlarne in campagna elettorale. Ma la campagna di intimidazione e di odio strumentale non fa che generare odio verso l’ebraismo e verso gli ebrei (religiosi).

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12 Set 2019 Comunità Ebraiche

Il nodo dell’unicità ebraica

Lo sguardo critico di Luzzatto sottovaluta l’odio verso Israele

Pierluigi Battista 

Peccato che in Italia (ma anche altrove) il dibattito intellettuale si sia così rinsecchito e incattivito da preferire la scomunica alla libera discussione, altrimenti i saggi e gli articoli raccolti da Sergio Luzzatto in Un popolo come gli altri. Gli ebrei, l’eccezione, la storia, in libreria dal 12 settembre per la casa editrice Donzelli, potrebbero suscitare vivaci repliche, contestazioni, tentativi di confutazione, ma sempre basati su argomenti, tesi contrapposte, osservazioni specifiche.

Invece, come è ampiamente dimostrato nelle pagine di questo libro che riesumano alcune polemiche smodate del recente passato di cui Luzzatto è stato protagonista e vittima, si sfodera con grande facilità l’arma impropria dell’anatema, dell’isolamento del reprobo, della caccia all’eretico. 
   Luzzatto racconta delle reazioni violente a un suo libro, Partigia (Mondadori), su Primo Levi: insulti, processi alle intenzioni, linciaggi, come se sfiorare temi controversi fosse la profanazione di un tabù. Mai un’aperta battaglia di documenti contro documenti, interpretazioni contro interpretazioni, in una disputa anche feroce ma leale. I lettori del «Corriere della Sera» conoscono inoltre con quanta virulenza e con quanta violenza venne fatto il vuoto attorno ad Ariel Toaff per un libro che poi l’autore è stato costretto a ripudiare per non perdere ogni aggancio con la cattedra universitaria.

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10 Set 2019 Comunità Ebraiche

“L’uccello dipinto” di Marhoul: due ore e quarantanove sempre con carni spappolate e maciullate

Davide Turrini

Un furetto arso vivo, un caprone legato per le zampe e poi sgozzato, una donna violentata con un’enorme bottiglia e un tizio a cui vengono cavati gli occhi con un cucchiaio. Questo il campionario minimo (c’è molto altro) di crudeltà, efferatezze e atrocità proposte nel film che spacca a metà Venezia 76. L’uccello dipinto,regia del ceco Vaclav Marhoul, due ore e quarantanove di durata sempre con carni spappolate e maciullate, è il classico film dove coprirsi gli occhi serve davvero a poco. Le urla e i rivoli di sangue ti raggiungono ovunque, anche sulla poltroncina. Fosse un horror o uno slasher movie potremmo capire il desiderio di trasfigurazione che porta con sé il cinema di genere. Ma visto che si tratta di un lavoro “realistico”, leggasi l’idea che per mostrare la violenza va mostrata nella sua interezza senza risparmiare alcun dettaglio esplicito, proprio non ne comprendiamo i presupposti se non quelli di un furbesco e limitante sensazionalismo. 

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5 Set 2019 Comunità Ebraiche