Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

search results for 'kippur'

Come nacque veramente il Tempio dei Giovani di Roma all’Isola Tiberina

Pubblichiamo con piacere l’intervento di rav Bahbout che conferma come in Italia gli ebrei spesso commemorano solo per riscrivere la Storia

Rav Scialom Bahbout

La commemorazione avvenuta il 27 novembre al Tempio dei Giovani e la diffusione dell’evento data da Moked mi dà l’opportunità per illustrare non solo come nacque l’iniziativa, ma quale ne fu lo spirito. Qualche anno prima della rifondazione del Tempio della Casa di Riposo – rimasto chiuso dopo il trasferimento della Casa di Riposo della Comunità di Roma a Via Fulda – proposi a Bice Miglia, direttrice all’epoca del Centro di Cultura ebraica, l’iniziativa di offrire agli ebrei romani un modo diverso di vivere Yom Kippur, farne cioè un’occasione di preghiera, di studio e di confronto tra i partecipanti.

Nacque quello che poi divenne “Il Nostro Kippur” che ho avuto il piacere di animare, anche con i’ottimo contributo dato dai giovani del Benè Akivà. Le prime edizioni si svolsero nei locali del Centro di Cultura in Via del Tempio, per poi approdare con il tempo nei locali degli Asili (dove si tiene tuttora).

Il limite di questa iniziativa era ovviamente il fatto che si trattava di un appuntamento una tantum ed era quindi augurabile dare continuità a questa esperienza. Quando rav Toaff zl e Santoro Coen, presidente dell’Ospedale, offrirono l’opportunità di dare a questo appuntamento una continuità settimanale, consegnando ai giovani del Benè Akivà il Tempio della Casa di Riposo, l’occasione fu colta al volo. Non mancarono le critiche come quella di volere costituire un “isolotto”, ma il progetto ebbe successo e portò via via all’apertura di altre sinagoghe in altre parti della città.

Quale era lo spirito che animava i fondatori?

Continua a leggere »

La ricchezza del canto degli ebrei d’Italia

Da un articolo di Leo Levi su Torat Chajim

Ariel Di Porto

Nel settimo numero di Torat Chajim Leo Levi pubblicò un articolo dal titolo “Il canto degli ebrei d’Italia”. In questo lavoro Levi si interessò di un tema estremamente importante ancora di più al giorno d’oggi, quello della salvaguardia del patrimonio musicale degli ebrei italiani. Al tema Levi dedicò un altro articolo simile ma più ampio nella rassegna mensile di Israel (Canti tradizionali e tradizioni liturgiche giudeo-italiane, Vol, 23, n. 10 pp. 435-445). In tempi più recenti Francesco Spagnolo ha pubblicato un lavoro sulle registrazioni effettuate da Levi (Musiche in contatto. Le tradizioni ebraiche in Italia nelle registrazioni di Leo Levi. Questioni metodologiche e prospettive di ricerca), mentre Franco Segre ha pubblicato un volume, corredato da un CD, dal titolo Musiche della tradizione ebraica in Piemonte. Le registrazioni di Leo Levi (1954).

Nel 1954 numerosi canti (in tutto 487) sinagogali e familiari vennero registrati presso gli studi RAI e inclusi nell’elenco delle registrazioni di musica popolare del Centro Nazionale Studi Musica Popolare isituito presso l’Accademia Nazionale S: Cecilia di Roma. Le registrazioni sono comprese fra i numeri 861-1348. Nella raccolta sono presenti canti di 14 comunità: Alessandria (30 registrazioni, non presenti nel catalogo), Asti, Ancona, Gorizia, Padova, Venezia, Ferrara, Roma, Pitigliano, Firenze (rito italiano e sefardita), Livorno, Torino, Trieste (Ashkenazita e Corfiota), Casale Monferrato. Levi scrive che per mezzo di questo lavoro, sommando le registrazioni effettuate ai canti precedentemente registrati o trascritti, si è giunti a raccogliere circa seicento canti. Una fonte molto importante, che Levi non ha volutamente considerato nel proprio lavoro, è la trascrizione del Consolo “Shirat Israel, Libro dei canti di Israele”, pubblicato a Firenze nel 1898. In questa opera il Consolo ha trascritto 400-500 canti. Inoltre non sono state considerate le liturgie ufficiali di Roma, Firenze e Livorno, date in quel momento per vive e conosciute dai rispettivi cantori. I canti di alcune comunità che rischiano di andare perduti per sempre attendono invece di essere salvati. Levi valuta i canti salvabili nel numero di 1500, andando indietro nel tempo di appena vent’anni probabilmente il doppio. Continua a leggere »

Samuele Colombo, il rabbino che inventò l’Assemblea dei Rabbini d’Italia

Conferenza per la serata di studio Rabbini di Firenze e Livorno, per il ciclo Rabbini italiani del Novecento, Centro bibliografico UCEI, Roma, 29 ottobre 2017.

Ariel Viterbo

Desidero dedicare questo intervento alla memoria di mio padre, rav Achille Shimon Viterbo, scomparso otto mesi fa, anche lui un rabbino del Novecento, per oltre quarantʼanni alla guida della Comunità di Padova. Fu il mio primo maestro, di ebraismo e del resto, per mezzo Suo conobbi la figura del bisnonno Colombo e da Lui ne ricevetti le poche carte rimaste. Attraverso le parole di papà, rav Samuele Colombo, suo figlio Yoseph, la suggestione di Pitigliano, le glorie di Livorno, pagine intere di storia, sono diventati parte di me e della mia esperienza. Sia la Sua memoria di benedizione per tutti.

Era fin dalla nascita, o quasi, leggermente zoppicante; piccolo di statura e un po’ miope; ma non portava occhiali altro che quando, al tempio, doveva ufficiare.

Era di carattere molte dolce e remissivo, divideva la sua giornata tra il tempio, la scuola e la Sua casa ove studiava sempre, specie la sera fino a tarda ora.

In queste poche righe il figlio Yoseph condensò la figura di rav Samuele Colombo in un quaderno di memorie familiari. Una figura che appare modesta, dimessa, assai diversa da quelle dei rabbini che lo precedettero, lo affiancarono, vennero dopo di lui. Basta vedere il suo ritratto, sulla locandina della serata di oggi: giovane timido fra la maestosità di Margulies e la scienza di Toaff. Ed è questa,per quanto ho potuto appurare fin qui, la sua unica fotografia conosciuta. E su questo spero vivamente di essere smentito questa sera stessa. Ci manca insomma una sua immagine da rabbino, e non soltanto unʼimmagine fotografica ma anche e soprattutto la sua immagine storica. Eppure non mancano gli elementi che lo rendono un personaggio di un certo spessore. Fu discepolo, al Collegio Rabbinico di Livorno, di Elia Benamozegh ed Israel Costa. Li affiancò poi nella Commissione rabbinica della Comunità e dopo la loro scomparsa fu il loro successore, sia sulla cattedra rabbinica che alla direzione del Collegio. Fu il primo presidente della Federazione Rabbinica Italiana, lʼorgano rappresentativo dei rabbini italiani. Fu, come Benamozegh, fertile autore di articoli e saggi, seppure di minore ampiezza e originalità di quelli del maestro, e come lui fu abile predicatore. Operò come Rabbino capo di una delle principali comunità italiane nel primo quarto del ventesimo secolo, un periodo che vide lʼebraismo italiano di fronte alle lusinghe dellʼassimilazione, alla tragedia della prima guerra mondiale, al richiamo del sionismo, al confronto con il modernismo, al mutamento della condizione femminile. E su tutti questi fronti, Colombo agì, lasciandoci testimonianza, negli scritti e nelle azioni, di una visione dellʼebraismo saldamente agganciata alla tradizione e pur tuttavia coraggiosamente aperta al mutare dei tempi.

Samuele Colombo nacque il 17 gennaio 1868 a Pitigliano, figlio di David, che faceva il calzolaio e di Fortunata Coen, che morì nel darlo alla luce. La famiglia era di origine sefardita. [Il cognome Colombo è la traduzione dellʼebraico Yonà, cognome che Samuele stesso usò a volte firmandosi in ebraico]. Dal censimento del 1841 impariamo che i Colombo erano a Pitigliano da alcune generazioni. Il padre di Samuele era il quinto di sei figli. Lʼomonimo nonno compare nel censimento come aiuto rabbino e in generale la famiglia Colombo pare essere stata di modeste condizioni economiche. Samuele, il futuro rabbino di Livorno, aveva una sorella maggiore, Rachele. Continua a leggere »

L’ultimo traduttore yiddish

Elena Lattes

Se pensiamo all’yiddish di solito viene in mente l’ebraismo dell’Europa centro orientale, soprattutto quello degli ultimi centocinquant’anni, raccontato e illustrato da una ricca letteratura e da numerose rappresentazioni teatrali. Quasi nessuno, invece, sa che anche in Italia c’è stata una comunità che faceva di questa lingua un uso quotidiano.

A metà del ‘500 arrivarono nel nostro Paese, infatti, numerose famiglie sia per motivi lavorativi, sia alla ricerca di posti più tranquilli dove vivere. Tra di esse ci furono gli Heilpron o Heilbroon che si stabilirono a Cremona. Jacob, figlio di Elchanan, nato proprio in questa città intorno alla metà del sedicesimo secolo, fu l’ultimo, nella penisola, che si occupò di tradurre dall’ebraico all’yiddish e da quest’ultimo all’italiano.

Nonostante conducesse una vita modesta e a volte perfino disagiata, egli divenne una figura importante per tutta la zona del Lombardo Veneto: insegnante e precettore, fu anche consigliere e uomo di fiducia in numerose famiglie di notabili, commentatore, sofer (scrivano della Comunità e trascrittore dei testi sacri) nonché grande erudito, tanto che, nonostante pare non avesse conseguito il relativo titolo, viene annoverato tra i rabbini nella cerimonia commemorativa che ogni anno alla vigilia dello Yom Kippur si tiene nel cimitero di Padova dove egli è sepolto. Sulla sua vita e sulla sua intensa attività è uscito recentemente il volume di Pia Settimi “L’ultimo traduttore”, pubblicato dalla casa editrice “Il Prato”.

Il libro è diviso sostanzialmente in quattro parti. Nella prima l’autrice racconta nei dettagli la vita, i vari spostamenti e l’attività che svolse in diverse comunità, illustrando con chiarezza e semplicità l’ambiente in cui Jacob – che italianizzò il suo cognome in Alpron – operò e profuse le sue conoscenze. Continua a leggere »

Mayim Bialik. Attrice, madre ed ebrea osservante

Chi guardava la TV negli anni ’90 la conosceva per la commedia Blossom , o per i cinque minuti ben pressati in cui faceva Bette Midler da piccola in Spiagge . E sul resto, in teoria, c’è poco da aggiungere: un’ex attrice prodigio che ha preso un dottorato in Neuroscienze sarà sempre destinata a rimanere un personaggio di semi-culto, qualsiasi cosa faccia nei suoi ritagli di tempo.

Mayim Bialik , però, è anche un’ebrea osservante. E dopo la nascita del primo figlio ha cominciato a porsi il problema di come conciliare il rispetto della fede con la realtà quotidiana di una moglie/madre che lavora. Perciò è diventata una delle autrici del portale Kveller , dove ci si confronta sull’educazione dei bambini, ma anche su questioni strettamente matrimoniali e sulle regole da osservare per quanto riguarda l’aspetto fisico. Prima su tutte, la tzniut (“decenza”,  “modestia”), che nella pratica si traduce spesso con “gonne non sopra il ginocchio, maniche almeno fino al gomito”. (Tratto comune a parecchie religioni, per inciso: esistono online store e comunità dedicate solo a quello.) Per cui, sì, ci sta che la celebrity blogger del quartiere racconti la sua esperienza in termini di modestia quando deve farsi fare un vestito per gli Emmy , o che rivisiti l’ospitata nel reality show What Not To Wear . Oppure che spieghi com’è riuscita a digiunare durante lo Yom Kippur pur avendo intorno due ragazzini bramosi di attenzione. [Spoiler: è faticosissimo.]

Continua a leggere »

Italkìm: dove ci si ritrova per le tefillòt

L’ultimo arrivato in ordine cronologico, è il nuovo minian di rito romano di Tel Aviv. Ma i minianim italiani di Israele (i gruppi di almeno dieci uomini che si ritrovano per le funzioni religiose) sono numerosi e continuano a crescere, sostenuti anche dall’aumento delle aliyot dall’Italia.

Speriamo che almeno in questo caso nessuno pronunci la frase antisemita: “Ci sono troppe sinagoghe”.

Un nuovo minian romano a Tel Aviv

the-hotel-s-main-entranceHa aperto i battenti all’inizio di novembre, e a partecipare alle tefillot sono state ogni settimana decine di persone, soprattutto giovani tra i venti e trent’anni, uomini e donne. Si tratta di un nuovo minian di rito romano che si ritrova il venerdì sera per la Kabbalat Shabbat e Arvit nella sinagoga dell’Hotel Dvora di Tel Aviv. “Abbiamo deciso di prendere questa iniziativa perché volevamo avere l’opportunità di pregare secondo il nostro minhag a cui teniamo molto, e farlo rivivere a Tel Aviv in maniera regolare. Inoltre pensiamo che questa sia un’occasione per portare al tempio persone che non vengono mai, perché sentire le melodie di casa può aiutare” spiega a Kol Ha-Italkim Eitan Della Rocca, uno degli ideatori del progetto insieme a Joseph Castelnuovo e Ruben Moscati. “La prima tefillà è stata una grande emozione: cantare con il nostro rito, far salire in tevah persone non abituate a farlo, talvolta che addirittu- ra non salivano dal bar mitzà. Abbiamo anche dedicato il davar Torah a Leone Sonnino e Giuseppe Dell’Arriccia, due esponenti importanti della comunità di Roma recentemente scom- parsi”. Tra i momenti più sentiti, spiega ancora Della Rocca, il Lechà Dodì e l’Igdal cantato come al Tempio maggiore della capitale italiana. Con una importante precisazione: “Non abbiamo fondato questo minian con l’idea di dividerci dal minian tripolino di Tel Aviv, a cui io e molti dobbiamo tanto, per quello che ci offre a livello di Torà e tefillà nel quotidiano, ma solo creare una possibilità ulteriore”.

Rehov Hillel – Gerusalemme

Lo storico tempio italiano nel cuore di Gerusalemme ha sede nel complesso di Rehov Hillel che fu costruito nel XIX secolo da cattolici tedeschi come ostello per i pellegrini. L’edificio cominciò a ospitare un minian italiano nel 1945, quando era ancora sede del liceo Ma’ale. Anche dopo il trasferimento della scuola, il minian continuò a funzionare e a crescere. I suoi arredi sono quelli della sinagoga-gioiello portata da Conegliano Veneto. Negli stessi locali, che sono stati acquistati dalla Hevrat Yehude’ Italia be-Israel nel 2013, ha sede pure il Museo di arte ebraica italiana U. Nahon. Continua a leggere »

Har habayit, istruzioni per l’uso

Riccardo Di Segni

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoIl nome.  Significa “il monte della Casa”, è il monte dove si trova la casa del Signore. Compare  in questa forma esplicita in Geremia 26:18 e Micha 3:1   והר הבית לבמות יערed è una forma semplificata dell’espressione  הר בית ה’  , “il monte della Casa del Signore”, che troviamo in Isaia 2:2 all’inizio della famosa profezia dove è detto “spezzeranno le loro spade per farne aratri e loro lance per farne falci, un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo e non studieranno più la guerra”.

Secondo il midrash i tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe  istituirono ciascuno una delle tre preghiere fondamentali, rispettivamente  shachrit, minchà e arvit, e ognuno chiamò il luogo di preghiera con un nome differente: Abramo lo chiamò  har, monte (“nel monte il Signore si mostrerà, Genesi 22:14); Isacco pregò sul far della sera in un sadèh, campo (“Isacco uscì a conversare nel campo sul far della sera”, Genesi 24:63) e Giacobbe lo definì  bayit, casa di Dio, (“questa altro non è che la casa di Dio”, Genesi 28:17).

Le differenze tra i modi con cui è chiamata la preghiera nei tre episodi (hashkamà, sichà, peghià),  i tempi, e le definizioni dei luoghi rispecchiano i diversi modi di rivolgersi al Signore, e il senso del luogo dove si prega (una montagna da scalare, un luogo aperto , una casa); l’espressione har habayit riprende la prima e ultima definizione, e omette la seconda, quella del campo, che evoca il destino di abbandono e distruzione di Sion (Geremia 26:18); il campo nella Torà ha infatti spesso significati negativi: è il luogo dove Caino uccide Abele  (Genesi. 4:8), dove le donne vengono violentate (Deut. 22:25); viene evocato proprio da Isacco perché dei tre patriarchi è quello che rappresenta l’aspetto severo dell’incontro con Dio, il sacrificio da cui lui stesso è sopravvissuto.

La tradizione, già dai tempi biblici, identificò il luogo dove Salomone costruì il Tempio con il luogo del mancato sacrificio di Isacco; Abramo infatti ricevette l’ordine di recarsi  a fare il sacrificio “nella terra di Morià, in uno dei monti che ti dirò”; e il libro 2 delle Cronache (3:1) scrive che Salomone “cominciò a costruire la casa del Signore a Gerusalemme sul monte Morià”.

Si parla di monte, perché è una struttura elevata separata da valli; l’altezza attuale non è quella originaria perché quando Erode fece grandiosi lavori di restauro del Tempio decise di spianare alcune parti; poi furono i diversi conquistatori dai Romani in avanti a compiere opere di distruzione e livellamento.

Continua a leggere »