Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

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Chi era Golda Meir

Giovanna Pavesi

Pubblicamente appariva come una donna modesta, dall’aspetto sobrio e dallo stile misurato: mai un filo di trucco, niente tacchi, abiti dalle forme essenziali e capelli quasi sempre raccolti. Come se volesse passare inosservata. Eppure, la personalità di Golda Meir determinante, non solo per aver ricoperto la carica di quarto premier d’Israele, ma anche per essere stata la prima (e unica) donna a guidare il suo Paese (a livello internazionale fu preceduta soltanto da Sirimavo Bandaranaike, nello Sri Lanka, e da Indira Gandhi, in India). Ebbe due grandi amori, il socialismo e la Terra promessa, per i quali si batté per tutta la vita. L’ambizione, il lavoro e probabilmente anche l’umiltà le fecero scalare negli anni i vertici dello Stato ebraico, fin dalla sua costituzione. Il futuro primo ministro nacque con il nome di Golda Mabovič e fu Ben Gurion a imporle un cognome che suonasse più “ebraico”. Così lei scelse Meir, che significa “illuminato”.

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La quinta mem di Purìm

Le maschere e lo strano rapporto con il carnevale

Rav Riccardo Di Segni

A Purim si usa mascherarsi, ma perché? Da dove origina questo uso? Sappiamo che tradizionalmente vi sono quattro precetti da osservare a Purim, ognuno dei quali inizia con la lettera mem: meghillà, la lettura della meghillàda fare la sera e la mattina; mattanòt la evionim, doni ai poveri, un dono ciascuno a due poveri differenti; mishloach manòt, invio di due alimenti a un amico; mIshtè, il banchetto, nel senso di un pasto in cui si abbonda con il cibo e soprattutto con il vino. A questi precetti si è aggiunta un’altra cosa, che non è un precetto, ma una consuetudine, quella di mascherarsi; maschera in ebraico si dice massekhà, e così abbiamo la quinta mem.

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Fake news: Giuseppe venduto dai fratelli!

Parashà di Vayèshev. Oggi in versione breve per chi ha poco tempo e in versione lunga solo per i secchioni

Uno degli episodi più noti, ma meno conosciuti a fondo, è quello della vendita di Giuseppe. I commentatori sono divisi su come si siano svolti i fatti che hanno causato la discesa di Giacobbe e i suoi figli in Egitto con tutte le conseguenze che ciò ha avuto per la storia di Israele. Rileggiamo il passo che parla della vendita (Genesi 37:28) Passarono degli uomini Midianiti commercianti, trascinarono ed elevarono Giuseppe dal pozzo e  vendettero Giuseppe  agli Isameliti per venti (monete di) argento, e portarono Giuseppe in Egitto.

Ci sono due modi di interpretare questa storia: un primo modo è che la vendita sia stata fatta dai fratelli (come dice Rashi e come sostiene l’opinione pubblica) oppure dai Midianiti (come sostengono la maggior parte dei commentatori). La seconda ipotesi ha un maggiore fondamento e la domanda è che differenza c’è se si accetta una posizione o l’altra.

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Una lotta per cambiare e per crescere

Parashà di Vayishlakh

Rav Scialom Bahbout

A prima vista il racconto della lotta tra Giacobbe e l’uomo che lo assale di notte sembra non avere nessun rapporto con quanto narrato in precedenza: finiti i preparativi per “accogliere” Esaù con doni, preghiere e guerra, è logico aspettarsi che il racconto continui con le parole: “Giacobbe alzò gli occhi e vide ed ecco Esaù che arrivava, e con lui quattrocento uomini” (Genesi 33,1).

Scrive rav Hanan Porat (Me’at min ha – or, Bereshit pag. 263):

Il racconto della lotta con l’uomo interrompe il normale flusso del discorso e si propone di informarci su cosa stava accadendo dietro le quinte, e cioè che prima dell’incontro con l’Esaù di carne e sangue, era necessario che Giacobbe lottasse e si misurasse con שרו של עשו  Sarò shel ‘Esav, l’angelo tutelare di Esaù, un’immagine metaforica per indicare l’essenza dei valori che esso rappresenta (come è spiegato in Daniele 10: 13-20).  Da Esaù discenderà poi ‘Amalek (Genesi 36, 12) che rappresenta l’essenza del male che bisogna combattere.

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Il primo operaio ebreo

Parashà di Vayetzè

Rav Scialom Bahbout

Come spiega Erich Auerbach in Mimesis, la Bibbia è parca nel descrivere stati d’animo dei personaggi e i dialoghi sono spesso ridotti al minimo. Il lettore deve cercare di capire cosa passa nella mente dei protagonisti e naturalmente non è facile capire quali sono le intenzioni del narratore. Giacobbe arriva dalla terra di Canaan a Haran dopo un lungo viaggio e al pozzo incontra dei pastori.

Scrive rav Moshe Haim Grilak (Parashà veliqchà pag. 81); Nel momento in cui si mette a fare una predica ai pastori che incontra alle porte della città, Giacobbe mette in pericolo la propria persona. La predica può danneggiare i rapporti sociali con le persone del luogo, delle quali egli avrà bisogno nella sua nuova residenza, Ma Giacobbe non può rimanere in silenzio: la visione di persone che perdono pigramente il tempo per il quale sono pagate, in attività futili, lo irrita: Giacobbe è una persona giusta e, in quanto è giusto, non può sopportare chi si comporta male, e questo perché lui stesso sta bene attento a non sottrarre  perfino un solo centesimo al proprio datore di lavoro Lavan ( לבן che si scrive con le stesse lettere di נבל Naval, malvagio)

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L’eccentrica nonna Giuditta in cerca del cimitero perfetto, il “romanzo israeliano in lingua italiana” di Ghila Piattelli

Francesca Nunberg

Devono essere i tempi che avvicinano libri apparentemente lontani, o magari le atmosfere, la capacità di vedere oltre le apparenze: qui c’è Giuditta, che ha deciso di scegliere il luogo più adatto per il suo eterno riposo, mentre in quel best-seller che è stato l’anno scorso “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin, c’era Violette che indossava l’estate sotto l’inverno e faceva la custode di un cimitero e che, andando ancora indietro, a sua volta ricordava Renée, la portinaia sciatta e sorprendente dell’“Eleganza del riccio” di Muriel Barbery, ed era il 2006. Ma qui siamo in Israele ed è tutta un’altra storia. Nonna Giuditta, dunque, che va in cerca del cimitero perfetto con il soprabito abbinato alle scarpe di vernice, è la protagonista di “Resta ancora un po’” (Giuntina, 280 pagine, 15 euro), il “romanzo israeliano in lingua italiana” di Ghila Piattelli. Nata a Roma nel 1973, l’autrice si è trasferita in Israele nel 1992: sposata e con tre figli lavora come traduttrice e insegnante di italiano e questo è il suo esordio narrativo. 

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Isacco e Ismaele: il futuro dal cuore antico

Scialom Bahbout

Quando la sera del seder cantiamo Quattro madri d’Israele Sarà Rivkà Rahel e Leà , mettiamo le matriarche tutte sullo stesso piano. Così come ognuno dei patriarchi ha lasciato un suo segno, lo stesso potremmo dire per le matriarche: tuttavia, se il ruolo di Abramo è stato determinante, ci chiediamo se possiamo dire altrettanto per Sara.

Leggiamo nelle parashoth di Lech Lechà e Vayerà, il ruolo che ha svolto Sara nella storia de popolo d’Israele. L’erede della missione assegnata ad Abramo tardava a venire tanto che a raccogliere l’eredità si alternano successivamente Lot (nipote di Abramo), Eli’ezer (maggiordomo) e Ismaele, la cui nascita sembra porre fine alla lunga attesa di Abramo e Sara. Ismaele è stato fortemente voluto da Sara: questa scelta è stata subita, anche se volentieri, da Abramo. L’inattesa e miracolosa nascita di Isacco (ma quale nascita non lo è?) spariglia le carte e tutto sembra diventare più difficile.  

Proviamo a seguire il processo che porta alla scelta di Isacco e alla relazione tra quanto avviene nella casa di Abramo e ciò che accadrà quando gli ebrei usciranno dall’Egitto.

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