Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Il socialismo israeliano dal volto capitalista. I paradossi del kibbutz

Ran Abrarnitzky, docente di Economia a Stanford racconta in un saggio la sopravvivenza delle fattorie collettive. Grazie ai profitti.

Davide Frattini

Ai tempi di David Ben Gurion i vegani non avrebbero potuto trovare ogni giorno i piatti preparati per loro. Ma il resto del menu non è cambiato molto, i turni e l’impegno comune restano gli stessi di 73 anni fa, quando questo kibbutz al confine con la Striscia di Gaza è stato fondato: a rotazione tutti devono lavorare alla mensa, quasi tutti ci mangiano perché – dicono – è più accogliente e divertente che restare a casa. Be’eri è uno degli ultimi villaggi israeliani rimasti fedeli al sogno dei pionieri, quell’ideale che dieci uomini e due donne incisero sulla pietra il 28 ottobre 1910, dall’altra parte del Paese, sulle rive del lago di Tiberiade: «Abbiamo costituito un insediamento indipendente di lavoratori ebrei. Una cooperativa, senza sfruttatori e senza sfruttati. Una comune». Così era nato Degania, il progenitore di tutti i kibbutz, e così non ha resistito: nel 2007 i 320 abitanti hanno votato per abolire l’organizzazione collettiva, da compagni a soci, con gli stipendi differenziati e le case vendute a prezzi di mercato. 

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28 Ott 2019 Comunità Ebraiche

Chi vive di cultura non può che sentirsi un po’ ebreo senza esserlo

Il senso storico è oggi minacciato nella mentalità diffusa

Alfonso Berardinelli

Un mio giovane amico, un ebreo ventenne, un ragazzo straordinario la cui intelligenza, sensibilità e cultura sono una consolazione in un mondo che naviga verso le varie, epidemiche forme nuove di stupidità, ignoranza o conformismo acculturato, un paio di giorni fa mi ha fatto una domanda inaspettata: “Che cosa ti viene subito in mente, anche senza pensarci, quando vieni a sapere che qualcuno è un ebreo?”.

La risposta che il mio giovane amico voleva non era una riflessione, ma la focalizzazione immediata di un istinto, la prima, irriflessa associazione di idee. La mia risposta è stata più o meno questa: “Quando so che qualcuno è un ebreo sento anzitutto due cose: la prima è che ho davanti un problema che mi riguarda e riguarda tutti, dato che l’antisemitismo esiste; la seconda è che in quella persona c’è una terza dimensione, qualcosa di ulteriore, una profondità prospettica, un passato, una storia che gli altri italiani non hanno”. Ormai ho quasi sempre l’impressione di avere a che fare solo con individui bidimensionali, nei quali c’è solo il presente; individui in cui la memoria non c’è o non conta; nei quali anche l’eventuale religiosità è piatta, senza radici e senza passato e che quindi non hanno in sé una bussola culturale e morale che li orienti. Anche i loro problemi, cioè, per quanto in sé dolorosi, possono essere gravi, ma sono anche culturalmente banali.

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27 Ott 2019 Comunità Ebraiche

Una via intitolata al rabbino Toaff fa onore alla nostra città

RABBINO DAL 1951 AL 2001

Sarà un pezzo dell’attuale via Catalana, davanti alla sua abitazione e di fronte al Tempio Maggiore di lungotevere Cenci. Ebbe lo straordinario merito di evitare che le atroci ferite inferte alla sua Comunità si trasformassero in altro odio. La prossima settimana (probabilmente giovedì 31) Roma dedicherà una via a Elio Toaff, il Rabbino che guidò la Comunità ebraica romana per mezzo secolo, dal 1951 all’ottobre 2001. Sarà molto significativamente un pezzo dell’attuale via Catalana, davanti alla sua abitazione e di fronte al Tempio Maggiore di lungotevere Cenci. E si tratterà di un omaggio di tutta Roma: di quella ebraica, di quella cattolica, di quella, invece, non credente. Perché Toaff, nella sua opera religiosa e civile, è riuscito a unificare la nostra città, aprendo canali di dialogo e mettendo da parte antiche e nuove divisioni. 

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24 Ott 2019 Comunità Ebraiche

Ebrei migliori quando la religione è popolo

Il rapporto tra ebraismo e identità collettiva in Israele è un fattore ineliminabile del conflitto politico. Ashkenaziti, mizrachim e nazional-religiosi lottano tra loro e contro i laici per affermare la propria verità. Impossibile separare la confessione dallo Stato. 

Eliezer Ben-Rafael 

1. Il principio dell’unità tra religione e popolo è sempre stato un codice primario dell’ebraismo e l’affinità del sionismo ai valori tradizionali ebraici ampiamente documentata. Il giudaismo tradizionale, che attinge direttamente dalla Bibbia e dal Talmud, presenta una particolare enfasi sulla fede e sul suo legame con il popolo ebraico, visto come più importante elemento della sua unicità collettiva. Secondo un famoso detto attribuito a Sa’adiah Ga’on, «gli ebrei sono un popolo solo grazie alla loro Torah». Tra i comandamenti religiosi, inoltre, figura la lealtà alla Terra di Israele sia come passato sia come destino del popolo, implicando che gli «altri» non ebrei siano «alieni». Tuttavia, il monoteismo e l’universalismo della fede implicano un’altra fondamentale convinzione: gli ebrei testimoniano l’insegnamento di Dio. La tensione tra il particolarismo del popolo di Dio e l’universalismo di quest’ultimo è «risolta» dall’idea che la nazione ebraica, attraverso la sua redenzione, redimerà anche il resto del mondo. Questo è il significato del concetto di «popolo prescelto», incaricato di redimere l’umanità osservando gli obblighi divini al suo interno.

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10 Ott 2019 Comunità Ebraiche, Israele, Pensiero ebraico

La grandezza di colui che ha fatto teshuvà

Donato Grosser

R. Yehudà Moscato (Osimo, 1530-1593, Mantova) nella sua opera Nefutzòt Yehudà, nella trentottesima derashà, scritta in occasione del giorno di Kippur, cita il seguente passo dal trattato Yomà (86b) del Talmud babilonese: R. Shim’on ben Lakish (detto Resh Lakish) disse: “Grande è la teshuvà, perché grazie ad essa i peccati commessi intenzionalmente [zedonòt] vengono considerati [al trasgressore che ha fatto teshuvà] come fossero stati commessi per errore [shegagòt], come è detto dal profeta Hoshea’: «Ritorna, Israele, all’Eterno, tuo Dio, perché sei inciampato nel tuo peccato commesso intenzionalmente» (Osea, 14:2). [Vediamo che] I peccati commessi intenzionalmente sono chiamati un inciampo [da cui si deduce che chi fa teshuvà è considerato come se avesse peccato per errore e non intenzionalmente]. [E viene domandato] È proprio così? [che i peccati intenzionali sono chiamati commessi per errore]. Proprio lo stesso Resh Lakish ha affermato che la teshuvà è così grande che i peccati commessi intenzionalmente vengono considerati come se fossero dei meriti, come è detto dal profeta Yechezkèl: «E quando il malvagio si allontana dalla sua malvagità, e fa ciò che è lecito e giusto, vivrà così» (Ezechiele, 33:19)! [La risposta è che] [Tra le due affermazioni di Resh Lakish] non vi è una contraddizione: nel secondo caso si tratta  di una teshuvà derivata dall’amore, mentre nel caso precedente da una teshuvà derivata dal timore”.

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8 Ott 2019 Comunità Ebraiche

Perché ho firmato l’appello contro il comunicato Ucei sul governo Conte

Riceviamo e pubblichiamo

Raffaele Besso – Consigliere Ucei

Vorrei chiarire i motivi che mi hanno portato a firmare l’appello (clicca qui) che richiamava all’ordine la presidente Di Segni. Purtroppo il comunicato della presidenza UCEI (clicca qui) che strizzava l’occhio all’attuale governo potrebbe creare problemi a tutto l’ebraismo italiano, e solo e soltanto per questo ho dovuto apporre la mia firma contro questa deriva politica.

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3 Ott 2019 Comunità Ebraiche

Israele e l’identità dei laici

Rav Michael Ascoli

rav ascoli

“Hadatà”: chiunque abbia seguito il dibattito politico in Israele in tempi recenti conosce questa parola, che viene usata con il significato di coercizione religiosa. Con toni decisamente esagerati ogni cosa, perfino l’eventuale citazione di un versetto in una classe, può essere additata come tentativo subdolo di “irreligiosire” la società. Nell’ultima campagna elettorale il “salvare l’ebraicità dello stato” è stato ossessivamente sventolato da una parte contro l’altrettanto ossessiva “necessità di preservare uno stato libero dall’oppressione religiosa”.

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26 Set 2019 Comunità Ebraiche