Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Finalmente decifrato il manoscritto Voynich?

Un egittologo tedesco ritiene di aver scoperto il significato del misterioso libro illustrato del XV secolo. In passato molti altri hanno fatto la stessa affermazione e hanno fallito

Rivelerà finalmente i suoi segreti il manoscritto Voynich, un documento degli inizi del Quattrocento conservato all’Università di Yale negli Stati Uniti e considerato uno dei libri più misteriosi del mondo? Finora qualsiasi tentativo di decifrare il testo del manoscritto, composto da una combinazione di lettere latine scritte a mano, numeri arabi e caratteri sconosciuti, non è riuscito. A causa dei molti misteri che circondano il suo contenuto, è apparso in programmi tv, libri, musica e persino in videogiochi. Ora, dopo tre anni di analisi, l’egittologo tedesco Rainer Hannig, del Roemer- und Pelizaeus Museum di Hildesheim, crede di aver trovato il codice per tradurre l’opera: ha scoperto che il linguaggio del manoscritto si basava sull’ebraico.

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22 Giu 2020 Comunità Ebraiche

La filosofia di rabbì Akivà

Shalom Rosenberg

Contrariamente alla teoria di Urbach, sembra che il detto dei Maestri del Talmud “Tutto è previsto, ma il permesso è dato” suggerisca il paradosso della conoscenza e della scelta

“Tutto è previsto, ma il permesso è dato” (Pirkè Avòt 3, 15). Riferendosi a questa espressione il Rambàm scrive: “Tutto quello che esiste al mondo è conosciuto presso di Lui, sia benedetto, ed è compreso, di questo hanno detto che è tutto previsto, e dopo ha detto: Non pensare che essendo Egli a conoscenza delle azioni, siano necessariamente obbligate, cioè che l’uomo sia costretto nelle sue azioni a una qualsiasi azione tra le azioni. Le cose non stanno così, al contrario il permesso è nelle mani dell’uomo in quello che fa, ed è quello che hanno detto che il permesso è dato”.

Secondo questa interpretazione, rabbì Akivà si riferisce al paradosso della conoscenza e dell’arbitrio – il santo, benedetto Egli sia, conosce il futuro e anche quello che l’uomo sceglierà di fare, e ciò nonostante l’uomo possiede il libero arbitrio. Gli studiosi contemporanei hanno sollevato dei dubbi su questa interpretazione. E così il mio maestro, E.E. Urbach, di benedetta memoria, (1912-1991 Studiò a Roma prima della guerra e vi tornò come rabbino militare della VIII armata inglese NdT) pensava che questa lettura filosofica fosse fondamentalmente sbagliata. La sua argomentazione era basata sull’analisi della radice tz.f.a. nella lingua dei tannaiti (i Maestri della Mishnà NdT). Secondo Urbach non si riferiva alla conoscenza del futuro, ma piuttosto alla visione di quello che avviene nel presente, come nel versetto: “Gli occhi dell’Eterno osservano il buono e il cattivo” (Mishlè 15, 3). Secondo Urbach l’uso del verbo “tzafùi” col significato di conoscenza a priori, è un nuovo significato del periodo degli amoraiti (i Maestri del Talmud, successivi ai tannaiti NdT).

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21 Giu 2020 Comunità Ebraiche

“Arrestata perché ho parlato del tempio sul Monte del Tempio”

“Come possiamo parlare di un futuro condiviso con dei partner che negano l’evidenza archeologica e non riconoscono nemmeno che abbiamo una storia?”

Shaina Be Hirsch

Sono estremamente frustrata. Oggi [11 giugno] sono stata fermata, trattenuta in custodia, hanno cercato di prendere il mio telefono e mi hanno minacciato di arresto. Tutto questo non è avvenuto durante le proteste in corso in America. Stavo semplicemente passeggiando a Gerusalemme, nel mio sito storico preferito – il Monte del Tempio – in compagnia di una vecchia amica. Ho iniziato a raccontare in diretta su Facebook la storia dei vari templi che si sono succeduti in quel luogo, quando sono stata seccamente informata (mentre ero ancora in diretta) che è illegale affermare che c’era un tempio sul Monte del Tempio.

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19 Giu 2020 Comunità Ebraiche

Amedeo Spagnoletto: “Così trascrivo la sacra Torah”

Parla il rabbino, nuovo direttore del Museo nazionale dell’Ebraismo e della Shoah di Ferrara

Susanna Nirenstein

Un rabbino, una guida spirituale, un insegnante della legge mosaica alla direzione di un istituzione culturale del Paese. Un fatto inedito. Il museo è quello nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah, il Meis, aperto quattro anni fa a Ferrara con lo scopo di raccontare l’esperienza millenaria degli ebrei nella Penisola. È qui che Amedeo Spagnoletto, 52 anni, romano, si è appena insediato. Spagnoletto è un rabbino molto speciale, il più informale che si sia mai visto: rosso di capelli, si fa chiamare per nome, non è difficile incontrarlo con il berretto da baseball e sneakers in bicicletta. Rilassato ma dotto, eccome. Diplomato in Biblioteconomia alla Biblioteca Vaticana, è professore di Talmud ed esegesi biblica, di Paleografia ebraica, di Diritto ebraico, e soprattutto è un sofer, un copiatore dei sacri rotoli della Torah, possiede un’arte millenaria, un mestiere sacro, è uno scriba certificato della Bibbia che deve sapere più di 4000 regole contenute nel Talmud e nella Mishnà per affrontare il suo lavoro. Durante il quale, se compi un errore nel redigere il nome del Signore, tutto va a monte. Vogliamo saperne di più. Lo contattiamo via Skype.

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18 Giu 2020 Comunità Ebraiche

Quando Montanelli scrisse a Priebke: “Capitano, è una sentenza insensata”

Il grande giornalista: “Da vecchio soldato so bene che Lei non poteva fare diversamente”. Lo stesso giornalista che esaltava Israele era solidale col boia delle Fosse Ardeatine

Fausto Biloslavo

«Signor Capitano», iniziava così una lettera firmata di suo pugno, che Indro Montanelli indirizzò a Erich Priebke. Una missiva poco nota, che ai tempi delle sentenze contro l’ex ufficiale nazista, alla fine sfociate nell’ergastolo, non trovò spazio sui giornali. Montanelli non ha mai avuto timore di esprimersi pubblicamente, più volte, sottolineando come i conti con la giustizia e la storia del «capitano» fossero giunti fuori tempo massimo. Una lettera ancora oggi «scottante» per il tono di comprensione usato nei confronti di Priebke.

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17 Giu 2020 Comunità Ebraiche

Un secolo di pensiero del progetto: Bruno Zevi, l’architettura e l’ebraismo

Debora Vella

La nuova edizione di saggi “Ebraismo e architettura” – curata da Manuel Orazi per Giuntina – è un distillato dell’universo interiore di Bruno Zevi, architetto, storico ma soprattutto critico, divulgatore dell’architettura e molto altro. La voce della complessa e sfaccettata personalità dell’autore, capace di essere dissacrante, spigoloso, rigoroso, a tratti simpatico, sempre appassionato, vibra in ogni sua pagina. Un libro petit, ma pesante come una pietra miliare, pubblicato la prima volta nel 1993, capace di mettere in circolazione il “sangue”, e accendere lo sguardo su un mondo più intimo, tenuto lungamente in ombra. Il suo ritorno scandisce, come un rintocco di campana, il centenario dalla nascita dell’autore. Un documento importante per capire un grande intellettuale del ‘900, che qui mostra compiutamente i suoi valori come mai prima di allora; lo scrigno segreto che raccoglie gran parte delle battaglie civili combattute da Zevi in prima persona, fino alla fine dei suoi giorni.

Manuel Orazi, raffinato scrittore, storico dell’architettura e giornalista, apre con la sua folgorante introduzione I love Bruno! (citazione mutuata da Frank Gehry che Manuel incontrò nel suo studio a Los Angeles nel 2010), a cui Zevi era legato da un forte sentimento di stima e ammirazione, tanto da dedicargli il suo ultimo editoriale in cui si chiedeva “è ancora impossibile immaginare un’architettura dopo Frank Gehry?”  Scrive Orazi “Ebraismo e architettura può̀ essere considerato un risarcimento verso questo lato identitario costitutivo e fondamentale, rimasto a lungo in secondo piano rispetto alle maschere pubbliche che Zevi di volta in volta ha indossato nelle sue infiammate battaglie civili, politiche, culturali, urbanistiche”.  Ne emerge una coerenza di fondo: i suoi ideali, l’ebraismo e la sua concezione di cosa sia l’architettura, infatti, sembrano convergere in un’unica direzione.

Zevi partì per studiare prima a Londra e poi negli Stati uniti, dove si unì ai circoli degli esuli antifascisti. Dichiarava di odiare l’accademia, il classicismo, la simmetria, i rapporti proporzionali, le cadenze armoniche, gli effetti scenografici e monumentali, la retorica e lo spreco degli ‘ordini’, i vincoli prospettici… e di apprezzare o subire richiami contraddittori. Dichiarò inoltre di amare i rituali e di non sopportare il conformismo” ci svela Manuel Orazi che, fin da studente, trovava la figura di Zevi molto divertente con le sue idiosincrasie verso le simmetrie e verso autori molto potenti come Sangallo e la setta Sangallesca, Valadier e il neo-classicismo, contro il “detestato” Marcello Piacentini. Tutte queste critiche e le sue profonde idiosincrasie si catalizzano in forti passioni sia in positivo – nei confronti di autori molto amati come Borromini e F.L. Wright – che in negativo, in una flusso di corrente alternata che rende la lettura dell’opera molto gustosa. Zevi si muove in un periodo storico in cui la critica aveva cambiato il proprio modo di esprimersi, mentre nel Novecento gli architetti si affrontavano a viso aperto, criticandosi apertamente, oggi si mostrano tendenzialmente amici tra loro solo in pubblico; in questo contesto leggere le sue pagine cariche di passioni, vive e contrastanti, risulta estremamente amusant.

Zevi apprezzava architetture connotate da irrazionalità, disordine, estraneità al contesto, che esprimevano disagio, irrequietezza, ribellione e dolore. Seguì il “cammino interrotto” dell’architettura organica, senza giungere al suo pieno compimento. In quest’opera l’autoreprende il largo verso la riflessione su valori universali – come dice Manuel Orazi – ontologici fondanti della vita dell’uomo di cui ci consegna una sua lettura personale in relazione all’ebraismo. Nell visione zeviana l’azione di progettare, che va ben al di là del significato racchiuso nel termine architettura, si innesta come carne viva in un ragionamento all’interno del quale – spazio e tempo –diventano metronomo dell’espressione artistica a tutto campo.

16 Giu 2020 Comunità Ebraiche

Israele raccontata dal grande Indro Montanelli negli anni ’60

Indro Montanelli

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico. Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev.

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15 Giu 2020 Comunità Ebraiche