Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Divinamente (Spal-Lazio 2-1)

Marco Contini Vitale

Le parole sono importanti, e non solo per chi fa il mio mestiere. Bisogna rispettarle, averne cura, a volte coccolarle un po’, fare lo sforzo di comprenderle prima di scaraventarle su un foglio o in un discorso, foss’anche al bancone di un bar. Le parole sono quel che distingue l’essere umano da tutte le altre bestie, e secondo alcune cosmogonie sono l’essenza stessa del creato. Insomma, sono sacre. A volte, poi, possono anche essere divertenti. Basta saperci giocare. Sempre con rispetto parlando.

Per celebrare il ritorno al successo della Spal, maturato al termine di 90 minuti da infarto contro la Lazio, vorrei proporre allora un piccolo esercizio spirituale fondato su una delle più antiche diramazioni della semantica: la ghematria. Vale a dire, quel sistema che – applicato all’originale testo biblico – attribuisce a ciascuna lettera dell’alfabeto ebraico un valore numerico. La “alef” vale 1, la “bet” 2, eccetera… Dopo le prime nove c’è la “yod” che vale 10, la “kaf” che vale 20, e così fino al 90, poi si passa al 100, al 200 e su per li rami finché finisce l’alfabeto. Su questa base, sommando il valore numerico di ciascuna delle lettere che la compongono, si ottiene il “punteggio”, chiamiamolo così, di ogni singola parola menzionata nella Torah.

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17 Set 2019 Comunità Ebraiche

L’astio verso l’ebraismo che avvelena le elezioni in Israele

Shuki Friedman – Israel Hayom

Uno straniero che tendesse l’orecchio ai media israeliani nelle settimane scorse, riconoscerebbe immediatamente il nemico di turno: l’ebraismo, i religiosi e il più terribile di tutti: il genio della lampada della haddatà (religionizzazione). Questo genio della lampada viene evocato regolarmente da alcuni laici professionisti, che hanno fatto della trasformazione del grido di “al lupo, al lupo” in “haddatà, haddatà” una carriera professionale, e si è gonfiato in dimensioni mostruose durante la campagna elettorale.

L’ultima sconvolgente manifestazione di questa falsa isteria è l’atmosfera di delazione evocata del partito “Campo Democratico”, che chiama i cittadini a uscire e a investigare ogni espressione di ebraismo nella società israelianà, Dio non voglia, perché venga denunciata al commando laico del Campo Democratico. La questione ebraica e il suo ruolo in Israele e nello spazio pubblico è sicuramente rilevante. È certo necessario parlarne in campagna elettorale. Ma la campagna di intimidazione e di odio strumentale non fa che generare odio verso l’ebraismo e verso gli ebrei (religiosi).

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12 Set 2019 Comunità Ebraiche

Il nodo dell’unicità ebraica

Lo sguardo critico di Luzzatto sottovaluta l’odio verso Israele

Pierluigi Battista 

Peccato che in Italia (ma anche altrove) il dibattito intellettuale si sia così rinsecchito e incattivito da preferire la scomunica alla libera discussione, altrimenti i saggi e gli articoli raccolti da Sergio Luzzatto in Un popolo come gli altri. Gli ebrei, l’eccezione, la storia, in libreria dal 12 settembre per la casa editrice Donzelli, potrebbero suscitare vivaci repliche, contestazioni, tentativi di confutazione, ma sempre basati su argomenti, tesi contrapposte, osservazioni specifiche.

Invece, come è ampiamente dimostrato nelle pagine di questo libro che riesumano alcune polemiche smodate del recente passato di cui Luzzatto è stato protagonista e vittima, si sfodera con grande facilità l’arma impropria dell’anatema, dell’isolamento del reprobo, della caccia all’eretico. 
   Luzzatto racconta delle reazioni violente a un suo libro, Partigia (Mondadori), su Primo Levi: insulti, processi alle intenzioni, linciaggi, come se sfiorare temi controversi fosse la profanazione di un tabù. Mai un’aperta battaglia di documenti contro documenti, interpretazioni contro interpretazioni, in una disputa anche feroce ma leale. I lettori del «Corriere della Sera» conoscono inoltre con quanta virulenza e con quanta violenza venne fatto il vuoto attorno ad Ariel Toaff per un libro che poi l’autore è stato costretto a ripudiare per non perdere ogni aggancio con la cattedra universitaria.

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10 Set 2019 Comunità Ebraiche

“L’uccello dipinto” di Marhoul: due ore e quarantanove sempre con carni spappolate e maciullate

Davide Turrini

Un furetto arso vivo, un caprone legato per le zampe e poi sgozzato, una donna violentata con un’enorme bottiglia e un tizio a cui vengono cavati gli occhi con un cucchiaio. Questo il campionario minimo (c’è molto altro) di crudeltà, efferatezze e atrocità proposte nel film che spacca a metà Venezia 76. L’uccello dipinto,regia del ceco Vaclav Marhoul, due ore e quarantanove di durata sempre con carni spappolate e maciullate, è il classico film dove coprirsi gli occhi serve davvero a poco. Le urla e i rivoli di sangue ti raggiungono ovunque, anche sulla poltroncina. Fosse un horror o uno slasher movie potremmo capire il desiderio di trasfigurazione che porta con sé il cinema di genere. Ma visto che si tratta di un lavoro “realistico”, leggasi l’idea che per mostrare la violenza va mostrata nella sua interezza senza risparmiare alcun dettaglio esplicito, proprio non ne comprendiamo i presupposti se non quelli di un furbesco e limitante sensazionalismo. 

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5 Set 2019 Comunità Ebraiche

Venezia, il “J’accuse” di Roman Polanski: una bellissima pellicola sull’affare Dreyfus

Il regista franco polacco, assente al Lido, non ha reagito alla dichiarazione di Martel. Il film è rimasto in gara ed è una bellissima pellicola in costume che racconta l’affare Dreyfus che è lo scandalo giudiziario francese più importante del 19esimo secolo: la storia di un tenente ritenuto ingiustamente spia dei tedeschi. Un manifesto di chi si sente perseguitato, con cui Polanski ha parlato anche di sé

Naturalmente lui, Roman Polanski, il primo accusato, in conferenza stampa non c’era . Ma il suo bellissimo film, “J’accuse”, sul caso Dreyfus è rimasto in concorso nonostante le polemiche. Allontanato il timore di dover ritirare il film dopo la dichiarazione della presidente della giuria Lucrecia Martel, ora rimane solo il giudizio sull’opera, mentre il regista franco polacco rimane in Svizzera ed è ancora ricercato dalla polizia statunitense per la violenza ai danni di una minore perpetrata nel 1977.
“J’accuse” racconta la storia di Alfred Dreyfus, il capitano dello stato maggiore francese ebreo, condannato ingiustamente per alto tradimento. Inizia nel 1895, quando il capitano Dreyfus, ben interpretato da Louis Garrel, viene pubblicamente degradato, dopo essere stato condannato come spia dei tedeschi. Deportato nell’Isola del Diavolo, persa nell’Oceano Atlantico, costretto a dormire immobile, con i piedi fermati da un ferro, Dreyfus si dichiarerà per sempre innocente.

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4 Set 2019 Comunità Ebraiche

Mehta e la Israel Philharmonic nel segno del meticciato

Un amore che dura da 50 anni Il grande direttore indiano apre il 3 e il 4 a Milano e Torino il Festival MiTo con la «sua» orchestra, straordinario esempio di convivenza in nome della musica. 

Valerio Cappelli

Una mappa geografica delle emozioni, di mondi che si incontrano, di identità culturali e appartenenze: quest’anno il tema di MiTo, trova il suo zenith carico di simbologie ai concerti inaugurali del 3 e 4 settembre con Zubin Mehta alla guida della Israel Philharmonic Orchestra (ISO), per la Sinfonia Fantastica di Berlioz e per il Concerto n 2 di Beethoven con Martha Argerich al piano. Ultima tappa italiana della tournée con cui il maestro indiano concluderà una storia d’amore cominciata, da direttore musicale, nel 1977 – ma è direttore onorario a vita-, e come consigliere musicale nel 1969, 50 anni fa.

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3 Set 2019 Israele

Meglio liberare mille colpevoli che punire un innocente

L’argomento di un gigante medievale contro la presunzione di colpevolezza e le sue inevitabili degenerazioni

Mosè Maimonide

Avanza, fra i giuristi americani e non solo, un movimento ostile alla presunzione d’innocenza, caposaldo dello stato di diritto finito sotto attacco sull’onda di un clima di sospetto che da decenni alligna nella cultura universitaria americana. Le relazioni sessuali, con la loro carica abusiva, sono da tempo al centro di un processo per riformare la logica del consenso e rovesciare l’onere della prova. Secondo la disciplina del “consenso affermativo”, noto anche come yes means yes, è la persona accusata di molestia a dover provare la sua innocenza, e la necessità di ottenere un assenso esplicito per consumare un atto sessuale ha generato un clima vagamente persecutorio nei campus. Ogni relazione è una molestia in potenza, ogni uomo è uno stupratore che deve dimostrare la sua innocenza. Il MeToo ha catalizzato e amplificato questa tendenza, offrendo a schiere di avvocati ed esperti di diritto il destro per tentare un’ambiziosa operazione di travaso dei protocolli universitari negli ordinamenti giuridici di ogni grado. Il dibattito interno all’American Bar Association raccontato qui illustra i termini di un’operazione giuridica in cui lo strumento legale viene esplicitamente usato per imporre o accelerare un cambiamento sociale, non per individuare e punire comportamenti criminali. Nell’ambito della common law, la presunzione di innocenza è legata a una massima di William Blackstone, uno dei padri della giurisprudenza anglosassone: “E’ meglio che dieci colpevoli sfuggano alla legge che un innocente venga condannato”. Si tratta di una variazione su un tema ancestrale, affrontato almeno a partire dal Genesi, dalle parti di Sodoma e Gomorra, elaborato ampiamente nel medioevo e ripreso da Benjamin Franklin, che aveva moltiplicato di dieci volte il numero dei colpevoli che era conveniente barattare con un solo innocente accusato ingiustamente. Qui sotto pubblichiamo la versione di Mosè Maimonide, ad uso dei perplessi.

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2 Set 2019 Comunità Ebraiche