Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Un lavoro che non è fisico

Shalom Rosenberg

La ’avodàt Hashèm – culto divino, non è lavoro creativo, ma il simbolo dell’accettazione del giogo del cielo. La filosofia moderna vi si è ribellata perché non l’ha capito pienamente.

Ci separiamo dal libro di Vayikrà che ci ha presentato il sistema dei sacrifici e passiamo al libro di Bemidbàr che si occupa anch’esso delle regole del santuario. Questi temi ci sembrano oggi appartenere a un passato lontano. La nostra vita ebraica è guidata dal principio stabilito dai nostri Maestri: «Sostituiremo i tori con le nostre labbra» (Hoshèa’ 14, 3), che come spiegava rabbì Yehoshùa’ ben Levì: «Le preghiere sono state stabilite in corrispondenza dei sacrifici quotidiani» (TB Berakhòt 26b). La preghiera ha rimpiazzato i sacrifici e la recitazione dei brani relativi ai sacrifici sostituisce i sacrifici stessi. La preghiera è ’avodà shebalèv – il culto nel cuore. «Lo servirete con tutto il vostro cuore», questo principio fondamentale è radicato nell’Ebraismo sin dalla sua nascita. Il principio della preghiera e la sua ritualità sono un’aggiunta che sostituisce il culto nel santuario. La sinagoga è diventata un piccolo santuario.

Nel contesto dei sacrifici ricorre in continuazione una parola chiave: ’avodà – culto. Questa parola ha avuto un’importanza decisiva nel vocabolario sionista. Così nello slogan sionista-religioso Torà Va’avodà – Torà e lavoro, la ’avodà rappresentava l’idea della produttività che è alla base della redenzione del popolo sulla sua terra. Questo slogan ha rappresentato la fertile de-costruzione del detto classico dei Pirkè Avòt – Massime dei Padri: «Shim’òn il giusto… diceva che su tre cose il mondo si appoggia, sulla Torà, sulla ’avodà e sulle opere di bene». Nelle prossime righe vorrei ritornare invece al significato originale di questo detto, e cioè la ’avodà intesa come ’avodàt Hashèm – culto divino, una ’avodà che non si esprime nella produttività che vi è in esso, ma nella sua simbologia di accettazione del giogo divino.

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24 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Le brutte amicizie di Hochhuth che scrisse “Il Vicario” sul silenzio di Pio XII

Dal sito cattolico Settimana News

Marcello Neri

Giovedì 14 maggio alcuni giornali hanno riportato la notizia che il giorno precedente era scomparso, all’età di 89 anni Rolf Hochhuth. Il drammaturgo tedesco aveva raggiunto fama mondiale con la sua prima opera, Der Stellvertreter. Ein christliches Trauerspiel  (Il vicario. Una tragedia cristiana). Rappresentata a Berlino nel febbraio 1963, fu subito importata nell’area anglofona, per venire poi tradotta in più di venti lingue. La persistenza del successo è dimostrata dal fatto che, nel 2002, il regista Costa-Gravas ne trasse la sceneggiatura di un film, Amen, che ebbe ampia risonanza mediatica, rilanciando nuovamente la notorietà dell’autore.

La trama e il contesto

In Italia l’opera suscitò un particolare clamore. Ne fu allestita una rappresentazione a Roma nel 1965, ma, dopo il debutto, la sala venne chiusa da un intervento della polizia. Come spiegò, rispondendo ad una interrogazione parlamentare, il ministro degli interni Paolo Emilio Taviani, essa violava il primo articolo del Concordato del 1929, che impegnava lo Stato a garantire il carattere sacro della città di Roma.

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22 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Charedim Usa che donano il plasma: “Vogliamo salvare vite dopo contagio di massa”

Negli Stati Uniti gli ebrei ortodossi corrono in massa a donare il plasma dopo esser stati contagiati in gran numero dal Coronavirus. Una forte presa di coscienza dovuta proprio all’elevato tasso di contagio della comunità hassidica: oltre diecimilapotenziali donatori nella zona di Brooklyn a New Y0rk hanno letteralmente preso d’assalto le banche del sangue di New York e del New Jersey per poi passare a quelle della Pennsylvania e del Delaware, rispondendo prontamente alle richieste delle sinagoghe che hanno revocato anche le regole del Sabato, che impongono l’inattività ma non se se quello risulta l’unico giorno possibile per effettuare la donazione. New York è stata una delle città più ferocemente colpite nel mondo dal covid-19 e in particolare tra gli ebrei ortodossi di Brooklyn il contagio ha fatto registrare numeri impressionanti, con centinaia di morti e migliaia di contagi. Interi quartieri densamente abitati dagli hassidici come Williamsburg sono listati a lutto da settimane e i funerali, svoltisi spesso tra la folla nonostante le imposizioni del lockdown, hanno scatenato molte polemiche, in primis da parte del sindaco Bill De Blasio.Pubblicità

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21 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Le relazioni tra Israele e Vaticano, questioni teologiche e politiche, di Nathan Ben Horin

Elena Lattes

Nato in Germania nel 1921 Nathan Ben Horin, fu costretto dal nazismo a fuggire in Francia dove finì la scuola superiore e si arruolò nella Resistenza all’indomani dell’occupazione tedesca. Nel 1944 riuscì ad arrivare nei territori sotto il Mandato Britannico, divenendo membro del kibbutz Degania bet. Combatté e fu gravemente ferito nella guerra d’indipendenza, poi completò gli studi universitari ed entrò al Ministero degli Esteri. Un po’ per lavoro, ma soprattutto per passione, ha seguito, durante tutta la sua carriera, l’evoluzione delle relazioni tra lo Stato pontificio e Israele, raccontata in un interessante volume recentemente pubblicato postumo dalla Panozzo Editore.

Con alcuni accenni biografici e molti riferimenti bibliografici e documentali, il libro ripercorre la storia dell’ultimo secolo, iniziando dall’atteggiamento della Santa Sede nei confronti del movimento sionistico. Un rapporto complesso, ma unico nel suo genere, soprattutto per la natura delle “entità in questione: da un lato ‘lo Stato degli ebrei’, democratico e non teocratico, ma legato da mille fili alla storia e alla tradizione ebraica. Dall’altro, il Vaticano, una chiara entità religiosa che esercita la propria sovranità su circa un miliardo di fedeli (…)”.

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20 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Gli studenti musulmani di una scuola ebraica

In Inghilterra, la scuola primaria King David di Birmingham ha una cucina kasher, le celebrazioni di Hanukkà, ed un rabbino ortodosso che guida l’educazione religiosa – per alunni prevalentemente non ebrei

Aaron Drapkin

La scuola primaria King David è, per certi versi, una tipica scuola ebraica. Gli studenti imparano l’ebraico e recitano preghiere ebraiche ogni mattina. Celebrano le feste ebraiche, cantano canzoni ebraiche e mangiano i pasti cucinati in una cucina kasher. Ciò che la rende unica è che circa il 75% degli studenti è musulmano. King David si trova a Birmingham, la seconda città più grande della Gran Bretagna, e ha circa 250 studenti dai 3 agli 11 anni, l’età in cui praticamente tutti gli scolari britannici passano alla scuola secondaria. È l’unica scuola ebraica nel giro di almeno 100 miglia, in una città che ospita solo 2.000 ebrei, una frazione significativa dei quali non pratica.

Nonostante i suoi piccoli numeri oggi, Birmingham ha una delle più antiche comunità ebraiche nel Regno Unito, ed è presente in città sin dai primi del 1700. In quel periodo, Birmingham era una destinazione attraente per gli ebrei europei in fuga dalle persecuzioni nel continente; la chiesa aveva relativamente poca influenza qui, rendendo la città popolare nei confronti dei non conformisti di tutti i credi. Più ebrei arrivarono in Gran Bretagna durante il 1800 e la comunità di Birmingham continuò a crescere – anche se non così rapidamente come le comunità del nord e del sud, gonfiate dai migranti che cercavano di raggiungere l’America via Liverpool o Londra spesso per rimanere senza soldi prima di potervi arrivare.

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19 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Yossi Klein Halevi: «Tra gli Ortodossi la povertà come scelta per studiare la Torah ma ora Israele ha bisogno di un rapporto nuovo»

Lo scrittore Yossi Klein Halevi, cresciuto a Brooklyn e immigrato a Gerusalemme nel 1982: «Gli ultraortodossi, nella loro stretta osservanza, cercano di preservare l’era rabbinica, quella dell’esilio, ricca di saggezza. Adesso rischiano però di bloccare l’innovazione religiosa e intellettuale»

È cresciuto in una famiglia ortodossa, senza l’ultra. Scuola religiosa e amici in un quartiere di Brooklyn «che mio padre, sopravvissuto all’Olocausto, aveva scelto perché ci abitavano già dei conoscenti. Eravamo “ortodossi moderni”: profondamente immersi nella tradizione e allo stesso tempo nella vita corrente. In questo senso la mia educazione è stata unica: ho avuto la possibilità di scoprire gli haredim dall’interno restando un osservatore esterno». Yossi Klein Halevi è immigrato in Israele nel 1982, dove ha continuato a meditare su come l’ebraismo possa integrarsi con la modernità, aprirsi al pluralismo religioso. Sono i temi che affronta con gli altri ricercatori e gli studenti dell’Istituto Shalom Hartman. Gli anni negli Stati Uniti gli hanno fatto conoscere «un ambiente ortodosso diverso, la gente non si era ancora ripresa dall’Olocausto, non era particolarmente devota, c’era molta rabbia rivolta verso Dio. Ma voleva rivitalizzare le comunità distrutte, per onorare la memoria dei genitori e per il bene dei figli. Anche se vivo a Gerusalemme, da allora ho avuto pochi contatti con il mondo ultraortodosso: più gli haredim hanno avuto successo nel loro progetto di rinascita, più ho percepito che innalzavano muri. Ho sempre sentito comunque il bisogno di proteggerli: in un periodo di attacchi crescenti fuori da Israele contro gli ebrei, sono i più visibilmente ebrei e quindi vulnerabili. Studio lo hassidismo e amo la musica hassidica. Da una certa distanza». Da una certa distanza e con diffidenza (reciproca). Così il resto degli israeliani convive con gli haredim, che in ebraico significa «coloro che tremano davanti alla parola di Dio». Una separazione in casa che si è evidenziata durante la crisi sanitaria causata dal Covid-19: il virus è dilagato nelle città e nelle aree a maggioranza ultraortodossa, sotto accusa sono finiti i rabbini che non volevano fermare gli studi nelle yeshiva. 

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18 Mag 2020 Comunità Ebraiche

Certe cose non si dimenticano mai

“I miei poveri e tristi tefillìn erano pieni di una muffa malefica, bianca e puzzolente.”

Yair Agmon

Venti anni e due mesi fa, arrivato a 13 anni, ricevetti da mia madre il mio primo paio di tefillìn. Nella casa dove sono cresciuto non c’era un padre, e allora un caro amico di mia madre, si chiamava Yehoshafàt, mi insegnò come si mettono i tefillìn e come si benedice su di essi. Mi ricordo di questo giorno, la sua casa era bella, silenziosa, gerosolimitana e piena di libri, e quando entrai mi tremavano le gambe dall’emozione. Che follia i tefillìn, quanto è privo di senso legarsi delle strisce di pelle animale sulla testa e sul braccio e ciò nonostante questa follia commuove, qualcosa di questa fisicità viene sentita come giusta. È difficile spiegarlo, esprimerlo, non ci provo nemmeno.

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17 Mag 2020 Comunità Ebraiche