Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Gerusalemme e la centralità ebraica

Riccardo Di Segni

Caro Direttore, martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni. All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi. La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana. La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.

II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale. Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico. Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. Continua a leggere »

12 Dic 2017 Comunità Ebraiche, Israele, Torà

L’Establishment

L’Establishment (E/O edizioni 2017, traduzione di Silvia Castoldi) di Howard Fast. Continuano le avventure di Barbara Lavette, personaggio nato dalla penna dello scrittore americano e protagonista di Il vento di San Francisco e di Seconda Generazione. In Establishment, terzo capitolo della trilogia fastiana ci sono le avventure della famiglia americana Lavette-Cohen, diventata molto popolare nella letteratura USA e pronta a radicarsi ben bene anche nel nostro panorama letterario.

Viviana Filippini

Siamo a San Francisco, nel 1948, nel periodo noto come Maccartismo, e Barbara Lavette, giornalista e scrittrice, vive con il marito Bernie Cohen, ebreo di modeste origini, che ha in gestione un’officina. Il loro matrimonio, all’apparenza perfetto, comincia a mostrare qualche segno di cedimento e Bernie per uscire dalla monotonia del lavoro e da una relazione coniugale dove l’amore c’è, ma ha bisogno di essere rinvigorito, accetta la proposta che gli fa un vecchio compagno d’armi. Bernie dovrà contrabbandare una serie di residuati bellici della ii Guerra mondiale dagli Stati Uniti d’America a Tel Aviv. Il committente è il nascente Stato di Israele. La missione è molto pericolosa, ma per Bernie è importante, anche se lui ama Barbara e non vuole farla preoccupare, però l’impresa gli permetterà di mettersi alla prova per dimostrare il suo coraggio e impegno e poi, lui che è di origine ebraica, sarà operativo per una patria – Israele – che uno Stato vero e proprio non lo aveva mai avuto.

La protagonista teme per la vita del marito che già aveva rischiato la pelle durante la Guerra Civile spagnola e la II Guerra Mondiale, ma non riuscirà ad impedirgli di mettersi al lavoro. La situazione, però, si complica ancora di più quando Barbara Seldon Lavette Cohen (questo il nome per esteso) riceverà un mandato di comparizione davanti alla commissione che sta cercando tutti i filocomunisti. Il pezzo di carta scatenerà preoccupazione e panico, perché la giornalista e scrittrice di successo, non è comunista, non è un’attivista e nemmeno un’antiamericana. Quindi perché dovrebbe comparire davanti alla temuta commissione voluta dal senatore MacCarthy, impegnata nella spasmodica ricerca delle streghe, ossia di tutti coloro di essere sospettati di vicini al comunismo o di aver usato film e libri per fare propaganda? Continua a leggere »

10 Dic 2017 Comunità Ebraiche

Una cospirazione antisemita su “la fine dei Romanov” sconvolge la comunità ebraica russa

Due nuove investigazioni in corso a Mosca sull’uccisione dei membri della deposta famiglia imperiale russa ai primi del ‘900 sconvolgono la comunità ebraica per la diffusione di una teoria che accosterebbe l’evento a ragioni rituali e alla cosiddetta “accusa del sangue”. All’alba del 17 luglio del 1918, ormai un secolo fa, un gruppo di bolscevichi giustiziava ad Ekaterinburg lo zar Nicola II e la sua famiglia. Secondo alcuni studiosi, le cui posizioni trovano sponda in una parte della comunità ortodossa russa, sullo sfondo della vicenda di potere si sarebbe perpetrato un vero e proprio omicidio rituale.

Questa è una delle conclusioni cui potrebbe giungere una commissione d’inchiesta voluta dal Cremlino, composta da studiosi laici e da componenti della chiesa, per fare luce sull’episodio controverso che sancì la fine dei Romanov.

In occasione del centenario dalla morte dell’ultimo zar di Russia, che sarà celebrato nel 2018, il comitato di inchiesta sul caso ha istituito una commissione speciale per indagare sulla teoria dell’omicidio rituale, che è anche oggetto di approfondimento da parte di un comitato voluto dal patriarcato ortodosso. La vicenda è così controversa che una parte dei patriarchi disconoscerebbe finanche l’autenticità delle spoglie dei Romanov, rinvenute nel 1991 e nel 2007.

Come riportato dal The Moscow Times, la comunità ebraica protesta con forza poiché il tentativo di ricondurre l’omicidio a ragioni rituali avrebbe un chiara matrice antisemita, evidenziando un sentimento sempre più diffuso nella comunità ortodossa.

L’espressione “accusa del sangue” è, infatti, riconducibile alla teoria antisemita sull’uccisione di bambini cristiani da parte degli ebrei per berne il sangue. Continua a leggere »

8 Dic 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Francia, risate sui gay allo show d’odio del comico Dieudonné

Al Théâtre de la Main d’Or di Parigi è tutto esaurito per lo spettacolo dell’attore «maledetto», condannato più volte per antisemitismo, razzismo e frode fiscale

Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi

PARIGI Lo spettacolo inizia con un uomo solo sul palco, in tunica arancione, che guarda verso il cielo e poi si rivolge al pubblico: «Sì sto pregando, e allora? C’è gente che vota, altri che si drogano, altri ancora che si danno a pratiche omosessuali (la frase originale è impubblicabile, ndr), io invece prego per evitare una guerra termonucleare». Gli spettatori cominciano a ridere e applaudire, e per oltre un’ora non smetteranno più.

Sono quasi le 21 di giovedì al Théâtre de la Main d’Or di Parigi, e il comico Dieudonné Mbala Mbala, pluricondannato per antisemitismo, incitamento all’odio razziale e frode fiscale, da poco tornato da una sua «missione di pace» in Corea del Nord con l’amico ideologo «nazionale» e «socialista» Alain Soral, pronuncia le prime battute di «La Guerre». Il nuovo show è cominciato con quasi mezz’ora di ritardo perché c’era ressa alla biglietteria e sono state aggiunte sedie in platea.

A fine 2013 il governo francese provò a fermare gli spettacoli di Dieudonné e la moda della «quenelle», una specie di saluto nazista alla rovescia. Niente libertà di espressione, sosteneva l’allora premier Valls, per un ex comico popolare che si è trasformato in agitatore politico a partire da un famoso sketch televisivo, quello del braccio teso in abiti da ebreo ortodosso e il grido «Isra-Heil!». Continua a leggere »

7 Dic 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche

Continua la traduzione del Talmud: anche Dio prega ogni mattina

In italiano il testo sacro con le «Berakhot», il libro delle benedizioni. Le preghiere servono ad accrescere la coscienza del nostro posto nel mondo

Massimo Giuliani

Il primo trattato dal Talmud Babilonese è dedicato alle preghiere, più esattamente alle benedizioni o berakhot, e inaugura la serie dei trattati sulla vita economica, nell’epoca antica l’agricultura. Il massimo della spiritualità, se così si può dire, introduce al massimo della concretezza: le semine e la vita dei campi, i raccolti e la loro distribuzione. Questa nuova traduzione di Berakhot, ampia al punto da necessitare di due tomi (quasi mille pagine, testo ebraico a fronte, curati da Gianfranco Di Segni e pubblicati da Giuntina), offre la possibilità di conoscere e penetrare nel mondo, arcano ai più, della preghiera ebraica, così vicina e al contempo così lontana dal mondo della preghiera cristiana. A cominciare dall’idea che si tratta di un precetto rabbinico e non biblico (la Bibbia prescrive solo i sacrifici nel tempio), che esistano tempi fissi per recitare le preghiere pubbliche, che le donne ne sono esonerare, che l’unica lingua in cui si prega è l’ebraico. E che, come insegna il rabbino Bachjà ben Asher del XIV secolo, le preghiere «sono una necessità non per Dio ma per l’uomo».

In realtà, anche se dedicato alle benedizioni, questo trattato talmudico è una vera e propria enciclopedia della fede ebraica, ricca di commenti biblici e di parabole (che i maestri di Israele chiamano aggadot), di precetti specifici e di insegnamenti universali, dove abbondano ardite metafore teologiche. Si prenda per esempio la voce di Dio, qui paragonata ora al tubare della colomba ora al ruggito del leone, oppure la “nuca divina” sulla quale Mosè potè scorgere il nodo dei filatteri, lasciando intendere che anche Dio prega ogni mattina (gli ebrei religiosi infatti dicono le preghiere mattutine feriali indossando i filatteri). In questo trattato, spiega il curatore Di Segni, la parte normativa s’interseca con quella narrativa: «La prima ci indirizza dall’astratto al concreto, mentre la seconda ci riconduce dal concreto all’astratto», dal particolare all’universale.

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6 Dic 2017 Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico

L’Egitto di mio padre

Cecilia Nizza

Mezzo secolo fa, tra le 850mila e il milione di persone furono costrette a lasciare i propri paesi – dalla Libia all’Iraq, dall’Egitto all’Iran – per trovare rifugio in Israele, Europa e America. Di fronte, l’emergere negli anni Quaranta di un nazionalismo arabo sempre più insofferente alla sua minoranza ebraica. La nascita dello Stato d’Israele, simbolo della speranza per gli ebrei, acutizzò la rabbia e la violenza del mondo arabo e islamico nei loro confronti: confische, violenze, veri e propri pogrom, costrinsero migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case, lasciando in fretta e furia quanto costruito nel corso di generazioni. Il 30 novembre in Israele – ma non solo – ricorda questo dramma, celebrando il Giorno nazionale dei rifugiati ebrei dai paesi arabi e dall’Iran, istituito con legge della Knesset nel 2014. Un racconto personale di questo esodo è stato raccontato da Cecilia Nizza in occasione di un incontro organizzato al Museo ebraico di Bologna e dedicato al padre, Joseph Cohen Hemsi, nato ad Alessandria d’Egitto. Di seguito il testo del suo intervento in cui racconta le vicende del padre, intellettuale poliedrico che esercitò una notevole influenza nei circoli culturali di Alessandria negli Anni Trenta e Quaranta.

Sono profondamente commossa per l’iniziativa dell’amico Giuseppe Cecere e della direttrice del Museo Ebraico di Bologna, Vincenza Maugeri e li ringrazio di cuore per l’occasione che mi hanno offerto di parlare di mio padre. Ringrazio in particolare mia sorella Marta per il sostegno che mi ha dato condividendo con me i suoi ricordi, più precisi dei miei, che all’epoca avevo poco più di tre anni.

Troppo spesso noi figli scopriamo la storia dei nostri genitori quando è troppo tardi per interrogarli, per sentirla raccontare da loro. Allora, cerchiamo di ricostruirla sui frammenti di memoria, sul detto e sul non detto. Perché è anche la nostra storia, la nostra identità che cerchiamo.

Questo percorso l’ho iniziato in Israele, nel 2006, quando, su suggerimento di una amica, ho partecipato a un convegno a Haifa sugli ebrei d’Egitto. Ci sono andata così, per curiosità, con alcuni scritti di papà, e, sorprendentemente ho trovato persone che mi hanno accolto, ascoltato e soprattutto spinta a intraprendere questo percorso di memoria. Queste persone, a cui devo molto, sono Levana Zamir, presidente dell’Associazione degli Ebrei d’Egitto, con sede a Tel Aviv, e Yves Fedida, fondatore dell’Associazione Internazionale Nebi Daniel con sede a Parigi,

Se mio padre fosse qui, oggi, mi direbbe: “Cosa fai? Lascia stare! Non ne vale la pena.”

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5 Dic 2017 Comunità Ebraiche

Kasher. Laura Ravaioli e i segreti del basìn

Antonella De Santis

Laura Ravaioli è uno dei volti più noti di Gambero Rosso Channel: è lei che ci ha accompagnato, stagione dopo stagione, alla scoperta dei segreti della cucina, dentro e fuori dai nostri confini. E continua ancora oggi, raccontandoci la tradizione gastronomica degli ebrei di Libia. È la nuova serie dedicata alle ricette Kasher, dopo l’intermezzo estivo che ci ha portato alla scoperta dei panorami e dei sapori di Israele. Stavolta, invece, Laura rimane a casa, e lascia che siano i piatti a raccontare la storia. Che come sempre, nel caso della cucina giudaica, è una storia di viaggi e di incontri: un mosaico culturale che intreccia lingue, usi e costumi eterogenei, in cui la gastronomia è sempre la chiave di volta. “50 anni fa gli ultimi abitanti di quella millenaria comunità, lasciarono per sempre quella che era stata la loro casa e in questa drammatica fuga persero tutto, ma le tradizioni invece continuano a vivere nel cuore delle case e soprattutto intorno alla tavola” racconta Laura. Vedremo come si prepara il vero cuscus libico, come si beveva il tè a Tripoli e impasteremo la bsisa che più che un dolce è un modo di augurare prosperità e fortuna.

Tutto questo Laura Ravaioli ce lo racconta in Kasher, in onda tutti i lunedì su Gambero Rosso Channel sul canale 412 di Sky, alle ore 21.30, a partire dal 27 novembre 2017.

Basìn

La puntata di stasera, ci porta alla scoperta del basìn. Una piatto che non manca mai sulle tavole degli ebrei di Libia sia per Rosh Hashana, il Capodanno ebraico, che per Sukkot, la Festa delle Capanne. Ci sono infatti pietanze che si preparano soltanto in alcuni momenti speciali dell’anno, sono ricette che scandiscono il passare del tempo e delle stagioni e, con il loro profumo, con il loro aroma e il rituale della preparazione, ci ricordano che è giorno di festa. Il basìn è un saporito stracotto che viene servito con una fetta di polenta molto soda realizzata con la farina bianca di frumento.

La ricetta è della signora Ires Raccah Fellus.

Ingredienti

600 g. di farina 00 setacciata

1,5 l. di acqua

1 kg. cipolle bianche affettate o tritate molto finemente

1 kg. di fracosta di vitello/manzo Kasher tagliata a dadi di circa 4 cm

1 scatola pelati

2 cucchiai di concentrato di pomodoro

1/1,2 kg. di patate di media grandezza, tagliate a quarti per il verso lungo

sale fino

pepe nero

peperoncino in polvere

cannella in polvere

olio extravergine d’oliva Continua a leggere »

4 Dic 2017 Comunità Ebraiche