Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Vite da copisti. Scorci autobiografici nei colophon di alcuni manoscritti ebraici

Intervento al Convegno “L’autobiografia ebraica. Identità e narrazione”. Università degli Studi di Milano. 13-14 novembre 2017.

Erica Baricci

Il Sefer hassidim, testo ebraico del XIII secolo redatto in Renania, ci parla tra le varie cose anche di copisti, libri e pratiche scrittorie. Esorta, per esempio, a non sprecare inchiostro mentre si scrive il Nome divino, a non usare come rilegature per un testo sacro vecchie pagine di romanzi cortesi, a non fare prove di penna e tanto meno liste di conti o della spesa sui margini delle pagine. E si parla anche, con note poco lusinghiere, dei copisti e del loro desiderio di parlare di sé. Ecco che cosa si dice:

Per quanto riguarda i copisti che aggiungono parole o le troncano per segnalare il loro nome in acrostico, se è per il loro disprezzabile nome che tagliano aggiungono o invertono l’ordine delle parole, è per loro che è detto: “il nome dei malvagi imputridisce” (Pr. 10.7)

Nonostante questa severa ammonizione, nascondere il proprio nome nell’opera trascritta non è l’unica soluzione che ha un copista per parlarci di sé: egli può ricorrere al colophon, lo spazio per eccellenza in cui dirci chi è.

Il colophon – e questo vale per tutti i manoscritti, non solo per quelli ebraici – è il breve testo che il copista scrive a fine lavoro in fondo al manoscritto che ha copiato, nel quale generalmente ci dice chi è lui, quale è il suo nome, dove e quando ha terminato il lavoro di copia, e per chi. Quando c’è, ed è completo dei suoi dati essenziali, il colophon è dunque un elemento para-testuale di forte rilevanza storica.

Alcuni colophon non si limitano alle informazioni basilari, ma diventano uno spazio di scrittura dove il copista ci racconta di quel che gli sta accadendo, della sua esistenza o della sua famiglia; in certi casi leggiamo persino di avvenimenti, di storia grande o piccola, di cui egli è stato testimone. Per quanto riguarda i manoscritti ebraici, i colophon di questo tipo sono stati già ampiamente studiati come testimonianze storiche; gli stessi testi, però, non sono stati osservati in una prospettiva autobiografica, come momento, cioè, in cui il copista narra sì di quanto accade intorno a lui, ma per parlarci di sé, dei suoi sentimenti, di come gli eventi hanno influito sulla sua vita.

Il presente intervento prenderà spunto da alcuni casi di colophon di manoscritti ebraici medievali per enucleare quali temi tipici dell’autobiografia in generale, e in particolare di quella ebraica – quali la memoria e la testimonianza, la centralità della famiglia, il riscatto attraverso la sapienza e la scrittura, nonché l’ironia – emergano in testi che non nascono come autobiografie compiute, eppure già ne contengono i presupposti fondamentali. Continua a leggere »

27 Nov 2017 Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Cristianesimo, Islam, Torà

La ricchezza del canto degli ebrei d’Italia

Da un articolo di Leo Levi su Torat Chajim

Ariel Di Porto

Nel settimo numero di Torat Chajim Leo Levi pubblicò un articolo dal titolo “Il canto degli ebrei d’Italia”. In questo lavoro Levi si interessò di un tema estremamente importante ancora di più al giorno d’oggi, quello della salvaguardia del patrimonio musicale degli ebrei italiani. Al tema Levi dedicò un altro articolo simile ma più ampio nella rassegna mensile di Israel (Canti tradizionali e tradizioni liturgiche giudeo-italiane, Vol, 23, n. 10 pp. 435-445). In tempi più recenti Francesco Spagnolo ha pubblicato un lavoro sulle registrazioni effettuate da Levi (Musiche in contatto. Le tradizioni ebraiche in Italia nelle registrazioni di Leo Levi. Questioni metodologiche e prospettive di ricerca), mentre Franco Segre ha pubblicato un volume, corredato da un CD, dal titolo Musiche della tradizione ebraica in Piemonte. Le registrazioni di Leo Levi (1954).

Nel 1954 numerosi canti (in tutto 487) sinagogali e familiari vennero registrati presso gli studi RAI e inclusi nell’elenco delle registrazioni di musica popolare del Centro Nazionale Studi Musica Popolare isituito presso l’Accademia Nazionale S: Cecilia di Roma. Le registrazioni sono comprese fra i numeri 861-1348. Nella raccolta sono presenti canti di 14 comunità: Alessandria (30 registrazioni, non presenti nel catalogo), Asti, Ancona, Gorizia, Padova, Venezia, Ferrara, Roma, Pitigliano, Firenze (rito italiano e sefardita), Livorno, Torino, Trieste (Ashkenazita e Corfiota), Casale Monferrato. Levi scrive che per mezzo di questo lavoro, sommando le registrazioni effettuate ai canti precedentemente registrati o trascritti, si è giunti a raccogliere circa seicento canti. Una fonte molto importante, che Levi non ha volutamente considerato nel proprio lavoro, è la trascrizione del Consolo “Shirat Israel, Libro dei canti di Israele”, pubblicato a Firenze nel 1898. In questa opera il Consolo ha trascritto 400-500 canti. Inoltre non sono state considerate le liturgie ufficiali di Roma, Firenze e Livorno, date in quel momento per vive e conosciute dai rispettivi cantori. I canti di alcune comunità che rischiano di andare perduti per sempre attendono invece di essere salvati. Levi valuta i canti salvabili nel numero di 1500, andando indietro nel tempo di appena vent’anni probabilmente il doppio. Continua a leggere »

26 Nov 2017 Comunità Ebraiche

A Gerusalemme il Sigd dà voce ai Beta Israel

L’ebraismo etiope in festa nella Capitale

Migliaia di ebrei etiopi si sono radunati giovedì scorso a Gerusalemme (sulla Tayelet Haas che guarda la città vecchia) per la festività Sigd (nella lingua gheez, Prostrazione), che celebra il rinnovo dell’alleanza tra il popolo ebraico, Dio e la Torah. Per secoli questo giorno era l’occasione per gli ebrei etiopi, noti anche come Beta Israel, di ricordare il sogno di tornare un giorno a Gerusalemme, diventato nella seconda metà dello scorso secolo realtà. “Questa festività è riuscita a preservarci nei secoli, ad alimentare in noi il desiderio di tornare nella nostra terra, ad unirci e non mischiarci, a sognare e pregare nonostante le difficoltà. Ed eccoci qui”, ha raccontato in passato rav Sharon Shalom al Portale dell’ebraismo italiano.

Sono passati più di 40 anni da quando la comunità etiope è arrivata in Israele per la prima volta, ma Sigd è stata dichiarata festa nazionale solo nel 2008. La storia dell’emigrazione in Israele dei Beta Israel – letteralmente ‘casa d’Israele’, nome con cui si indicano gli ebrei etiopi – è iniziata alla fine degli anni ’70, quando minacciati da carestie e dalle repressioni del governo etiope cominciarono a lasciare il paese, dove vivevano sparsi in centinaia di piccoli villaggi per lo più al nord, per dirigersi verso il Sudan, a maggioranza musulmana e ostile nei loro confronti.

Dopo alcune discussioni di tipo costituzionale e anche halachico, queste ultime legate alle commistioni con la cultura etiope presenti nell’ebraismo dei Beta Israel e al fatto che essi erano costretti a professare il loro culto di nascosto – molti di loro si convertirono volontariamente o forzatamente al cristianesimo, sono chiamati Falash Mura – nel 1977 il governo israeliano decise di applicare la Legge del ritorno anche agli ebrei etiopi. I Beta Israel vennero trasportati in territorio israeliano in maniera massiccia attraverso un ponte aereo, con tre diverse operazioni che si susseguirono negli anni ’80. L’Operazione Mosè e l’operazione Giosuè partirono dal Sudan, mentre nel 1991 l’Operazione Salomone partì dalla capitale etiope Addis Abeba, e così pur con gravi perdite nei tragitti vennero trasferiti più dei tre quarti della comunità. Continua a leggere »

24 Nov 2017 Comunità Ebraiche

Il grande esodo degli ebrei di Parigi «Ci aggrediscono, costretti a fuggire»

Minacce e attacchi violenti nelle periferie a maggioranza araba della capitale Dei 350 mila residenti nella regione, 60 mila sono andati via. Molti si stanno trasferendo nel XVII arrondissement, accanto alla nuova sinagoga

Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi

Poco lontano dal celebre ristorante kasher tunisino Nini e dallo Schwartz’s Deli di ispirazione newyorchese, sta nascendo in rue de Courcelles il grande «Centro europeo dell’ebraismo», uno spazio di 5000 metri quadrati che ospiterà una sinagoga da 600 posti e sale per spettacoli ed esposizioni. Il centro aprirà entro la Pasqua ebraica e sancisce il ruolo del XVII arrondissement di Parigi, nel nordovest della capitale, come nuovo cuore dell’ebraismo francese ed europeo accanto all’antica presenza nel Marais. Dei 350 mila ebrei della regione parigina, circa 60 mila negli ultimi anni hanno traslocato. Molti hanno abbandonato i quartieri più difficili delle periferie per trasferirsi nella nuova «piccola Gerusalemme» del XVIIème, o nel triangolo d’oro Le Raincy-Villemomble-Gagny appena fuori la capitale.

Un esodo interno discreto, qualche volta segno di successo e ascensione sociale, più spesso provocato dagli atti di antisemitismo che a Saint Denis, Bondy, La Courneuve, Sarcelles, Stains e altri comuni del Grand Paris sono cominciati con la seconda Intifada dei primi anni Duemila e si sono intensificati dopo le stragi di Merah a Tolosa e gli attentati islamisti a Parigi.Tanti ebrei francesi spinti dall’insicurezza hanno fatto la loro aliya e sono andati a vivere in Israele: nel 2015 sono stati oltre 8000, i più numerosi al mondo per il secondo anno consecutivo. Molti altri che continuano a considerare la Francia come il loro Paese scelgono di cambiare zona e di vivere raggruppati. La vitalità ebraica del XVIIesimo e di altri quartieri è frutto anche di una realtà drammatica: violenze e aggressioni costringono gli ebrei francesi a vivere sempre più tra di loro, per proteggersi, 500 anni dopo la nascita a Venezia del primo ghetto al mondo.

«Siete ebrei quindi siete ricchi», ripetevano i tre aggressori che l’8 settembre sono entrati nella casa della famiglia Pinto a Livry-Gargan, nel dipartimento Seine-Saint-Denis, quel «93» simbolo suo malgrado della banlieue degradata. «Avrebbero potuto derubarci mentre non c’eravamo, perché abbiamo passato l’estate fuori Parigi — dice Roger Pinto, 78 anni, al telefono da Israele —. Invece sono arrivati proprio il giorno dopo il nostro rientro. Mi hanno buttato per terra prendendomi a calci fino a farmi svenire, gridavano ”se non ci date i soldi vi ammazziamo, lo sappiamo che li avete, ebrei”». Roger, la moglie Mireille e il figlio David forse si trasferiranno nel XVIIesimo, «ma resteremo in Francia — dice Pinto, presidente dell’associazione Siona —. Sono in terapia dallo psicologo, appena starò meglio rientreremo. Il governo francese deve garantire la nostra sicurezza».

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23 Nov 2017 Comunità Ebraiche

Ebrei a Perugia, dal ‘ghetto’, ai primi Monte di Pietà, alla Sinagoga di Palazzo Ajò

La storia del quartiere dell’Arco Etrusco, dove un tempo sorgeva una Sinagoga

Alessia Chiriatti

Un piccolo quartiere, in realtà compreso in un dedalo di strade a ridosso del famoso Arco Etrusco. Dell’animo ebraico di quel luogo rimane ben poco, se non il nome della Piazzetta della Sinagoga. Storia vuole che proprio in uno di quei palazzi che oggi si affacciano sul largo dove oggi sorge anche la sede della Soprintendenza cittadina (a Palazzo Brutti) si trovasse appunto una sinagoga, costruita nel 1300. Lì, tra via Ulisse Rocchi e via di Pozzo Campana, per alcune centinaia di anni, abitarono alcune famiglie ebree (pare fossero 7 le più importanti). Non più di 200 di loro lo popolavano già nel 1300, per una storia fatta di ‘cacciate’ e accoglienza e scandita, come vuole tutto il passato di Perugia, dalla presenza dello Stato Pontificio e dell’emanazione di alcune bolle papali.

Nei secoli non si è mai parlato di un vero e proprio ghetto canonico. Tanto che si ha notizia della presenza di ebrei anche nella zona di via Maestà delle Volte e di Sant’Ercolano. A ben guardare le case che si sviluppano a ridosso della zona dell’Arco Etrusco, su via Pozzo Campana, si nota come gli edifici si sviluppino in altezza. Sembra questa sia la reale testimonianza di come la comunità ebraica si concentrasse in quella zona di Perugia data l’impossibilità (in alcuni casi per indisponibilità di denaro, in altri per  costrizione) di acquistare nuovi appartamenti. I piani delle case venivano così costruiti sopra gli altri. Al loro interno, in base ad alcuni lasciti testamentari di cui si ha notizia, delle stanze con arredi preziosi.

Le prime memorie

E’ il 7 agosto 1262: è la data del primo documento attestante la presenza di un gruppo di ebrei a Perugia. Fu allora che il Minor Consiglio del Popolo dibatté il problema della liceità della loro presenza in città. Un ‘problema’ perché si trattava perlopiù di usurai, tanto che si decise di espellerli. E fu proprio per contrastare l’usura che nacque a Perugia uno dei primi Monte di Pietà in Italia, datato 1462 (dopo quello di Ascoli Piceno del 1458), quando alcuni frati francescani lo istituirono per limitare i prestiti al popolo minuto effettuato dagli ebrei anche a persone povere. Il Monte, dove i debitori lasciavano un oggetto di valore in pegno, spesso ricomprato dagli stessi ebrei, fu poi chiuso agli inizi del 1500 da Papa Leone X Medici, il quale introdusse un basso tasso di interesse per la restituzione dei prestiti.

Altri ebrei erano però anche medici (tanto da essere stati ingaggiati per curare dei Pontefici), farmacisti e venditori di libri. Si trattava di mercanti, trasferitisi da Roma a Perugia così come nel resto dell’Umbria. Già nel 1200 era vivido lo stereotipo dell’ebreo usuraio: a loro erano infatti precluse altre attività, come il possesso fondiario, mentre la Chiesa vietava ai Cristiani ogni mestiere che implicasse il rapporto col denaro, ritenendolo peccato.

Lo stesso Comune di Perugia si fece prestare molti soldi dalla comunità ebraica nel corso della seconda metà del 1200. Denaro che servì a quanto pare per ristrutturare la città, in guerra con i Comuni vicini (si parla in particolare di Trevi). Per riuscire ad ottenere questi soldi, fu garantito l’impegno di alcuni cittadini influenti, che a loro volta garantirono la restituzione del debito contratto. Ad una condizione: ossia che gli ebrei potessero rimanere in città solo fino alla restituzione del prestito in questione, e cioè per circa due mesi. Continua a leggere »

22 Nov 2017 Comunità Ebraiche

Asti, convegno dedicato a Vittorio Dan Segre il 24 novembre

Neutralità. Una parola che sembra lontana dallo scenario mondiale di oggi, segnato dalle divisioni e dalle guerre, dalle minacce e dalle violenze. Eppure una parola che nella storia – e forse ancora oggi – ha rappresentato un’opzione alternativa, nel campo delle scelte politiche interazionali. A questa idea dedicò buona parte dei suoi studi lo scrittore ed ex diplomatico Vittorio Dan Segre, originario di Govone e celebre in tutto il mondo per i suoi libri autobiografici.

Di Dan Segre e di neutralità si parlerà venerdì 24 novembre alle ore 17, presso il Polo Universitario di Asti Rita Levi-Montalcini, nel convegno organizzato da Ethica (di cui Segre era l’anima), dal titolo “Essere neutrali in un mondo diviso. Una via alternativa per la coesistenza delle identità”.

Un’occasione per ricordare il celebre studioso e scrittore piemontese, legatissimo ad Asti, ma anche per rimettere al centro dell’attenzione una parola dimenticata, sebbene ancora valida nel contesto internazionale.

Saranno molte le autorità presenti, e l’incontro, che ha ottenuto il patrocinio dalla Prefettura di Asti, si aprirà con i saluti del sindaco di Asti Maurizio Rasero, del Presidente di ASTISSMichele Maggiora, e del Presidente della Fondazione CR AstiMario Sacco.

Dopo l’introduzione del presidente di Ethica, Giovanni Periale,prenderà la parola Gabriele Segre, nipote di Dan Segreericercatore di Politiche Pubbliche e Relazioni Internazionali, con studi negli Stati Uniti e a Singapore, attualmente occupato all’ONU, nella sede di Torino. Continua a leggere »

21 Nov 2017 Comunità Ebraiche, Israele, Shoah

Samuele Colombo, il rabbino che inventò l’Assemblea dei Rabbini d’Italia

Conferenza per la serata di studio Rabbini di Firenze e Livorno, per il ciclo Rabbini italiani del Novecento, Centro bibliografico UCEI, Roma, 29 ottobre 2017.

Ariel Viterbo

Desidero dedicare questo intervento alla memoria di mio padre, rav Achille Shimon Viterbo, scomparso otto mesi fa, anche lui un rabbino del Novecento, per oltre quarantʼanni alla guida della Comunità di Padova. Fu il mio primo maestro, di ebraismo e del resto, per mezzo Suo conobbi la figura del bisnonno Colombo e da Lui ne ricevetti le poche carte rimaste. Attraverso le parole di papà, rav Samuele Colombo, suo figlio Yoseph, la suggestione di Pitigliano, le glorie di Livorno, pagine intere di storia, sono diventati parte di me e della mia esperienza. Sia la Sua memoria di benedizione per tutti.

Era fin dalla nascita, o quasi, leggermente zoppicante; piccolo di statura e un po’ miope; ma non portava occhiali altro che quando, al tempio, doveva ufficiare.

Era di carattere molte dolce e remissivo, divideva la sua giornata tra il tempio, la scuola e la Sua casa ove studiava sempre, specie la sera fino a tarda ora.

In queste poche righe il figlio Yoseph condensò la figura di rav Samuele Colombo in un quaderno di memorie familiari. Una figura che appare modesta, dimessa, assai diversa da quelle dei rabbini che lo precedettero, lo affiancarono, vennero dopo di lui. Basta vedere il suo ritratto, sulla locandina della serata di oggi: giovane timido fra la maestosità di Margulies e la scienza di Toaff. Ed è questa,per quanto ho potuto appurare fin qui, la sua unica fotografia conosciuta. E su questo spero vivamente di essere smentito questa sera stessa. Ci manca insomma una sua immagine da rabbino, e non soltanto unʼimmagine fotografica ma anche e soprattutto la sua immagine storica. Eppure non mancano gli elementi che lo rendono un personaggio di un certo spessore. Fu discepolo, al Collegio Rabbinico di Livorno, di Elia Benamozegh ed Israel Costa. Li affiancò poi nella Commissione rabbinica della Comunità e dopo la loro scomparsa fu il loro successore, sia sulla cattedra rabbinica che alla direzione del Collegio. Fu il primo presidente della Federazione Rabbinica Italiana, lʼorgano rappresentativo dei rabbini italiani. Fu, come Benamozegh, fertile autore di articoli e saggi, seppure di minore ampiezza e originalità di quelli del maestro, e come lui fu abile predicatore. Operò come Rabbino capo di una delle principali comunità italiane nel primo quarto del ventesimo secolo, un periodo che vide lʼebraismo italiano di fronte alle lusinghe dellʼassimilazione, alla tragedia della prima guerra mondiale, al richiamo del sionismo, al confronto con il modernismo, al mutamento della condizione femminile. E su tutti questi fronti, Colombo agì, lasciandoci testimonianza, negli scritti e nelle azioni, di una visione dellʼebraismo saldamente agganciata alla tradizione e pur tuttavia coraggiosamente aperta al mutare dei tempi.

Samuele Colombo nacque il 17 gennaio 1868 a Pitigliano, figlio di David, che faceva il calzolaio e di Fortunata Coen, che morì nel darlo alla luce. La famiglia era di origine sefardita. [Il cognome Colombo è la traduzione dellʼebraico Yonà, cognome che Samuele stesso usò a volte firmandosi in ebraico]. Dal censimento del 1841 impariamo che i Colombo erano a Pitigliano da alcune generazioni. Il padre di Samuele era il quinto di sei figli. Lʼomonimo nonno compare nel censimento come aiuto rabbino e in generale la famiglia Colombo pare essere stata di modeste condizioni economiche. Samuele, il futuro rabbino di Livorno, aveva una sorella maggiore, Rachele. Continua a leggere »

20 Nov 2017 Comunità Ebraiche, Pensiero ebraico, Torà