Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Considerata come un inno alla sensualità, “Dance me till the end of love” di Leonard Cohen è in realtà ispirata dall’orrore dell’Olocausto

In alcuni campi di concentramento, la banda accompagnava con la musica i deportati che andavano a morire. Si conclude cos’ la “trilogia” sul cantautore canadese

Riccardo Petroni

Nei due precedenti articoli abbiamo visto come due bellissime canzoni di Leonard Cohen siano state completamente travisate, per quanto riguarda il loro contenuto, in quanto, per motivi incomprensibili, non sì è andati a verificarne il testo. Si tratta di “Halleluja” (Qui Blog: Il vero significato di “Hallelujah” di Leonard Cohen: uno sprezzante atto di infinita superbia nei confronti di Dio) e di Suzanne (Qui Blog: E’ considerata una canzone sfacciata di un donnaiolo, ma “Suzanne” di Leonard Cohen è un inno a Gesù e Maria). Terminiamo oggi quella che potremmo definire una vera e propria “trilogia” su Leonard Cohen, esaminando il testo di un’altra bellissima e famosissima sua canzone: “Dance me to the end of love” (“Danzami fino alla fine dell’amore”). 

Scritta da Cohen nel 1994 è stata inserita come primo brano del lato A del suo album “Various Positions”, che non incontrò il favore del pubblico di allora, in quanto i testi avevano prevalentemente contenuti religiosi, legati alla sua incessante ricerca spirituale (il primo brano del lato B era Halleluja”), sempre permeata dalla sua matrice profondamente ebraica. In più Cohen era ben consapevole di questo: “Ho una voce monotona e un po’ lamentosa, per cui le mie canzoni vengono definite tristi. Se i miei pezzi suonano malinconici quando li canto è soltanto per ragioni biologiche”. E non a caso la sua voce era definita quella di “un rasoio arrugginito”.

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11 Gen 2021 Comunità Ebraiche

Storia di un titolo

Elèna Mortara

Apprendiamo dal Fatto Quotidiano del 6 gennaio che è in uscita in Italia Un cazzo ebreo, romanzo d’esordio di successo scritto in inglese da una giovane di origine tedesca, Katharina Volckmer, che lavora a Londra presso una agenzia letteraria. Il romanzo, leggiamo, è stato un caso editoriale all’ultima Fiera di Francoforte ed è consacrato come “libro dell’anno 2020” dal Times Literary Supplement. Il titolo italiano è un pugno nello stomaco, su questo torneremo.

Ma quale è il titolo originale di quest’opera, pubblicata nel nostro paese da La Nave di Teseo? Dice l’articolo: The Appointment: Or, The Story of a Jewish Cook; ovverossia, “L’appuntamento; o, la storia di un cuoco ebreo”. Proprio così: un “cuoco ebreo”… Qualcosa non torna. Cerchiamo dunque in rete l’originale inglese, e scopriamo che nell’edizione originale britannica il titolo di copertina è soltanto The Appointment: cioè, “L’appuntamento”. All’interno, nel frontespizio, al titolo in evidenza viene aggiunto, tra parentesi e in caratteri minori, un sottotitolo a sorpresa: (Or, The Story of a Cock), ossia, “(O, la storia di un cazzo”). Tutto qui.

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10 Gen 2021 Comunità Ebraiche

Il leader: oratore o balbuziente

Parashà di Shemòt

Rav Scialom Bahbout

Rabbi Nachman di Bratzlav racconta nella raccolta di storie Sippurè ma’asiyot che una volta, dopo una grande tempesta, un bambino e una bambina si perdono in un bosco e rimangono senza cibo. I ragazzi incontrano via via sette mendicanti (ognuno dei quali con un grave difetto), ascoltano il loro pianto e danno loro del cibo,  augurando loro di diventare simili a loro. I bambini continuano a vagabondare e a chiedere l’elemosina passando da un paese e da un mercato all’altro.

Attraverso un lungo percorso i due bambini arrivano in una fiera dove incontrano ancora uno alla volta i sette mendicanti che decidono di fare sposare i due bambini che intanto sono diventati adulti. Ognuno dei mendicanti, dopo aver raccontato chi è veramente, offre in regalo alla giovane coppia ciò che avevano prima augurato loro e che li  caratterizza meglio.

Il terzo di questi mendicanti è “balbuziente” e augura ai due ragazzi di diventare come lui. Il balbuziente per eccellenza nella storia d’Israele è Mosè che viene scelto per condurre il popolo d’Israele fuori dall’Egitto. Il mendicante balbuziente dice ai due ragazzi che non devono giudicarlo per il suo difetto di balbuzie: in realtà lui dice cose molto profonde e meravigliose che non tutti possono capire.

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8 Gen 2021 Comunità Ebraiche

Ossessioni e cortocircuiti delle identità ebraiche

Saggi. Pubblicato per la prima volta nel 2006, «La scelta di Abramo» di Wlodek Goldkorn (Bollati Boringhieri) ritorna oggi in una edizione parzialmente rivista in cui dagli ebrei si allarga il campo alla storia occidentale

Lia Tagliacozzo

Sono pagine intense, che coprono due secoli, svariati paesi e che giungono fino alla contemporaneità più prossima quelle che raccontano La scelta di Abramo – saggio sulle identità ebraiche di Wlodek Goldkorn (Bollati Boringhieri, pp. 127, euro 12). Edito per la prima volta  nel 2006, il libro compare oggi in una edizione parzialmente rivista in cui, pur ragionando di ebrei, non scrive solo di loro: racconta la storia dell’occidente, del suo rapporto con l’idea stessa di cittadino, del comunismo dentro e fuori l’Unione sovietica, di Stalin, di Ben Gurion, di Hitler, del nazismo e della Shoah e delle strategie di vita di coloro che ne sono sopravvissuti. Ma, all’inizio di tutto, c’è una promessa che è premessa di un nuovo capitolo della storia, nel caso degli ebrei – secondo Goldkorn – «la grande promessa della modernità: abolire l’ebraismo. Trasformare l’ebreo concreto in carne e ossa – non dunque la metafora dell’ebreo – in un essere astratto, in cittadino».

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7 Gen 2021 Comunità Ebraiche

Zofia Kossak, la polacca antisemita che salvò migliaia di ebrei

Silvana Rapposelli

Ci fu una donna polacca, affermata scrittrice, cattolica, che divenne figura di spicco della resistenza antinazista quando aveva ormai 50 anni, che fu redattrice di giornali e autrice di opuscoli clandestini e fondò un movimento politico, il Fronte per la Rinascita della Polonia; che non aveva fatto mistero del suo antisemitismo, eppure creò un’organizzazione di soccorso sottraendo alla morte migliaia di ebrei, ragione per cui fu deportata ad Auschwitz; che fu costretta dopo la guerra dal nuovo potere comunista all’esilio, per essere infine riconosciuta nel 1982 come una dei “Giusti tra le nazioni” dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme.

Il suo nome è Zofia Kossak (1890-1968). Un libro ne ricostruisce le vicende, Il tempo dell’odio e il tempo della cura di Carla Tonini.

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6 Gen 2021 Comunità Ebraiche

Lo sceicco compra la squadra. La rivolta dei tifosi israeliani

Il Beitar Jerusalem è noto per la tifoseria ultranazionalista. Tra i sostenitori anche Netayahu. Rivlin ne fu manager. L’annuncio: «Porte aperte anche a giocatori arabi»: Incidenti e arresti. Il proprietario: «svolta politica».

Simona Verrazzo 

GERUSALEMME – In Israele è alta tensione tra i tifosi del Beitar Jerusalem, squadra di calcio tra le più importanti del Paese e nota per le sue posizioni ultranazionaliste: sono ormai giornaliere le proteste e le minacce verso la dirigenza del club, che da dicembre è per il 50 per cento di proprietà dello sceicco Hamad Bin Khalifa Al Nahyan, imprenditore e membro della famiglia reale degli Emirati Arabi Uniti.

La notizia è stata presa malissimo dalla tifoseria, famosa in Israele per la sua intolleranza, così come lo erano, in passato, anche i suoi proprietari, tanto che la squadra non ha mai avuto un giocatore arabo, sebbene ne abbia avuti di religione islamica. In queste settimane si sono moltiplicati gli slogan “Morte agli arabi” durante gli allenamenti a porte aperte, che adesso sono riferiti non ai calciatori ma allo sceicco. Il nuovo corso del Beitar Jerusalem si può meglio capire inscrivendolo nel più ampio quadro degli Accordi di Abramo, con cui – grazie alla mediazione degli Stati Uniti – sono state poste le basi formali per l’avvio di relazioni diplomatiche tra Israele da un lato ed Emirati Arabi Uniti e Bahrain dall’altro. Una svolta per l’intero mondo arabo, tanto poi da essere seguiti da intese simili prima con Sudan e poi con Marocco.

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5 Gen 2021 Comunità Ebraiche

Vietare la macellazione Kasher: Europa judenfrei?

Eliahu Alexander Meloni*

Come accade spesso, a metà del mese di dicembre è successo un fatto quasi passato inosservato. Le preoccupazioni legate al COVID, l’avvicinarsi alle festività natalizie e il fatto che riguarda soprattutto il mondo ebraico e anche musulmano hanno rilegato la notizia in secondo piano. Tuttavia le conseguenze sul lungo periodo di una decisione della Corte Europea potrebbero essere catastrofiche per la permanenza della presenza ebraica in Europa.

L’Unione Europea si vanta di essere un esempio di tolleranza, libertà e di promozione di tutti i valori civili. Tuttavia la sua più alta istanza giudiziaria, la Corte di Giustizia Europea, ha emesso una sentenza che conferma il divieto di macellazione rituale nelle due regioni del Belgio: Vallonia e Fiandre. La sentenza sostiene il requisito che gli animali macellati debbano prima essere storditi, pratica assolutamente proibita dalla Halakhà. Per la legge ebraica è fondamentale che l’animale venga ucciso nel modo più umano possibile e con meno dolore possibile. Di conseguenza, gli viene tagliata la gola con un coltello affilato, causando una perdita quasi istantanea di coscienza a causa di forte dissanguamento e poi la morte. È altrettanto fondamentale che l’animale sia in buona salute e libero da patologie, se l’animale è ferito o in agonia non è idoneo alla macellazione.

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3 Gen 2021 Comunità Ebraiche