Kolòt-Voci - Identità ebraica in una newsletter

Gli ebrei e Israele

Elena Loewenthal

C’è un vecchio adagio del Talmud, mare magnum della tradizione ebraica la cui redazione finale si situa intorno al V secolo, che dice più o meno così: “tutto Israele è coinvolto vicendevolmente, l’uno per l’altro”. È una frase cruciale che imprime di fatto tutta la storia del popolo d’Israele almeno a partire dal 70 dell’era volgare, l’anno cioè in cui i Romani distrussero il tempio di Gerusalemme (unico luogo di culto per tutto il popolo, situato su quell’immenso terrapieno dove spicca oggi la Cupola d’Oro) e ridussero all’esilio coatto gli ebrei, inaugurando la seconda, lunghissima Diaspora.

Da quel giorno la vita d’Israele assume una condizione molto particolare, come sospesa sul filo della Storia (che in ebraico è detta con un plurale femminile, toledot, alla lettera “generazioni”, cioè nascere, riprodursi, morire), privata di quei connotati che abitualmente definiscono un’identità nazionale: terra, patria, autonomia, autodeterminazione. È una condizione complessa, che in realtà non si riduce semplicemente a quel binomio che definisce la parola “diaspora” – cioè esilio e dispersione al tempo stesso.

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3 Giu 2021 Comunità Ebraiche

Non c’è pace senza la fine del suprematismo arabo-islamico

Carlo Panella

Alla base del conflitto non c’è una questione territoriale, come dimostra la storia dei costanti rifiuti palestinesi. Il cuore è l’idea che il Tempio di Salomone non sia mai esistito, un rifiuto radicale che alimenta la propaganda dei fondamentalisti e che ha prodotto migliaia di morti. Vi è un a priori religioso, finalistico, teologico che impedisce la fine della guerra

L’ultima guerra di Gaza, iniziata da Hamas e subìta da Israele, come tutti gli scontri sanguinosi tra israeliani e palestinesi iniziati nel 1921 ben prima che gli ebrei avessero uno Stato e un esercito, è stata scatenata da duri scontri sulla Spianata delle Moschee, detta anche Haram al Sharif o di al Aqsa. È divampata su un nodo sconosciuto all’Occidente: il suprematismo arabo-islamico nega che su quella Spianata fosse eretto, come indubbiamente fu eretto, il Tempio di Salomone, epicentro dell’ebraismo. I palestinesi che vi accorrono testimoniano nei loro slogan l’odio implacabile per gli ebrei che pretendono, a ragione, il rispetto della memoria di un luogo per loro sacro.

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2 Giu 2021 Comunità Ebraiche

È morto lo scrittore Paolo Maurensig

Divenne famoso con «La variante di Luneburg” e “ Canone inverso”. Aveva 78 anni

di Redazione

«Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali» scriveva Paolo Maurensig nel romanzo che lo ha reso famoso, La variante di Luneburg (Adelphi), probabilmente il più bello che ci ha lasciato e che ci lascerà. La stagione delle scelte per lui è infatti finita: l’agenzia di stampa Ansa ne ha annunciato la morte, a 78 anni, per un malore improvviso.

Nato a Gorizia nel 1943, Maurensig, aveva compiuto studi classici. Dopo aver intrapreso vari lavori (dall’interior designer all’archivista, all’agente di commercio) ed essersi dedicato a varie passioni: da quella per l’esotismo a quella per gli scacchi, che giocò a livello nazionale, ma anche al flauto e al violocello, alla ricostruizione di strumenti rinascimentali a fiato, iniziò a lavorare nel campo dell’editoria a Milano e pubblicò alcune raccolte di racconti (I saggi fiori, All’insegna del Cigno, Ippocampo).

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31 Mag 2021 Comunità Ebraiche

Un popolo di tutti profeti?

 Parashà di Behaalotekhà

Rav Scialom Bahbout

Uno dei temi centrali della Parashà di Beh’alotechà e che ritorna spesso nel libro di Bemidbàr è quale sia la Leadership migliore per il popolo d’Israele. In realtà il problema sorge fin da quando la scelta cade su Mosè che cerca di rifiutare un compito per il quale non si ritiene adeguato: convincere la superpotenza del momento, l’Egitto dei Faraoni, a lasciare uscire il popolo ebraico dal paese. In effetti, forse sarebbe stato più pratico arrivare a un accordo di compromesso con il governo egiziano, rimanere in Egitto e svolgere una funzione attiva e costruttiva all’interno della società egiziana: in fondo Mosè era cresciuto alla reggia egiziana e, come Giuseppe a suo tempo, avrebbe potuto svolgere la funzione di inserire il popolo ebraico all’interno della società egiziana. In fondo più di una volta gli ebrei hanno svolto funzioni importanti anche nelle società in cui hanno vissuto: la storia del popolo ebraico, ma anche quella dell’umanità, sarebbe stata diversa, in quanto l’esperienza egiziana è nel DNA del popolo ebraico (pensiamo ad esempio all’idea di libertà e alla promulgazione dei 10 comandamenti).

Comunque, una volta accettata la leadership contro la sua volontà, Mosè sarà poi costretto più volte a pentirsene di fronte alle critiche e alle ribellioni  del popolo ebraico sia in Egitto sia nel deserto sorte in più occasioni:  la mancanza di acqua e di cibo, la scomparsa di Mosè che portò alla creazione del vitello d’oro, il reportage dei rappresentanti delle 12 tribù al ritorno dal “tour” esplorativo nella terra di Canaan, la protesta di Korach e della gente che era riuscito a trascinare nella protesta.

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28 Mag 2021 Comunità Ebraiche

Quando l’osservanza religiosa incontra lo sport

David Di Segni 

Religione e sport professionistico possono coesistere. Di esempi ne abbiamo diversi, come il campione del Baseball Sandy Koufax, che nel 1965 rinunciò alla prima partita delle Word Series di Baseball perché cadeva lo stesso giorno di Yom Kippur. Scelta che non gli ha impedito di diventare una leggenda dello sport, alzando al cielo per quattro volte il trofeo più ambito della categoria. Un altro di questi casi, portato alle cronache dal Times of Israel, è quello del diciottenne americano ed ebreo osservante Elie Kligman, studente della Cimarron-Memorial High School di Las Vegas e giovane promessa del Baseball. Alla domanda su come, in futuro, possa conciliare entrambe le cose, lui ha risposto: “La maggior parte dei ragazzi non gioca 162 partite all’anno. Se fossi un ricevitore, non giocare due giorni alla settimana sarebbe abbastanza normale, quindi non credo che sia così diverso da ciò che fanno gli altri. Mancherei solamente in giorni diversi”.

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27 Mag 2021 Comunità Ebraiche

“Due popoli, due Stati è ormai impraticabile, serve uno Stato binazionale”. Intervista ad Abraham Yehoshua

Lo scrittore israeliano vede un “orizzonte cambiato” nel rapporto fra Israele e Palestina. “Ora è importante la prosa più che la poesia”

Umberto De Giovannangeli

La sua passione civile e lucidità intellettuale resistono al trascorrere del tempo, così come la capacità politica e culturale di spiazzare gli interlocutori, con considerazioni che rappresentano un “sasso” di sagacia e immaginazione lanciato nell’acqua stagnante del dibattito in Israele e in Palestina. Un pragmatico sognatore: questo è Abraham Yehoshua, tra i più affermati e conosciuti a livello internazionale scrittori israeliani. Prima di rientrare in Italia dalla loro missione in Israele e in Cisgiordania, Roberto Speranza e Arturo Scotto lo hanno incontrato nella residenza dell’ambasciatore italiano nello Stato ebraico, Gianluigi Benedetti. Per anni Yehoshua è stato un tenace sostenitore di una pace fondata sulla separazione: due popoli, due Stati. Ma ora l’orizzonte è cambiato, ragiona lo scrittore israeliano, è l’idea dei due Stati rischia di diventare una sorta di mantra ripetuto stancamente pur di non fare i conti con la realtà: e la realtà, annota Yehoshua, impone di abbracciare un’altra causa, di tentare un’altra strada: quella di uno Stato parzialmente binazionale, che riguardi, almeno in prima battuta, i palestinesi della West Bank e di Gerusalemme Est: “Da democratico – sottolinea con foga Yehoshua – non possono rinunciare al principio che tutti i cittadini devono essere eguali di fronte alla Legge, senza distinzione per appartenenza etnica o religiosa. Come progressista, guardo con preoccupazione al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi e credo che in questo momento è importante la prosa più che la poesia, e ciò significa che riconoscere agli abitanti della Cisgiordania diritti sociali di primaria importanza, quali sono, ad esempio, il diritto alla sanità e alla pensione, sia un tratto fondamentale, perché tangibile, di ciò che può volere dire uno Stato binazionale. Prendere atto della realtà non vuole dire subirla, ma neanche cancellarla in nome di una idea, quella dei due Stati, divenuta ormai impraticabile”.

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26 Mag 2021 Comunità Ebraiche

La benedizione che rompe le barriere e unisce

Parashà di Nasò

Rav Scialom Bahbout

Il testo della Birkàt kohanim, la benedizione sacerdotale – che si trova proprio al centro della parashà Nasò – dovrebbe essere ricordato per la prima volta quando Aronne pronunciò la benedizione, il giorno della cerimonia della sua nomina a Gran Sacerdote: “Aronne sollevò le mani verso il popolo e lo benedisse .. “ (Levitico 9: 22).

Nell’analizzare questa benedizione dobbiamo innanzi tutto rispondere ad alcune domande:

1)      Qual è il senso del verbo levarèkh, benedire?

2)      Qual è il motivo per cui questa benedizione si trova proprio nel contesto della narrazione della partenza delle 12 tribù di Israele verso la Terra promessa.

3)      Qual è il senso da dare alla radice Barèkh in generale e in questo contesto in particolare

4)      Qual è il motivo per cui la Berachà che dicono i sacerdoti devia dalla formula consueta per  le benedizioni che si dicono quando si eseguono le mizvot: infatti si  aggiunge che l’ordine è di dire questa benedizione è eseguito “Beahavà –  con amore”

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21 Mag 2021 Comunità Ebraiche