Torà | Kolòt-Voci

Categoria: Torà

Opinione pubblica ed educazione ebraica

Rav Izchak Hutner z’zl*

Yitzchak HutnerUn noto scrittore ebreo della fine dell’ottocento in un periodo in cui gli ebrei erano stati accusati di “Omicidio rituale”, trovò consolazione nel fatto che la situazione pur tragica dimostrava la possibilità che… “Tutto il mondo avesse torto e gli ebrei, ragione. Infatti quale maggiore contraddizione può esistere se non quella tra un ebreo e il consumo di sangue? E tuttavia questa contraddizione è cosa creduta vera.” Per questo scrittore ci volle l’accusa di omicidio rituale per distruggere la sua fede nell’opinione pubblica e per trovare una consolazione nella pur triste situazione. Le sue osservazioni sono una testimonianza dell’enorme influenza che l’opinione pubblica esercita nei confronti degli ebrei nel mondo moderno. Non è rimarchevole che ci voglia una tragedia nazionale come l’accusa di omicidio rituale per potersi liberare dell’oppressione dell’opinione pubblica?

Se l’influenza dell’opinione pubblica del mondo esterno nei confronti degli ebrei di oggi è fin troppo marcata, bisogna ricordare che nel passato non è sempre stato così.

“…averti fatta parte per te stesso”

Il cognome del nostro primo patriarca Avraham era “HaIvri” (“L’Ebreo”). Nella traduzione letterale della parola, questo nome denota l’origine geografica della nostra stirpe, la cui culla era in “Ever Hanahar” (Mesopotamia). Esiste tuttavia un significato piu` profondo al di là della traduzione letterale. Il Midrash insegna che il nome “HaIvri” non ha semplicemente un significato geografico ma deriva dalla parola “Ever” che significa in generale “Parte”; il cognome “HaIvri” esprimeva l’idea che Avraham era sempre da una parte mentre il resto del mondo era dall’altra, cioè che Avraham aveva una posizione opposta a quella del resto del mondo.

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Rabbini capo di Roma del 900. Altro che marginali

E’ uscito un nuovo numero della Rassegna Mensile di Israel, curato da David Gianfranco Di Segni e Laura Mincer, interamente dedicato ai Rabbini Capo di Roma della prima metà del Novecento: Vittorio Castiglioni, Angelo Sacerdoti e David Prato. Si tratta di uno spaccato su un importante momento della storia ebraica e italiana, ancora poco studiato, che mostra come l’ebraismo italiano, a dispetto di quanto comunemente si pensi, non fosse affatto marginale e isolato, ma partecipasse a pieno titolo alle grandi istanze con cui si dovette confrontare l’ebraismo mondiale nella prima metà del secolo scorso.

Prefazione di Riccardo Di Segni

RMI RabbiniQuesto volume è dedicato a tre figure che si sono succedute nella carica di Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma nella prima metà del XX secolo: Vittorio Castiglioni, Angelo Sacerdoti e David Prato. Il segno della loro attività è ancora vivo nelle memorie delle persone, ma accanto al racconto orale le testimonianze e i documenti scritti sono numerosi e degni di grande attenzione. È quanto si è cercato di fare organizzando a Roma, nella sede del Centro Bibliografico dell’UCEI, a cura del Collegio Rabbinico Italiano e della Comunità ebraica, tre distinti convegni, che hanno sollecitato lo sviluppo di ulteriori ricerche e hanno raccolto e divulgato il frutto di quelle in corso. Da questi eventi nasce il presente volume.

La prima metà del secolo scorso fu, per il mondo ebraico europeo, un periodo decisivo, incomparabile per la sua drammaticità alle epoche precedenti e seguenti. Anche l’ebraismo italiano ne rimase gravemente investito. Due guerre coloniali (Libia ed Etiopia), due guerre mondiali, la nascita e la fine di una dittatura, le leggi razziali e la Shoà, la fondazione dello Stato d’Israele trascinarono gli ebrei in un vortice di eventi difficilmente controllabili. Decisivo fu il comportamento della leadership, e di quella religiosa in particolare, che si era assunta, in aggiunta ai tradizionali compiti, incarichi di natura politica nei difficili rapporti con le autorità. Le catastrofi politiche dei fatali cinquant’anni avevano rimesso in discussione tutto per gli ebrei italiani; il modello di integrazione totale, che aveva raggiunto le sue massime realizzazioni alla fine della Grande Guerra, entrò in crisi progressiva con il fascismo: le coscienze si lacerarono, le Comunità si divisero e su di esse si abbatté prima la scure delle leggi razziali, poi l’incubo delle deportazioni e dei massacri. Lo smarrimento investì tutto l’ebraismo italiano, ma fu Roma a sostenerne un peso importante, per l’entità numerica e per la posizione geografica vicina al cuore del potere politico.

Sotto questi aspetti l’opera dei tre rabbini romani è di estremo interesse, offrendoci la possibilità di studiare come i rappresentanti della tradizione abbiano potuto o voluto interagire con cambiamenti radicali e costituire un riferimento saldo in momenti di tempesta. Non si può esaminare il loro ruolo senza contestualizzarlo nel momento storico in cui hanno agito, ciascuno con la sua personalità, le sue attitudini, il suo carisma. Perché di tre personalità molto diverse si tratta, che si misurarono di volta in volta con differenti problemi.

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My Hanukkah. Una app per genitori digitali

My HanukkahCosa succede quando un papà cerca nel web immagini sulle festività ebraiche da scaricare per far colorare i propri bambini…e non ne trova di adatte? Può non succedere niente. Quel papà potrà con rammarico arrendersi o al massimo mettersi a disegnare. Ma se quel papà (Andrea Moshi) è intraprendente ed i suoi amici (Yasha Maknouz e Debora Castelnuovo) lo sono altrettanto, da quella lacuna prende vita un originale progetto, trova posto una soluzione decisamente creativa, multimediale! E’ nata così AppSameach, prima un sito – assolutamente da vedere – ed ora anche un’applicazione, per condividere e insegnare ai più piccoli le festività della tradizione ebraica con leggerezza e rispettando i tempi del racconto.

Di recente pubblicazione infatti la loro My Hanukkah, è la prima di una serie di libri interattivi che insegna – in una dimensione ludica – la storia dei momenti sacri del popolo ebraico attraverso le festività più sentite. E non solo per colmare una lacuna ma per far sentire il calore, con uno strumento innovativo, della forza e del potere della tradizione.

Non risulterà strano che la segnalazione di questo progetto così interessante trovi posto in questo blog. Da sempre ripeto che recensisco solo storie, storie, storie e giochi no, no, no. In questo caso, ci si trova di fronte ad un pezzetto di Storia con alcuni giochi, storia che tutti dovremmo conoscere a prescindere dalle diverse convinzioni religiose e spirituali.

In questa app troviamo un mondo interattivo (sviluppato con Pubcoder) che porta con sé didatticaintrattenimento e divertimentotra le pagine di una storia di fascino…è sempre così quando c’è un miracolo di mezzo!

In apertura di tavola si coglie la struttura dell’app: dalle tre piccole nuvole al touch abbiamo accesso alla sezione La Storia, da leggere in autonomia e da ascoltare con l’illuminazione progressiva del testo in rosso, le Attività, che offrono FormeSuona il piano! (magnifica), Trova le differenze e Brachot (le Benedizioni) e la sezione Pagine da colorare. Una ricchezza di contenuti a portata di bambini e ragazzi, al servizio dello spirito d’osservazione, della manualità e della musica. E’ disponibile in italiano, ebraico, inglese, francese; per la selezione della lingua, un touch sull’icona dell’indice fa comparire, in alto a destra, un’icona-bandiera con la tendina per la scelta. Continua a leggere »

Il piccolo esodo degli ebrei italiani

Aliyah. Fra crisi e identità, il piccolo esodo verso Israele degli ebrei italiani. Nel 2014 sono partiti in 300. Mai così tanti dagli anni ’70. Un tempo erano ragazzi, ora soprattutto famiglie. Più romane che milanesi. Alla ricerca di un impiego e della possibilità di vivere pienamente la propria cultura

Giorgio Ghiglione

Aliyah_Young_Aliyah_main (1 of 1)Trecento persone. È il numero degli ebrei italiani che nel 2014 ha scelto di fare l’aliyah, l’emigrazione verso Israele. Una piccola cifra se paragonata all’esodo che riguarda la Francia, ma nel nostro Paese la comunità è molto più ridotta, attestandosi intorno ai 35 mila membri, secondo le stime della comunità ebraica di Milano. «Non è una migrazione colossale, però è un dato interessante se uno guarda la serie storica» spiega il professor Sergio Della Pergola, docente di Studi sulla popolazione ebraica all’Università di Gerusalemme. «L’immigrazione più massiccia è avvenuta subito dopo la Guerra dei Sei giorni, quando si arrivò al massimo storico, poco più di 350 persone», continua Dalla Pergola. «Quest’anno siamo alla cifra più alta a partire dagli anni ’70».

Quello degli olim, questo il nome degli ebrei che vanno a vivere in Israele, è un fenomeno in crescita da almeno 10 anni. Come ci racconta ancora Dalla Pergola: «A partire dal 2003-04 si è verificato un continuo incremento nel numero degli immigrati verso Israele. Se guardiamo i dati degli anni precedenti, sia nel 2013 che nel 2012 il numero è di circa 130-140 persone. Nel 2014 abbiamo un raddoppio rispetto ai dati dei due anni precedenti, che a loro volta erano più alti rispetto a quelli di tutto l’ultimo decennio».

Ma chi sono i nuovi israeliani di origine italiana? «Ce ne sono due tipi» racconta al telefono da Tel Aviv Fiammetta Maregani. «Quelli come me che non vengono solo per ragioni legate al sionismo, ma anche per motivi culturali ed economici, e quelli invece più legati agli ideali religiosi e sionisti». Ricercatrice in antropologia all’Università di Tel Aviv, Maregani si è trasferita in Israele nel 2012. «Fino a dieci anni fa – spiega – quelli che facevano l’aliyah per ragioni politiche e religiose erano più numerosi. Oggi, vista anche la crisi in Italia, molti si trasferiscono per motivi economici».

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Il tallèt di mio padre

Wahavienu leZion beRinnà” – “ Riportaci a Zion con Gioia”

Ariel Arbib

talled01Nel Talmud è scritto che nella vita nulla succede per caso e nulla accade, se non perché noi stessi ci rendiamo in qualche modo gli artefici degli eventi o non ne creiamo i presupposti perché essi accadano. Per questo, fatti incredibili possono sembrarci tali a prima vista, ma in effetti non sono altro che il risultato dei nostri consapevoli o inconsapevoli interventi. Come sarebbe altrimenti possibile comprenderne il significato, se non attribuendolo a misteriosi ed imperscrutabili fenomeni di magia? Può succedere per questo, che nel naturale e monotono scorrere del tempo singoli personaggi e situazioni casuali, distanti tra loro anche nello spazio, vengano tuttavia fatalmente a contatto. Quando ciò accade, singoli episodi personali, prima totalmente avulsi l’uno dall’altro, si riaccordano con pazienza pezzo dopo pezzo, proprio come le tessere sparse di un puzzle che, ritrovando ordinatamente il proprio giusto spazio, arrivano poi a delineare e a dar forma ad un quadro completo e definito che non avremmo mai neppur immaginato un giorno di poter vedere e toccare con mano.

Spesso, come dicevo, i protagonisti di queste incredibili storie non si sono mai conosciuti e nemmeno mai incontrati tra loro, ma hanno ugualmente contribuito, ognuno per proprio conto e quasi mai volontariamente, a modificarne il corso naturale, spingendole a diventare esperienze uniche ed affascinanti per il solo fatto di essere casualmente capitati nel posto giusto al momento giusto.

La filosofia araba è portata a spiegare questi accadimenti con una sola parola: Maktub: ‘E’ scritto!’. Definendo così ermeticamente il destino di ciascuno di noi come un fatto già stabilito e preordinato dall’Alto e dal quale nessuno può prescindere o sfuggire. Chi invece come me, crede che nella logica dei gesti ci sia qualcosa di Divino e di trascendente, è portato a ritenere che con la scelta delle proprie azioni sia possibile condizionare la propria vita e quella degli altri, determinando per questo cambiamenti epocali e direi in qualche caso anche miracolosi.

Quella che sto per raccontare è verosimilmente una storia come queste, non ha per protagonista un eroe e nemmeno un’eroina, ne un miracolato, ne l’artefice di un accadimento magico, ma è l’incredibile storia, il tragitto di un oggetto sacro, un prezioso manto di preghiera, un Tallet di seta. Quello di mio padre.

Colui che lo aveva così finemente tessuto e ricamato a Tripoli, quasi cento cinquanta anni fa, aveva probabilmente già stabilito quale sarebbe stato il suo meraviglioso destino.

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Con il mitra e il Talmud per non morire sulle strade d’Israele

Fra gli ebrei più odiati del mondo. Viaggio con i coloni a Hebron e Nablus, dove sbagliare una via può costarti la vita. Pionieri incompresi che reggono la sicurezza del paese. A guardia di colline dove le notti sono più lunghe, oscure e feroci. Hanno un messaggio per Obama: ”Israele non farà come la Cecoslovacchia, che per sottostare a Chamberlain alla fine venne divorata da Hitler”.

Giulio Meotti

6166314299_be44266d3cLa “trampeada”, nel Gush Etzion, è piena anche di notte di ragazzi israeliani che fanno l’autostop. Come se non fosse mai successo niente. Come se alle 22.30 del 12 giugno scorso, i loro amici Eyal, Naftali e Gilad non fossero mai saliti a bordo dell’auto-trappola di Hamas e non fossero mai stati uccisi dopo il sequestro e gettati in un campo, come cani. La prima cosa che ti colpisce, entrando nelle colonie israeliane di notte, è il livello di oscurità. Sale vertiginosamente a mano a mano che ti allontani da Gerusalemme. E’ bene non bucare né scendere sotto una certa velocità.

Per capire la “terra incognita” di Israele, gli insediamenti e i suoi abitanti, li abbiamo visitati non come giornalisti, ma come civili israeliani. Con i coloni che ci vivono. Tutto il mondo parla di loro. E da Obama all’Onu, tutti vogliono cacciarli dalle loro case.

Senza il Gush Etzion, su Gerusalemme gli attentati si moltiplicherebbero e i missili pioverebbero come da Gaza su Sderot. “Se esiste una Gerusalemme ebraica, lo dobbiamo ai difensori di Gush Etzion”, diceva il fondatore dello stato David BenGurion. Furono gli abitanti del Gush a fermare l’avanzata della Legione Araba su Gerusalemme nel maggio del 1948. Furono tutti giustiziati dagli arabi dopo essersi arresi.

Visitiamo Carmei Tzur, l’ultimo avamposto del Gush, un insediamento dal paesaggio pastorale, brullo, premoderno, su una collina di pietre e sterpi in mezzo al deserto della Giudea. Ci vive gente colta e religiosa dagli abiti colorati, stile hippie, e amano la terra, i tramonti, i pascoli. L’insediamento nacque in una notte del 1985. Duecento israeliani arrivarono con gli scialli di preghiera, il generatore per la luce elettrica, i mattoni per costruire gli scalini che salgono sulle case mobili, messe ad angolo retto. Chiamarono la comunità col nome della famiglia Tzur, madre e figlio uccisi in un agguato.

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La preghiera per un malato terminale colpito da enormi sofferenze

Alfredo Mordehai Rabello

euthanasia4-1-770x512Possiamo dire che in linea generale la Torà vieta di accelerare, in modo diretto od indiretto, la morte di un malato terminale, colpito da sofferenze. Le fonti ebraiche danno tuttavia la possibilità di rivolgersi a D-o con la preghiera.

Il primo testo rilevante è Talmud  Babilonese, Ketubot,104 a:

“È raccontato che il giorno in cui riposò l’anima  [= morì] di Rabbì Jehudà [il redattore della Mishnà] i Rabbanim decretarono un digiuno e chiesero pietà [dal Cielo]….

In un primo momento la serva di Rabbì Jehudà  [che conosceva bene la Torà e fungeva da infermiera] si associò alla Tefillà dei Rabbanim:

“La serva di Rabbì Jehudà salì sul tetto, [e] disse: i superiori richiedono Rabbi e gli inferiori richiedono Rabbi – Ti sia  gradito che gli inferiori pieghino i superiori.”

Spiega il Maarsha [Rabbì Shmuel Eideles. 1555 Krakow, Polonia – 1631 Austria ] che i superiori  rappresentano l’anima   mentre gli inferiori il corpo.

In un secondo momento pero`, la serva,  colpita dalle enormi sofferenze causate a Rabbi dalla malattia intestinale di cui soffriva, cercando di fare smettere per un momento la Tefilla` dei Rabbini con uno stratagemma, pregò  che fosse gradito al Signore che i superiori pieghino gli inferiori; la sua preghiera fu esaudita e Rabbi morì.  [Si veda Rav Shelomo Goren, Torat Harefuà, Gerusalemme, 2001, p. 49 (in ebraico)].

Scrive a tal proposito Rabbenu Nissim Gherondi (il Ran, XIV secolo): “mi sembra che questa sia l’intenzione del Talmud, talvolta dobbiamo chiedere pietà per il malato che muoia, come quando l’ammalato soffre parecchio e non può vivere, come e` riportato a proposito di Rabbi”. Il Ran ritiene quindi che avesse ragione la serva di Rabbi Jehuda hanassi` e non gli altri Saggi e si puo` arrivare alla conclusione che la halacha` ribadisce il divieto di agire per sollevare il malato con azioni che ne affrettino la morte, mentre sara` azione meritevole pregare per lui che possa avere una agonia breve.  Continua a leggere »