Torà | Kolòt-Voci

Categoria: Torà

Dissoluzione ebraica in nome dell’Umanità

Già lo scorso anno era uscito il provocatorio libro “To Heal the World?” (Curare il mondo? – Come la sinistra ebraica erode l’ebraismo e mette in pericolo Israele) facendo il verso al libro di rav Jonathan Sacks dal titolo simile. (Kolòt)

OPINIONI – Niram Ferretti

Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx ritrae nella Questione ebraica del 1844, l’ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell’odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo che verrà. Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all’”oppio” religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l’uomo sarà pienamente Uomo e niente più di quello. E’ la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, L’ebreo non ebreo, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.

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Shtisel, la serie che racconta gli ebrei “ultraortodossi”

Ugo Volli

Li chiamano ultraortodossi, una denominazione che è già una condanna; oppure “i neri”, dal colore del loro abbigliamento – un altro soprannome poco simpatico. Li confondono spesso con i nazionalisti che fanno della difesa dello Stato di Israele un dovere anche religioso, mentre la maggior parte di loro sono poco interessati all’esistenza dello Stato e alcuni anzi decisamente contrari, perché credono che solo la volontà divina e non la politica può riportare gli ebrei nella loro terra. Per questo, e per non distrarsi dallo studio dei libri sacri, buona parte di loro rifiuta il servizio militare, suscitando le proteste dei laici.

Sono i charedim, una parola che significa “timorati” (del Cielo). Della variopinta popolazione ebraica e di Israele costituiscono l’ala più tradizionale, che si sforza non solo di rispettare minuziosamente i precetti biblici, ma anche di mantenere i costumi adottati durante l’esilio, soprattutto in Polonia: la lingua yiddish, i vestiti neri di stile ottocentesco per gli uomini e quelli molto tradizionali e modesti per le donne, l’educazione nelle scuole talmudiche o Yeshivot, la fedeltà a dinastie di rabbini che prendono il nome dalle cittadine dell’Europa orientale dove avevano sede i loro antenati; una religiosità molto sentita, che impregna di sé ogni momento della vita; una convivialità intensa ma assai chiusa, per cui non si fraternizza se non coi membri del gruppo; un’organizzazione sociale basata su famiglie assolutamente tradizionali con tanti figli, in cui hanno un ruolo speciale gli anziani e i capifamiglia. E’ un mondo caldo e rassicurante, che cerca di non farsi contaminare dalla modernità sociale e spesso anche tecnologica. Per questa ragione risulta difficile da capire a chi non la condivide e può apparire oppressivo e artificiale. Il dato significativo è che questi gruppi non stanno affatto estinguendosi, come credevano i fondatori laici dello stato di Israele, ma si espandono grazie al loro tasso demografico, ma anche per la loro capacità di coinvolgere ebrei non religiosi.

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Chi era Herman Wouk (1915-2019)

Paolo Martini

Lo scrittore statunitense Herman Wouk, decano dei romanzieri storici a livello mondiale, narratore di appassionate storie belliche e di vicende legate alla sua fede ebraica, è morto nel sonno, nella sua casa di Palm Springs, in California, dopo aver vissuto a lungo a Washington. Avrebbe compiuto 104 anni tra dieci giorni. L’annuncio della scomparsa è stato dato dal suo agente letterario.

Wouk è autore di numerosi romanzi, tradotti in 29 lingue. Il suo capolavoro è considerato “L’ammutinamento del Caine” (vincitore nel 1951 del Premio Pulitzer), affresco storico a forti tinte, oggetto di fortunati adattamenti per il teatro a Broadway (1953) e per il cinema (1954), con il film diretto dal regista Edward Dmytryk, con Humphrey Bogart nella parte del comandante Queeg.

Wouk è anche l’autore di “Marjorie Morningstar. Sotto una coperta di stelle”, che uscì nel 1955 diventando un bestseller di enorme successo e un film diretto da Irving Rapper, con Natalie Wood nei panni della protagonista. Il romanzo gli valse la copertina del “Time”. Tra i molti romanzi di Wouk pubblicati in Italia figurano “Questo è il mio Dio”, “Il ragazzo della città”, “Sangue giovane”. Ha fatto della guerra uno dei motivi ricorrenti della sua narrativa: in questo ambito spicca “Venti di guerra”, in cui vengono descritti gli avvenimenti che diedero inizio al secondo conflitto mondiale, a partire dal marzo 1939 fino all’ingresso in guerra degli Stati Uniti nel dicembre 1941. Il romanzo ha ispirato l’omonimo “Venti di guerra”, la serie televisiva in sette puntate del 1983 diretta da Dan Curtis e interpretata da Robert Mitchum, Ali MacGraw, Jan-Michael Vincent e John Houseman.

Nato a New York il 27 maggio 1915 da una famiglia di ebrei russi, durante la seconda guerra mondiale Wouk prestò servizio in marina e poco dopo pubblicò i primi romanzi (“Aurora Dawn”, 1947; “City boy”, 1948).

E’ autore della commedia “Nature’s way” (1957), del libro di saggi “This is my God” (1959). Tra le opere più recenti, sono inoltre da segnalare: “The hope” (1993); “The glory” (1994); “The will to live on: the resurgence of jewish heritage” (2000), un saggio narrativo in cui racconta l’importanza delle radici ebraiche nella cultura; “A hole in Texas” (2004).

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https://www.adnkronos.com/cultura/2019/05/17/morto-herman-wouk_QBdIH9FUHz9xk5osnEXeIL.html?refresh_ce

La strana storia dello Yafùtzu: È giusto cantarlo ai matrimoni?

Riccardo Di Segni *

Da qualche tempo si sta diffondendo a Roma una nuova abitudine: chiedere che durante i matrimoni venga cantato, con accompagnamento musicale, lo Yafùtzu. Vorrei spiegare cosa è questo canto e perché non mi entusiasma il fatto che sia cantato nei matrimoni.

L’inno liturgico chiamato Yafùtzu, dalle prime parole, Yafùtzu oyevèkha, è, per la sua melodia solenne e toccante, uno dei brani musicali più belli della tradizione ebraica romana. Non sappiamo bene chi sia stato l’autore, benché il nome compaia come acrostico all’inizio delle quattro strofe che lo compongono: Yoàv. Si pensa che sia stato Yoàv ben Yechièl, un poeta liturgico romano del medioevo. La prima volta che compare in un testo a stampa è in un formulario ashkenazita del 1545. Poi compare nella Tefillat hachodesh sefardita livornese, in piccoli caratteri (che indicano che fosse poco usato), come inno per l’apertura dell’Aròn il sabato mattina. Il testo riprende brani della Bibbia, invocando la dispersione dei nemici, ricordando il servizio dei sacerdoti, invocando la venuta del messia.

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«I magnifici Sette»

Massimiliano Boni*

Sette rabbini romani per sette giorni

Parliamo di Rabbini?
Ho una naturale ammirazione e stima per i rabbanim. Che sarebbe una comunità senza un rav? Probabilmente, non ci sarebbe neppure una comunità. I nostri rabbanim sono molti, per fortuna. In questi anni, alcuni ho avuto modo di conoscerli meglio di altri. Confidando nel loro senso dell’umorismo, ho provato a stilare una piccola formazione, buona per tutta la settimana; eccola: 

Yom rishon: il rav «Bon Monghed»
Rabbino de’ core, generoso, è il rav della porta accanto, quello cui non puoi non dare del tu; sempre in maniche di camicia, è protagonista di lezioni gorgoglianti e animate. Si è un po’ immalinconito da quando sciacqua i panni in Arno, e sospira: «Io però so’ judìo de Roma!». 

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Studiare il Talmud

Ugo Volli – Cartoline da Eurabia 25.12.2017

Cari amici, non prendetela per una provocazione, non lo è e non vuole esserla. Ma oggi, il giorno di Natale, voglio parlarvi di cultura ebraica. Non solo perché quel bambino che forse nacque in questo giorno e forse no (http://www.lastampa.it/2017/12/23/societa/chi-ha-deciso-che-natale-il-dicembre-KnzNgzfprBhGjURczehbYI/pagina.html) era ebreo e al suo ebraismo ci teneva, ma soprattutto perché in questi giorni in cui i simboli cristiani (o forse quelli della religione dei consumi) sono dappertutto, anche gli ebrei sono naturalmente spinti a pensare a se stessi e alla loro identità. Pochi giorni fa si è conclusa la festa di Hanukkà, che è per l’ebraismo proprio la celebrazione della difesa del culto (e della cultura). Anche questa è una ragione per parlarne.

Parlando di cultura ebraica di solito oggi si tende a pensare a Kafka e Chagall, Einstein e Freud, Benjamin e Morandi, e così via, insomma ai principali artisti e intellettuali ebrei degli ultimi due secoli. Sarebbe impossibile e insensato negare l’importanza della loro opera e anche in diversi sensi il suo carattere ebraico, i legami che essi hanno col loro popolo. Ma si tratta di una fioritura che è certamente periferica rispetto all’identità storica dell’ebraismo e al suo baricentro. Il nucleo autentico di ogni cultura sono i suoi classici, che si tratti d’arte, di letteratura, di filosofia, di diritto. Su di essi si misura ogni nuova produzione; l’innovazione li sfida, li modifica, li riprende, prova magari ad annullarli, ma alla fine, quando ne è in grado, si unisce ad essi.

Per la cultura ebraica i più grandi classici sono due: la Torah scritta, o Tanakh (più o meno quello che i cristiani chiamano “Antico Testamento”, anche se con l’esclusione di qualche opera, un ordine diverso e qualche differenza testuale) e la “Torah orale”, innanzitutto il Talmud. Mentre il Tanakh è sempre stato accessibile e oggi è disponibile in ottime traduzioni, anche interlineari, il Talmud era sostanzialmente indisponibile ai lettori italiani fino all’anno scorso, quando è iniziata l’edizione di una grande traduzione curata dal rabbinato italiano. Nei giorni scorsi è uscito il secondo volume (in due tomi) di questa opera grandissima anche per dimensioni, il trattato di Berakhot (che significa “benedizioni”, ma si occupa soprattutto della liturgia quotidiana. Esso è particolarmente importante perché è il primo dell’ordine tradizionale e uno dei più rilevanti sul piano teorico e intellettuale. Se qualcuno vuole cercare di capire qualcosa di cultura ebraica, dopo aver letto la Torah scritta, deve certamente partire da questa traduzione, accuratamente annotata. Continua a leggere »

Gerusalemme e la centralità ebraica

Riccardo Di Segni

Caro Direttore, martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni. All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi. La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana. La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.

II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale. Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico. Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. Continua a leggere »