Shoah | Kolòt-Voci

Categoria: Shoah

Se avessi dormito per un’ora, trenta persone sarebbero morte

Durante la seconda guerra mondiale ha salvato la vita 
a migliaia di ebrei falsificando i loro documenti. Poi ha continuato per anni 
ad aiutare i movimenti clandestini di tutto il mondo

Pamela Druckerman, The New York Times

kaminskyÈ il 1944 nella Parigi occupata dai nazisti. Quattro amici passano le loro giornate in una piccola stanza in cima a un palazzo della rive gauche. I vicini pensano che siano pittori, ma è una copertura per giustificare l’odore di prodotti chimici. In realtà i quattro fanno parte di una cellula della resistenza ebraica. Gestiscono un laboratorio clandestino in cui falsificano passaporti per le famiglie che rischiano di essere deportate nei campi di concentramento. Il più giovane del gruppo è il direttore tecnico del laboratorio, si chiama Adolfo Kaminsky e ha 18 anni.

Se non siete sicuri di aver fatto abbastanza nella vostra vita, allora è meglio che non vi paragoniate a Kaminsky. A 19 anni aveva già salvato la vita a migliaia di persone, falsificando documenti per permettergli di nascondersi o espatriare. In seguito ha continuato a fornire false identità a persone coinvolte in quasi tutti i principali conflitti del novecento.

Oggi Kaminsky ha 91 anni. È un uomo di bassa statura con una lunga barba bianca e una giacca di tweed, che passeggia per il suo quartiere appoggiandosi a un bastone. Vive in un modesto appartamento non lontano dal suo vecchio laboratorio. Mentre lo seguo insieme a una troupe, gli abitanti del quartiere mi chiedono chi sia. Rispondo che è un eroe della seconda guerra mondiale, anche se la sua storia va molto oltre la linea del conflitto ed è ancora dolorosamente attuale, in un’epoca in cui i bambini muoiono sotto le bombe in Siria o sono costretti a salire sui barconi.

Come gran parte degli occidentali, di solito ignoro la sofferenza di queste persone e presumo che qualcun altro si occuperà di loro. Ma Kaminsky, un ragazzo povero e in pericolo, si è impegnato in prima persona, durante la guerra e per molte altre cause. Perché lo ha fatto?

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Profughi e salvatori nell’Italia fascista e del dopoguerra

Una piccola ma intensa pubblicazione a cura di Donato Grosser fa luce sugli enormi sforzi, portati avanti da pochi valorosi, per salvare tanti ebrei dalla tragedia

Riccardo Di Segni

grosserPrima che si abbattesse sugli ebrei italiani la tragedia della persecuzione razziale e poi della shoà, l’Italia fu per qualche anno una sorta di isola di salvataggio per migliaia di ebrei in transito in fuga dall’Europa centrale.

La relativa calma politica, malgrado il regime dittatoriale, e la necessità di intervenire in aiuto dei profughi favorirono la nascita e il consolidamento di una struttura organizzata di assistenza, supportata da finanziamenti internazionali e tollerata dalle autorità italiane per vari motivi, non ultimo quello di avere a disposizione qualcuno che al loro posto potesse fare un lavoro ingrato, senza contare il non tanto piccolo beneficio derivante dall’afflusso di valuta estera pregiata.

Ma tutto questo non si sarebbe potuto realizzare senza l’impegno, la competenza e la dedizione di alcune persone: serviva capacità organizzativa, abilità politica, conoscenza delle lingue e con il passare del tempo, quando anche da noi le cose cominciarono a precipitare, una buona dose di coraggio. È proprio uno dei protagonisti di quella stagione, Bernardo Berl Grosser, ad aver trasmesso delle memorie importanti che il figlio Donato David presenta ora in questa pubblicazione.

La prospettiva della vicenda personale intrecciata ai grandi avvenimenti storici è in questa ricostruzione molto suggestiva. Diventano poi particolarmente intense le pagine che parlano degli anni sempre più difficili dal ’38 in avanti quando il lavoro crebbe insieme al rischio e gli addetti, da assistenti ai perseguitati diventarono loro stessi perseguitati e braccati.

Il lieto fine della vicenda personale di una nuova famiglia che si crea alla fine della guerra è tanto più goduto quando si pensa a cosa c’è stato prima. Una lettura stimolante che mette in ordine una storia molto bella che si conosceva finora in modo frammentario. Grazie a Donato Grosser per avercela fatta conoscere.

Donato Grosser: grosserconsulting@gmail.com

Il cardinale Fossati: niente aiuti agli ebrei, sono turbolenti e hanno già fin troppo”

Alla fine della guerra, l’arcivescovo di Torino disse no all’assegno del Vaticano destinato a un campo di rifugiati. Una studiosa ha ritrovato la lettera del rifiuto

Ariela Piattelli

Cardinale Maurilio Fossati

Cardinale Maurilio Fossati

Nel marzo del 1946 l’Arcivescovo di Torino Maurilio Fossati rispediva al mittente, al Vaticano, un assegno di 100 mila lire destinato agli aiuti per i mille ebrei scampati ai campi di sterminio nazista, ospitati nel campo profughi di Grugliasco, una delle stazioni di sosta, prima di prendere il mare per la Palestina. I sopravvissuti all’orrore, tutti stranieri, non erano considerati degni della carità perché «in massima parte soggetti turbolenti, trattati troppo bene e che abusano vendendo al mercato nero quello che sovrabbonda, che lasciano molto a desiderare quanto a moralità, donne in soli calzoncini succinti». Lo rivela un documento straordinario, ritrovato quasi per caso da Giulietta Weisz, ricercatrice volontaria dell’Associazione Italia-Israele. La lettera firmata dal Cardinal Fossati del 31 marzo del ’46, in cui spiega al Monsignor Baldelli della Pontificia Commissione Assistenza a Roma le ragioni del rifiuto dell’assegno, riporta parole durissime e di disprezzo nei confronti degli internati.

Il comandante del campo di Grugliasco, il Maggiore Brunnel, timoroso che il Vaticano potesse entrare nei suoi affari e aprire un’inchiesta sul campo, aveva convinto il Cardinale, prima con una visita, poi con un rapporto dettagliato, che i mille sopravvissuti alla Shoah erano trattati fin troppo bene e che non era necessario altro denaro visto che di loro se ne occupavano già gli alleati (come l’Unrra – «United Nations Relief and Rehabilitation Administration» e l’ente ebraico «American Joint Distribution Committee»). Ed è bastato poco per convincere Fossati ad impedire che l’assegno fosse destinato agli aiuti. Brunnel era andato da lui con due crocerossine, descritte dall’Arcivescovo nella lettera ritrovata come «persone mature, di molto criterio, ottime cristiane».

«Parrebbe che dalla strage degli ebrei siano sopravvissuti i meno degni: ungheresi e rumeni poi sono i più cattivi» scrive ancora Fossati, riportando le parole di una delle accreditate sorelle.

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Il caso Kielce e non solo. In Polonia continuarono a uccidere ebrei dopo la Shoah

Il pogrom del 1946 nella città polacca e la commemorazione di Babi Yar in Ucraina.

Daniel Mosseri

kielce1946BERLINO – Settantacinque anni fa a Babi Yar, in Ucraina, nazisti tedeschi e collaborazionisti locali massacravano alcune decine di migliaia di ebrei: gli storici non hanno ancora stabilito se i civili uccisi furono 33 mila o anche tre volte tanto, come indicano alcuni ricercatori. Quella compiuta alle porte di Kiev nel settembre del 1941 resta una delle peggiori carneficine della storia recente e il segno di come la macchina dello sterminio del popolo ebraico fosse già ben avviata dopo un rodaggio avviato con la Notte dei cristalli il 9 novembre del 1938. L’Ucraina di oggi ricorda con una serie di commemorazioni aperte dal presidente Poroshenko assieme al suo omologo israeliano Rivlin, poi rientrato a Gerusalemme per i funerali di Shimon Peres. Babi Yar è una macchia di sangue indelebile sulla mappa dell’Europa in guerra, eppure la fine del Secondo conflitto mondiale non ha comportato la fine delle violenze contro gli ebrei.

E’ il caso di Kielce, il 4 luglio del 1946. Quel giorno, nella città della Polonia centromeridionale si consuma il peggiore pogrom del Dopoguerra: l’efferata violenza di civili su altri civili in tempo di pace in virtù di odii antichi e moderni. La guerra è finita da un anno e la Polonia ricomincia appena a respirare. Nelle città ha fatto ritorno qualche sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti e qualche altro sparuto ebreo che era riuscito a scappare a est prima dell’arrivo delle SS. Non è un controesodo ma un rientro alla spicciolata: nel 1939 gli ebrei di Kielce erano 24 mila, un terzo della popolazione; sotto i nazisti la città viene dichiarata Judenrein, libera da ebrei; dai lager torneranno in 200 e, di questi, 42 perderanno la vita nel pogrom scatenato dai loro vicini di casa.

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Il gruppo di poker che salvò oltre 1300 ebrei

Marco Zanini

PokerOggi parliamo di una partita a poker tra amici che ha salvato la vita a milletrecento persone! Pochi giorni fa la rivista “Tablet” ha pubblicato un articolo parlando di un gruppo di amici pokeristi, tra cui Dwight Eisenhower, futuro presidente USA, che ha salvato più di milletrecento ebrei evacuandoli a Manila, durante la seconda guerra mondiale.

Manila, capitale delle Filippine, era il fulcro delle operazioni della “campagna delle Filippine” complesso di operazioni militari che vide l’esercito americano in coalizione con quello filippino contrapposto a quello giapponese. Nei rari momenti liberi si giocava a poker tra amici a casa di quattro fratelli ebrei, che gestivano un business di sigari a Manila, il presidente delle Filippine ed un colonnello dell’esercito americano che rispondeva al nome di Dwight Eisenhower.

Durante un board e l’altro, in partite che duravano fino all’alba, i giocatori misero a punto un piano di salvataggio che avrebbe evacuato oltre mille ebrei nelle Filippine. La storia inizia quando i quattro fratelli Frieder, Alex, Philip, Herbert e Morris produttori e commercianti in sigari decisero nel 1918 di spostare la loro fabbrica da New York a Manila, per ridurre i costi di produzione.

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Wiesel sapeva che senza Israele non si può combattere l’antisemitismo

Elie Wiesel, una vita per Israele

Antonio Donno

Elie-WieselElie Wiesel è stato un difensore dei diritti di Israele senza se e senza ma. E’ stato autore di romanzi splendidi, tra i quali l’indimenticabile “La notte”, ha girato il mondo per parlare della Shoah, ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nel 1982, è stato il protagonista di mille battaglie per la giustizia, ma la sua vita era per Israele. E’ stato tetragono nel difendere lo Stato degli ebrei di fronte ai suoi più accaniti critici, agli antisemiti di destra ma soprattutto di sinistra, ai sostenitori delle “buone” ragioni dei terroristi, da Hamas alla Jihad islamica, fino gli Hezbollah filo-iraniani; e ai politici occidentali, proni di fronte alle prepotenze e ai ricatti islamici.

Quando, nel 1975, una risoluzione delle Nazioni Unite equiparò il sionismo al razzismo – uno degli esempi più osceni di antisemitismo – Wiesel, pieno d’orrore, scrisse: “Non è la prima volta che il nemico ci imputa i delitti di cui egli stesso è colpevole. Si mettevano le mani sui nostri beni, e ci trattavano da avari; massacravano i nostri bambini, e ci accusavano di infanticidio. Per indebolirci, si cercava di colpevolizzarci. Per condizionarci, si tentava di deformare l’immagine che avevamo di noi stessi. No, il procedimento non è nuovo”. Ed è ancora in piena attività, oggi, come non mai. Il richiamo di Wiesel allora è ancor più valido – e necessario – oggi: “I nostri amici non-ebrei dovrebbero […] rivendicare il sionismo come un onore”.

In “Un juif aujourd’hui”, del 1977, Wiesel poneva la questione fondamentale, di un’attualità sconcertante: c’è posto per gli ebrei nel mondo? Nella Germania pre-nazista i tedeschi dicevano di avercela solo con gli ebrei polacchi, perché non volevano assimilarsi; in Francia, i francesi dicevano di avercela solo con gli ebrei tedeschi, perché erano troppo assimilati. E così via, in una serie ininterrotta di falsificazioni. “Tutto falso – scrive Wiesel – e ora lo sappiamo. Si trattava sempre e ovunque di noi tutti”.

Oggi è come allora. Più di allora. Il problema è, dunque, e Wiesel ben lo sapeva, che l’antisemitismo non fa distinzioni di condizione sociale, nazionalità, età. Sembra quasi che l’antisemita conosca e condivida, per i suoi fini persecutori, i versi di “Ani maamin”, l’incipit del dodicesimo dei tredici Principi della Fede di Mosè Maimonide: “Essere ebrei è credere / In ciò che ci lega / L’uno all’altro, e tutti in Abramo”. L’antisemitismo non conosce stagioni, situazioni, differenze. L’attuale, dilagante antisemitismo non ne è forse la prova? Wiesel ripeteva negli ultimi tempi che l’Europa ha dimenticato gli orrori contro gli ebrei di cui è stata artefice nel passato e sembra che non se ne vergogni.

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È morto Elie Wiesel, una vita per raccontare l’orrore dell’Olocausto

È morto Elie Wiesel, una vita per raccontare l’orrore dell’Olocausto. Il giornalista e scrittore, Premio Nobel per la pace, aveva 87 anni. Sopravvissuto all’Olocausto, fin dagli anni Cinquanta decise di essere un testimone, un combattente contro l’oblio

Susanna Nirenstein

Elie-WieselNon c’era cosa in lui che non parlasse di Dio, che non ci discutesse e litigasse: in una delle sue rare commedie, Il processo di Shangorod, l’aveva anche incriminato e messo a giudizio in uno shtetl del 1649, in Russia: era un dibattimento tra tre rabbini che aveva davvero visto ad Auschwitz, e non era mai riuscito a raccontarla. Tuttavia di Dio non dissertava mai, studiava e leggeva piuttosto ogni pagina dei testi sacri, traboccava di ebraismo, ne scriveva in continuazione, memorie, racconti, romanzi, personaggi biblici, riflessioni sul Talmud, 57 libri, migliaia di pagine. Col Signore aveva un conto aperto da quando nel lager la Shoah bruciava intorno a lui e gli rapiva gran parte della famiglia: “Non dimenticherò mai quelle fiamme che consumarono la mia Fede per sempre”.

Elie Wiesel, scomparso oggi a 87 anni, non dimenticava, diceva di essere carico di rabbia, contro il Mondo, la Storia, se stesso: fu così che alla fine, all’inizio degli anni ’50, scelse di essere un testimone, di scrivere, per contenersi diceva, anche se si forzava, diceva: sapeva di produrre qualcosa di buono solo quando “le parole erano incandescenti”. Fu così che decise di essere un combattente contro l’oblio, l’indifferenza, la menzogna, un partigiano del suo popolo e degli oppressi, come più o meno recitava il Nobel che ricevette nel 1986, perché ha sempre lottato per la libertà degli ebrei russi, finché c’era la Cortina di ferro, e quelli etiopici, e moltissimo si è speso contro i genocidi in Cambogia, Ruanda, l’apartheid in Sudafrica, per i desparecidos in Argentina, le vittime bosniache, gli indiani Miskito in Nicaragua, i Curdi, chiedendo interventi in Darfur, Sudan, una risoluzione Onu che definisse e giudicasse il terrorismo un crimine contro l’umanità. Con Primo Levi ha condiviso il ruolo insostituibile di testimone, precoci e affilati, capaci di parlare alla Terra, che sarà di noi senza di loro? Eppure sono stati così diversi. Levi, scientifico, matematico, sezionatore dell’indicibile, composto. Wiesel, secco nella scrittura e nelle descrizioni, ma carico di simboli, di evocazioni, di radici, di mondo ebraico, del wit mistico in mezzo a cui era cresciuto.

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