Shoah | Kolòt-Voci

Categoria: Shoah

Ridere della Shoah si può. Ma che rimanga in famiglia

Arriva anche da noi «Tutto il resto è di primaria importanza» di Eva Menasse, saga famigliare ebrea nella quale la nonna ha vissuto l’Olocausto, il padre vuole dimenticare e la zia si converte al cristianesimo

Luigi Reitani

Accolto con notevole successo nel mondo di lingua tedesca, arriva anche da noi Tutto il resto è di primaria importanza (pp. 400 pagine, euro 18,00, Frassinelli) il primo romanzo di Eva Menasse, brillante giornalista austriaca che vive da qualche anno a Berlino. Si tratta di una saga familiare prettamente viennese, con forti tratti autobiografici, che racchiude la storia di almeno tre generazioni. Al centro vi è la figura del padre della narratrice: un noto calciatore austriaco in tempi in cui questo sport non assicurava ancora ricchezza economica e aveva bisogno di essere integrato da una qualche attività lavorativa. Vorrebbe armonizzare ogni conflitto, l’ex calciatore arguto e sempre charmant, la cui frase preferita è «tutto a posto?», e soprattutto vorrebbe esorcizzare ogni aspetto problematico del passato, trascorrendo tutto il suo tempo libero al circolo del tennis.

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Quando Saba chiese al Duce di non considerarlo ebreo

LA CASA BLOOMSBURY METTE ALL’ASTA UN DOCUMENTO INEDITO

CRISTINA STILLITANO

«Non somigliare – ammoniva – a tuo padre. Ed io più tardi lo intesi: eran due razze in antica tenzone». Sapeva poco o nulla, Umberto Saba, di quel padre discendente da una nobile famiglia veneziana che lo abbandonò ancor prima di nascere. Un gaio e leggero “assassino” che aveva intriso di malinconia la sua infanzia, sfuggendo “come un pallone” dalle mani di una madre che “tutti sentiva della vita i pesi”. Da Ugo Edoardo Poli il piccolo Berto ricevette essenzialmente due cose: lo sguardo “azzurrino” e, quantunque fosse nato nel 1883 nella Trieste austro-ungarica, la nazionalità italiana. Da Felicita Rachele Cohen, la madre, ebbe invece le radici ebraiche che, dopo le leggi razziali del 1938, lo avrebbero costretto a prendere la via dell’esilio. Non prima tuttavia, di aver compiuto un disperato tentativo in extremis chiedendo al Duce «la discriminazione per meriti di carattere nazionale», ovvero per la vena tutta italiana e dunque patriottica della sua produzione poetica. Continua a leggere »

Il Führer e il prelato, cattolici con la svastica

Che non si sia compreso come il sostegno di Hudal al nazismo riassuma una intera stagione teologico-intellettuale, questo è grave. L’apertura degli archivi del vescovo filonazista Alois Hudal, rettore per decenni del Collegio pangermanico di Santa Maria dell’Anima a Roma ripropone la necessità di una analisi in profondità dei rapporti tra la gerarchia cattolica tedesca e l’ideologia hitleriana

Martino Patti

Da tempo, ormai, il dibattito storiografico sui rapporti tra chiesa cattolica e Germania nazista sembra essersi impantanato sull’enigmatica figura di Pio XII. Ben sapendo che una porzione consistente delle carte resta ancora sotto chiave negli archivi vaticani (ognuno ha i suoi tempi, per carità) si continuano a costruire le ipotesi più fantasiose sui presunti silenzi del pontefice, sul suo presunto antisemitismo, sulle sue presunte responsabilità nelle vicende legate al secondo conflitto mondiale e all’Olocausto, quasi fosse questa la sola cosa essenziale. Certo il reality – vero o falso che sia – vende discretamente bene e a molti, in fondo, imbastire polemiche conviene. Continua a leggere »

Il male del lager uccide Davide Di Veroli

“Davide e il suo male oscuro Muore come Primo Levi sotto ponte Garibaldi”. Aveva 82 anni ed era uno degli ultimi superstiti romani di Auschwitz

Paolo Brogi

Tacere. Oppure dirlo. C’è una famiglia distrutta dal dolore. Un dolore enorme, perché è morto un uomo che aveva subito nel corso della sua vita quella cosa irriferibile che si chiama Auschwitz. Rispettiamo quella famiglia, quella di Davide Di Veroli, che l’altro giorno è stata segnata a lutto così atrocemente. E con la famiglia l’intera Comunità Ebraica romana. Ma la morte di Davide Di Veroli, 82 anni, un sopravvissuto all’orrore che nel maggio di 61 anni dopo conservava sul suo corpo ferite non rimarginabili, è un grido di dolore che ci riguarda tutti. È successo di nuovo, come con Primo Levi. Stavolta sotto ponte Garibaldi. Qualcosa di terribile che si deve sapere. Continua a leggere »

Noi ebrei in Iran ora ci sentiamo più soli

Gian Micalessin

Crescono i timori dopo i discorsi del presidente Ahmadinejad, che minaccia di cancellare Israele dalla faccia della terra e nega l’Olocausto

La casa è vasta, spaziosa, di un’eleganza un po’ retrò un po’ spartana. Arash ti accoglie con sorrisi attenti e scrupolosi. Sua sorella Elham è già alla porta, s’avvolge la chioma bionda nel foulard multicolore, allunga la mano, scappa via. La madre ti studia un attimo, porge il palmo, riaffonda nel divano. Gli chiedi come va e Arash ti risponde «tutto bene» con un sorriso in cui leggi «e che ti posso dire». La prende alla lontana Arash. Incomincia da 2.700 anni fa, dagli antenati arrivati in catene dopo la vittoria di re Nabucodonosor, distruttore del primo tempio di Salomone. Da allora a oggi Arash e gli altri ebrei d’Iran sono rimasti in 20/25mila. Diecimila a Teheran, il resto sparso tra Isfahan, Shiraz e Kherramshar.

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Shoah: israeliano trova assassino famiglia in Polonia, 63 anni fa contadini polacchi massacrarono 8 persone per rapina

GERUSALEMME – Un uomo d’affari israeliano è riuscito a scoprire in Polonia uno dei presunti assassini di parte della sua famiglia, 63 anni dopo il crimine e ora la magistratura polacca ha aperto un’inchiesta. Secondo quanto ha riferito oggi il quotidiano Haaretz, Roni Lerner, un ricco imprenditore israeliano, è riuscito a scoprire uno dei presunti assassini della prima moglie del padre, dei suoi cinque figli e di due giovani ebrei, massacrati a colpi di coltello da agricoltori polacchi, presso i quali avevano trovato rifugio, in un villaggio vicino a Lublino. Continua a leggere »

Melagrana – Un libro sugli ebrei vivi

In questo libro di ritratti della “nuova generazione degli ebrei italiani” troviamo Riccardo Di Segni, il rabbino capo che fa il direttore di radiologia presso un ospedale dal nome tanto poco ebraico come San Giovanni; e anche Emanuele Fiano, che invece è ateo e capogruppo dei diesse al Consiglio Comunale di Milano, ma considera la sua identità ebraica “uno zaino inamovibile”. Cè Ariel Haddad, romano di origine tripolina che dopo aver abbracciato la corrente tipicamente est-europea e newyorkese dei Lubawitch è diventato rabbino di Trieste e Lubiana, alfiere di un’ortodossia rigorista particolarmente inconsueta in Italia, e che in politica vota a sinistra; e c’è Aldo Luperini, il milanese che con l’ ebraismo liberal della corrente riformata ha importato in Italia pure la rivoluzione della rabbina donna Barbara Aiello, ma in politica rimpiange invece i partiti laici.

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