Shoah | Kolòt-Voci

Categoria: Shoah

Alla ricerca dello shtetl perduto

Yiddishland in Lituania. L’antisemitismo senza ebrei.

Alain Guillemoles

Cercando la Vilnius ebraica di un tempo, oggi si trova soprattutto un grande vuoto: restano una sinagoga dalla facciata di stucco, due piccoli musei chiusi e molte targhe sui muri, in ebraico e lituano. Ma è difficile raffigurarsi il pullulare della capitale della Lituania prima della guerra, quando la metà della popolazione era ebraica, tanto che la città veniva chiamata la «Gerusalemme del Nord». Ci si aggrappa a minuscoli indizi. Quella che oggi è l’ambasciata d’Austria era una casa di preghiere. Più oltre, un cortile ospita una scuola materna di recente costruzione. Un cartello segnala che qui si trovava la grande sinagoga, costruita nel 1573: pare fosse così ricca da avere candelieri d’oro. Fu distrutta dai tedeschi. Il luogo dove si trovavano le porte del ghetto, creato dai nazisti, è segnalato da alcuni mattoni messi a nudo sulla facciata di una casa. Difficile accorgersene, tanto il segno è discreto, senza essere accompagnati da una guida locale.

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Ginzburg, mio padre. Filologo della libertà

Incontri, gli studi di storia e letteratura, l’antifascismo, le condanne. Per la prima volta il figlio Carlo racconta Leone, a cento anni dalla nascita

Dino Messina

Le leggi razziali gli apparvero una ferita all’ eredità risorgimentale cui si sentiva fortemente legato. Prima di morire, ucciso dalle SS, confidò: non odio i tedeschi. Sognava un continente diverso

BOLOGNA – «Mi terrò lontano dall’ ambito del privato». Con questa precisa indicazione comincia la prima intervista che Carlo Ginzburg, uno dei maggiori storici italiani, il più noto in campo internazionale, abbia mai dedicato a suo padre Leone. Figura cruciale dell’ antifascismo e della cultura italiana fra le due guerre, uno di quei personaggi che hanno avuto una vita breve e intensa, come Piero Gobetti (che non conobbe) e Giaime Pintor, che invece incontrò nei primi anni Quaranta, Leone Ginzburg nacque a Odessa il 4 aprile 1909 e morì il 5 febbraio 1944 nell’ infermeria del carcere romano di Regina Coeli, in seguito alle percosse subite durante gli interrogatori da parte dei nazisti.

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Il ritorno a Fossa degli ebrei salvati nel ’43

I Di Consiglio in fuga dai nazisti trovarono riparo dai De Bernardis. E ora li vogliono adottare

Dov’ è Nello? Conoscete Nello? E che ne è di Fossa? Come sta la gente di Fossa? Poche ore dopo il terremoto, quand’ è ormai chiaro chi e come c’ è rimasto in mezzo, un uomo piomba da Roma e chiede notizie fra le tendopoli d’ Abruzzo. Il suo nome, Leo Terracina. Il suo scopo, cercare una memoria. Non sa bene che cosa può trovare. E se. E quando. Però ha visto le immagini, sentito le notizie, capito che quello è il posto a cui pensare. Sua mamma si chiama Roberta Di Consiglio ed è originaria di Fossa, la prima ebrea romana mai nata fuori dal Ghetto.

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Le ossa di Berdicev

Fece conoscere la Shoah già durante la guerra, finì perseguitato da Stalin.

Berdicev è una cittadina ucraina di circa 60 mila abitanti. Tanti quanti ne contava all’inizio della Seconda guerra mondiale; solo che allora metà circa erano ebrei. Gli ucraini la chiamavano “la capitale degli ebrei”. Nel XVIII secolo era stata un importante centro del movimento chassidico e nel XIX dell’Haskalah, l’illuminismo ebraico. Qui i soldati della Wehrmacht vennero accolti nel luglio del 1941 come liberatori dal giogo sovietico. Qui due mesi dopo le SS e gli Einsatzgruppen, con il volonteroso sostegno degli ucraini arruolati nella Polizei, fucilarono in soli tre giorni tutti i trentamila israeliti della città, nella prima operazione di eliminazione degli ebrei sistematicamente pianificata su vasta scala. Alcune tra quei milioni di ossa appartenevano a Ekaterina Savel’evna, madre di Vasilij Grossman, professione scrittore.

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Omosessuali e Olocausto 2

Anche Kolot sulla graticola. Tutto si può dissacrare nel mondo occidentale, ma nulla sembra di più sacro della vulgata gay politically correct. Commentino in calce.

Lettori credenti scrivono a Kolot

Definire una banalizzazione della Shoah la condivisione della memoria con coloro che hanno subito discriminazioni a causa non di ciò che facevano ma di ciò che erano, per il solo fatto di “essere”: Zingari, Omosessuali, Testimoni di Geova, o a causa della loro opposizione politica al regime nazista, mi sembra una manifestazione di insensibilità e di chiusura mentale in totale contrasto con i principi su cui si fonda il pensiero ebraico: il perseguimento della giustizia e della dignità per tutti gli esseri umani. Negare ad altri la memoria delle sofferenze da essi patite, attribuire al dolore una scala di valori diversa in base a chi lo ha subito, è ingiusto e vergognoso.

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Homocaust: la banalizzazione della Shoah

Banalizzazione 1: L’eccidio di omosessuali nei campi di sterminio diventa Homocaust (con l’aiuto di intellettuali ebrei). Domanda: Visto che nei campi morirono anche comunisti e criminali comuni ora avremo anche Kommuncaust e Krimicaust? DP

Ebrei ed Omosessuali per ricordare insieme la Shoà e l’Homocaust: evento non stop organizzato dall’Associazione “Ecad” in occasione del GIORNO DELLA MEMORIA 2009.

“La memoria degli altri” – questo il titolo dell’iniziativa culturale ideata da Vittorio Pavoncello – giunge qui alla sua terza edizione, dopo gli eventi degli anni precedenti dedicati rispettivamente ad “Ebrei e Rom” (Auditorium Ara Pacis, 2006) ed “Ebrei e Disabili” (Auditorium Parco della Musica, 2007). Nella cornice multipiano del Qube, lunedì 26 gennaio, dalle 11 alle 24, la Shoà sarà così ricordata attraverso testimonianze parlate, discusse, filmate, raffigurate e interpretate che oltre a tracciare la storia passata, cercheranno di disegnare più civili modi di comprensione, analisi e dialogo per le persone e gruppi che da sempre hanno costituito fonte e stimolo per l’identità europea.

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La vostra vendetta è vivere

La straordinaria storia dei fratelli Bielski che salvarono 1.200 ebrei nei boschi della Bielorussia combattendo i nazisti. Morirono sconosciuti da tassisti forse perché non corrispondevano allo stereotipo sionista degli eroici combattenti socialisti del ghetto di Varsavia, né a quello del gregge andato al macello. DP

DEFIANCE Gli ebrei combattenti nei boschi della Russia, in un film con Daniel Craig

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