Shoah | Kolòt-Voci

Categoria: Shoah

Amos Oz, il saggio ignorante

Lo scrittore e sceneggiatore (Latma) Tal Gilad (figlio dell’autore dell’ “81esimo colpo”) risponde con un post pungente allo scrittore Amos Oz, che ha definito i “giovani delle colline” (coloni, N.d.T.) “neonazisti ebrei”

Tal Gilad – Traduzione di Davide Nizza

Amos OzShalòm Amos Oz, la parola “nazista” o la parola ritenuta chissà perché più attenuata “neonazista” viene usata troppo spesso come l’arma del Giudizio Universale a qualunque proposito, a quanto pare perché c’è gente come te che ne blatera l’uso liberamente, mostrando di non essere in grado di comprendere appieno l’orrore del nazismo e del suo operato. Si tenta continuamente di introdurre questo termine in un modello atto a farne cogliere la conoscenza o consapevolezza. Ma questo è impossibile, perché il nazista non è semplicemente una persona molto malvagia o un nazionalista o un poliziotto stradale. Il nazista è un’altra cosa, un’altra realtà o essenza.

Mio padre è sopravvissuto a Auschwitz. Entrambi i suoi genitori e la sua sorellina sono stati annientati dai nazisti e lui è rimasto solo, un giovane di 17 anni, senza nessun altro al mondo, nell’inferno più terrificante che il genere umano abbia mai creato. Lui è sopravvissuto là nonostante tutto e contro tutto. Durante la marcia della morte, quando durante la ritirata i tedeschi fecero marciare in fretta verso occidente in un gelido inverno quelli che erano rimasti in vita, lui riuscì a fuggire insieme con due compagni. In seguito si nascose in un villaggio fino all’arrivo dei russi, si arruolò volontario nell’Armata Rossa e combatté col suo carro armato sul fronte cecoslovacco contro i tedeschi.

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L’incredibile storia di Ernst Hess l’unico ebreo “salvato” da Hitler

Dimitri Buffa

Ernst HessEsiste anche un ebreo, uno solo, e con una storia che non ha affatto un lieto fine, che venne salvato da Adolf Hitler. Si chiamava Ernst Hess, visse anche a Bolzano durante la fine degli anni ’30 ed è morto nel 1983 dopo essere stato a lungo presidente dell’authority delle ferrovie tedesche.

Perché Hitler lo avrebbe salvato? Perché fu suo commilitone, anzi il suo ufficiale di comando durante la prima guerra mondiale. E pare che il futuro Fuhrer fosse rimasto assai affezionato.

Proprio Hitler chiese a Heinrich Himmler di dire alle sue Ss di risparmiare questo “eroico ebreo tedesco”. Il “Daily mail”, che da un po’ di tempo come altri tabloid americani e inglesi sembrano essersi specializzati nel cosiddetto “historical gossip”, che oltretutto è meno pericoloso di quello di pura attualità, ha scovato alcuni suoi parenti che hanno raccontato tutta questa storia. E che hanno consegnato al giornale, ripreso poi dall’agenzia “Jewish news”, anche una lettera datata 27 agosto 1940 e firmata da Himmler in persona in cui si chiedeva esplicitamente di non dare fastidio a “questa persona” perché era il Fuhrer a chiederlo.

Per la cronaca Hess fu anche insignito di onorificenza di eroe di guerra avendo riportato ferite sia nel 1914 sia nel 1916 e sempre nel mese di ottobre. Sembra inoltre che Hitler, che durante la prima guerra mondiale non fu affatto un eroe ma anzi era violentemente preso per i fondelli dai propri commilitoni per la vigliaccheria, ci tenesse alla sua amicizia ricambiata da Hess con mirabolanti racconti, all’epoca, dell’eroismo del Fuhrer.

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I soldati ebrei di Hitler

Più di 300 finlandesi discendenti da ebrei russi combatterono nelle fila naziste mettendosi agli ordini del nemico.

Ebrei FinlandiaLa notizia non era ignota agli storici, ma certamente lo era all’opinione pubblica. Ora, dopo un servizio del Daily Telegraph si riparla di un capitolo paradossale della Seconda guerra mondiale: la storia di 300 soldati finlandesi ebrei che, di fatto, fecero parte delle truppe naziste quando la Finlandia si unì con la Germani nel 1941 nella lotta contro l’Unione Sovietica.

Nonostante abbia sempre negato di considerarsi come un alleato, ma al massimo un cobelligerante, la Finlandia ha combattuto a fianco della Germania e i suoi uomini hanno aiutato i tedeschi a raggiungere alcuni dei suoi obiettivi. E tra questi soldati, 300 erano di origine ebrea. Una storia, come detto, largamente dimenticata, il cui solo ricordo riapre molte cicatrici psicologiche e alcuni dei reduci si sono dati come giustificazione il fatto che si combattevano due guerre parallele.

Ha raccontato Aron Livson, che adesso ha 97 anni e che fu reclutato quando ne aveva 23: “Io non avevo nulla a che fare con i tedeschi, non ce ne erano dove io svolgevo il mio servizio. Loro stavano 200 chilometri a nord”. In realtà in molti casi questo è accaduto come in Karelia dove finlandesi e tedeschi hanno combattuto a fianco.

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Il Codice Ester

Alberto Moshe Somekh

alberto-moshe-somekhAppartiene al fortunato genere dei gialli “in codice” il volume di Bernard Benyamin e Yohan Perez, Le Code d’Esther: et si tout était écrit…, pubblicato dalla casa editrice First- Gruend di Parigi nel 2012. Peraltro i due autori del libro, entrambi giornalisti televisivi, raccontano una storia vera, che va indietro nel tempo. La notte del 16 ottobre 1946, terminato il processo di Norimberga, undici criminali nazisti venivano impiccati. Uno di essi, Julius Streicher, già direttore del giornale antisemita Der Stuermer (“il combattente”) e ideologo del Reich, mentre saliva al patibolo pronunciava una frase enigmatica: “Saranno contenti gli ebrei: oggi è Purim 1946!”. Sappiamo bene che Purim non cade in autunno. Che cosa c’entra una festa istituita 2mila e 500 anni fa per la liberazione del popolo ebraico dalle minacce di distruzione sotto l’impero persiano con il processo e l’esecuzione dei nazisti? Insomma, a cosa esattamente alludeva Streicher?

Benyamin e Perez narrano in modo avvincente come hanno decifrato l’affermazione del gerarca. Con- frontandosi con rabbini e Maestri prima in Francia e poi in Eretz Israel (decisivo sembra sia stato l’ap- porto dell’organizzazione Arakhim: p. 136), i due giornalisti scoprono che effettivamente tutto era già preannunciato in modo nascosto nel testo della Meghillat Ester, il “rotolo” che ancora oggi si legge in occasione della festa di Purim e che contiene la narrazione degli avvenimenti di allora.

La storia è nota. Il primo ministro di Persia Haman aveva ottenuto dal re Assuero un decreto nel quale si ordiva lo sterminio del popolo ebraico sorteggiando a questo nefando scopo la data del 13 Adar, ma l’ebrea Ester, divenuta nel frattempo regina, sospinta dal cugino Mordekhay riuscì a capovolgere la situazione: gli ebrei ebbero la meglio sui nemici e il giorno successivo, 14 Adar, fu proclamato “festa delle sorti (Purim)”.

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Torino. Negazionismo, serve una legge?

Un interessante convegno a Torino interamente ripreso in video (qui)

negazionismoIl negazionismo, cioè la polemica e violenta tendenza a negare la realtà storica della Shoah, sta purtroppo acquisendo forza e diffusione anche in Italia, accompagnato da atti di aperto antisemitismo come quelli recentemente avvenuti a Roma. In tale quadro, ha ripreso vigore l’iniziativa volta a codificare il reato di “negazionismo” all’interno del nostro sistema giuridico, nonché l’acceso dibattito sviluppatosi intorno a un tema così caldo e delicato.

Storici, giuristi, politici, uomini delle istituzioni e comuni cittadini si interrogano sull’opportunità di un simile passo: può costituire uno strumento effettivamente utile a scoraggiare o stroncare sul nascere atteggiamenti che avanzano striscianti sul web e nei social networks per poi esplodere in atti clamorosi e offensivi? Soprattutto, è possibile contribuire concretamente con la forza della legge a bloccare la diffusione di aberrazioni e falsità storiche capaci di distorcere la formazione dei cittadini, particolarmente dei più giovani, e di condurli al pregiudizio o al vero e proprio antisemitismo? Oppure una legge anti-negazionismo rischia di alterare nel fondo quella libertà di opinione e quella circolazione di idee che costituiscono una base insostituibile della nostra democrazia? E se il vietare la diffusione di concezioni e ricostruzioni della realtà indubbiamente aberranti portasse invece involontariamente acqua al mulino dei negazionisti, facendone impropriamente delle vittime in nome della libertà di pensiero, dei martiri di un sempre famigerato “reato d’opinione”?

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Il rabbino del ghetto di Varsavia che continuò a insegnare fino alla fine

Un gigante del pensiero ebraico che la furia nazista credette di poter cancellare. I suoi appunti furono trovati per caso sottoterra dove una volta sorgeva il ghetto e pubblicati in Israele dimostrando che l’eroismo non fu solo di chi imbracciò le armi

Chiara Condò 

PiesesneNel 1923 rabbi Kalonymus Shapiro, all’età di trentaquattro anni, fondò a Varsavia la più grande casa di studio chassidica dell’epoca, la Yashiva Daas Moshe, proprio quando una forte secolarizzazione aveva modificato pesantemente il comportamento e le aspirazioni della gioventù ebraica. Si ritrovò così a lottare ardentemente per il ritorno a una vita spirituale più feconda; si dedicò completamente allo studio e ai suoi allievi, all’insegna di uno spirito di fratellanza e vivacità religiosa proprio della filosofia chassid. Chaterine Chalier, ebraista e filosofa, ci riporta in questo testo edito da Giuntina non solo la vita del rabbino del ghetto di Varsavia, come riporta il titolo, ma specialmente le sue meditazioni di fronte al momento in cui “Dio ha velato il Suo volto” al popolo d’Israele.

Il rabbi che la studiosa riporta nella lunga nota biografica fu un uomo che non rinunciò alle sue tradizioni anche e nonostante le forti limitazioni naziste: ogni cortile poteva diventare un luogo improvvisato di preghiera, e la Chalier riporta più di un episodio in cui Shapiro celebrò le festività ebraiche a costo della vita. Le sue omelie, celebrate in sinagoga prima e illegalmente poi, vennero trascritte e sotterrate fra le macerie di Varsavia, come successe a gran parte delle memorie che sono giunte fino a noi. Scrive Chaterine Chalier a riguardo: “Coloro che tennero un diario e tutti coloro che scrissero nel ghetto si preoccuparono di nascondere i loro scritti sotto terra, di nasconderli o di farli passare clandestinamente nella parte cristiana di Varsavia, perché i loro diari, le loro poesie e racconti fossero una testimonianza della lunga agonia del popolo dietro quelle mura. Erano dunque tesi oscuratamente ma tenacemente verso un avvenire che, presentivano, avrebbe avuto fretta di girare la pagina del disastro senza leggerla e senza volerla conoscere.”

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Mia madre dopo 44 anni mi ha detto che sono ebreo

Fabrizio: nata in Francia, aveva cambiato cognome. La rivelazione dopo che la figlia aveva ascoltato Liliana Segre a un incontro per il Giorno della Memoria

Paola D’Amico

CandoniUn uomo scopre, per caso, a 44 anni di essere ebreo. E inizia un viaggio a ritroso nel tempo per ritrovare le proprie radici. Tutto comincia nel Giorno della Memoria, quando la sua secondogenita incontra alla scuola Morosini una testimone della Shoah d’eccezione, Liliana Segre con il direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli. Non possono le parole di Liliana non lasciare il segno sulla bambina, che riporta a casa l’emozione di quel tragico racconto. E come un’eco quel racconto rimbalza fino alle Dolomiti, dove i genitori del nostro protagonista, Fabrizio Candoni, hanno deciso di vivere da qualche anno.

Un fine settimana, la famigliola va a trovare i nonni e lì Fabrizio fa la cronistoria dell’incontro di Sophie con la testimone Liliana. L’anziana mamma, Jeannette, ascolta il figlio, la nipotina, la storia delle deportazioni su carri merci dal Binario 21 ai campi di concentramento nazisti. Poi dice a Fabrizio: «Ti devo raccontare una cosa…». «Pensavo dicesse che anche lei aveva fatto le scuole elementari alla Morosini. Invece no». Prende per mano quel figlio ormai cresciuto e lo porta in cantina. Apre un baule, fruga tra le carte ed estrae una pergamena ingiallita dal tempo: «Vedi, il mio cognome vero era Levy, non Charpiot.

I miei genitori erano ebrei, lo sono io e lo sei tu». Fabrizio rimane senza parole. «Difficile descrivere l’intensità dell’emozione che ho provato. Non è facile capacitarsi di come mia madre sia stata capace di custodire così gelosamente un segreto. E anche mio padre. Bruno, che ho interrogato, ovviamente, e mi ha detto di essere a conoscenza di tutto. Ho provato ad insistere. Papà, perché non me ne hai mai parlato? E lui: se non lo faceva la mamma, perché avrei dovuto farlo io?».

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