Shoah | Kolòt-Voci

Categoria: Shoah

C’è anche un’Italia che odia gli ebrei

Giampaolo Pansa

Via Appia, Roma. 28.7.14

Via Appia, Roma. 28.7.14

All’inizio la questione sembrava molto semplice. Dei terroristi legati ad Hamas o arabi sequestrano tre adolescenti ebrei che escono da scuola e li ammazzano. Per ritorsione, un ebreo squilibrato cattura un giovane palestinese e lo uccide. Basta poco per innescare una guerra. Da Gaza le bande di Hamas cominciano a lanciare razzi contro le città di Israele. Sono missili carichi di esplosivo e un congegno ideato da Tel Aviv li distrugge prima che cadano. Ma la pioggia di bombe volanti s’intensifica. Sono sempre più potenti e con una gittata sempre più lunga. Possono colpire anche città molto lontane da Gaza e strutture vitali come l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Risulta chiaro che, nella striscia di Gaza, Hamas nasconde le rampe di lancio dentro le case dei civili, le scuole, gli ospedali. E tratta gli abitanti da scudi umani.  A questo punto come reagisce Israele? Come qualsiasi stato che veda a rischio l’incolumità della sua gente e la propria stessa esistenza. È costretto ad attaccare la roccaforte di Hamas, per individuare le rampe e i depositi dei missili. E scoprire i tunnel scavati dai terroristi palestinesi per infiltrarsi in territorio israeliano. Siamo di fronte a un’altra guerra che lo stato di Israele deve combattere per non essere annientato. Ma una parte dell’opinione pubblica mondiale non ammette che gli ebrei possano difendersi.

LO SPETTRO

Emerge un vecchio spettro: l’antisemitismo. Esplodono dimostrazioni di piazza, battaglie di strada, aggressioni individuali. Proclami allucinanti ricordano il dramma più nefando per la nostra civiltà: la politica razziale della Germania nazista e lo sterminio degli israeliti tedeschi e di molte altre nazioni, compresa l’Italia.

Chi non ha vissuto o assistito, anche soltanto da bambino, alle deportazioni degli ebrei in tanti campi di morte, primo fra tutti Auschwitz, non può avvertire l’angoscia che provano gli italiani della mia generazione. Oggi in Italia non vediamo ancora i cortei che intossicano Paesi come la Francia, la Germania, l’Olanda. Mi auguro che il nostro Paese resti immune da questo virus disumano. Ma se debbo essere sincero non sono affatto sicuro che da noi non accada nulla. C’è anche un’Italia che odia gli ebrei o resta indifferente alla loro sorte. Esattamente come avvenne alla fine degli anni Trenta, nella fase terminale della dittatura fascista. Qui lo rammenterò in una sintesi estrema.
Da bambino il mio mondo era la città dove ero nato e crescevo: Casale Monferrato. Anche qui esisteva un ghetto, la vecchia Contrada degli ebrei, e una sinagoga tra le più belle in Italia. La comunità israelitica era ben inserita nella società cittadina. Vantava commercianti, impiegati, professionisti, medici, insegnanti. Il fondatore della squadra di calcio, il Casale Fbc, i famosi nerostellati, era un professore ebreo che tutti stimavano. Le ragazze del ghetto erano famose per la loro bellezza e molto ricercate come mogli.

Continua a leggere »

La foto-sfottò dell’attivista filopalestinese davanti a un forno

Ragazzi rapiti e uccisi in Cisgiordania. La foto-sfottò dell’attivista filopalestinese davanti a un forno

Samantha ComizzoliÈ una di quelle battute che sarebbe meglio non capire. Perché il significato non solo non fa ridere, ma anzi fa gelare il sangue. Tutto è cominciato da una foto, pubblicata su Facebook da Samantha Comizzoli, attivista pro-palestinese che dice di battersi, anzi di “Resistere” contro “i coloni sionisti” da Nablus, in Palestina.

Qualche giorno fa Samantha, che nel 2011 si è candidata come sindaco a Ravenna con una sua lista civica, “Ravenna punto e a capo”, si è immortalata davanti a un forno, facendo un gesto che in un primo momento nemmeno i suoi amici hanno compreso: una sorta di “OK” con la mano destra. Ma è lei stessa a far capire di cosa si tratta. Quel segno simboleggia un 3, e si riferisce ai tre ragazzi israeliani rapiti e oggi ritrovati morti vicino Hebron, in Cisgiordania.

Il collegamento con il forno è immediato: la “battuta” della Comizzoli si riferirebbe ai forni utilizzati dai nazisti nei campi di sterminio. Uno scherzo di pessimo gusto che ha suscitato la reazione indignata di molti, e che si è diffuso rapidamente in Rete.
Continua a leggere »

Il ciclone Tenenbom: “La Germania? Birra e antisemitismo”

Il reportage provocatorio e satirico dell’intellettuale di origini ebraiche paragonato a Woody Allen e Sacha Baron Coen

Susanna Nirenstein

Tuvia TenenbomTUVIA Tenenbom è una forza della natura. Nato nel ’57 a Bnei Brak, Tel Aviv, quartiere ultraortodosso come ultraortodossi erano i genitori, nell’81 se ne è volato a New York da liberal e laico convinto per studiare tutto quel che non aveva mai studiato: matematica, scienze informatiche, scrittura drammatica… 15 anni di diplomi e master universitari. Parla l’arabo, il tedesco, oltre all’inglese e l’ebraico.

Ha aperto il Jewish Theatre nella Grande Mela, è diventato uno strano columnist di “sport e spiritualità” sul tedesco Die Zeit, su Forward, sull’israeliano Yedioth Ahronot. Ha cominciato a fare reportage di ogni tipo, sul sesso delle donne chassidiche, sull’Arabia Saudita, la Giordania, i campi di profughi palestinesi, il Festival di Bayreuth. È onnivoro, caustico, sfrontato ma garbato, innocente, qualcuno l’ha paragonato a Sacha Baron Cohen, qualcun altro a Woody Allen.

Nel 2010 una grande casa editrice tedesca gli chiede di scrivere un diario di viaggio in Germania: non una guida, sei mesi di spostamenti e di impressioni e tanti soldi. Ma ecco nascere dai fatti e dai suoi innumerevoli incontri, un resoconto corrosivo e amaro, un libro che l’editore avrebbe voluto purgare. Pubblicato intonso dal berlinese Suhrkamp, per mesi in cima alle classifiche, Ho dormito nella camera di Hitler ( Bollati Boringhieri, trad. Sara Sullam, pagg.293, euro 18,50) mostra che i tedeschi, oltre a bere troppa birra, sono pesantemente antisemiti.

Continua a leggere »

Libeskind e il volo degli uccelli

Francesco Pacifico

Daniel LibeskindDaniel Libeskind è nato a Łódź nel 1946: i genitori, ebrei polacchi, sopravvissero all’Olocausto. Come archistar, fa parte dell’immaginario contemporaneo grazie al Museo ebraico di Berlino e il progetto del rinnovato World Trade Center, che poi però nei fatti ha conservato, del progetto di Libeskind, solamente l’idea simbolica di fare una torre di 1.776 piedi, a ricordare l’anno della Dichiarazione d’indipendenza. La torre in via di completamento sopra Ground Zero non è lo snello grattacielo curvo progettato da Libeskind, ma qualcosa di più standard e più corposo, per aumentare la metratura. So che ne avrei dovuto parlare in questa intervista, ma a fronte di questi drammatici confronti con il passato recente e meno recente di Undici settembre e Olocausto (i due temi forti dei due primi libri di Jonathan Safran Foer, mi viene da dire), ciò di cui voglio parlare nei venti minuti concessi su Skype, prima che lui venga in Italia al festival Le Conversazioni di Capri, è un suo progetto di grattacieli e case basse a Singapore: un assurdo sfondo da fantascienza, una serie di grattacieli curvi vicini tra loro come pinguini in letargo, piantati fra parco tropicale e mare.

Continua a leggere »

Franca Valeri. Il rimpianto di non aver mai visto Israele

La grande attrice torna in scena a 94 anni

Stefano Lorenzetto

Franca-Valeri-il-teatro-mi-ha-allungato-la-vita_h_partbFranca Valeri, alias Cesira la manicure, alias la signorina Snob, alias la sora Cecioni, festeggia le nozze d’oro con la sua testa. “Porto i capelli così dal 1964, sempre dello stesso colore, un taglio a caschetto creato dai Vergottini. Diffido delle donne che cambiano spesso pettinatura: è indizio di scarsa personalità”. La sua apparizione al Festival di Sanremo, con quell’eloquio esitante e strascinato, ha dato l’impressione che sotto l’acconciatura si annidasse qualche guaio. “Hanno scritto che ho il Parkinson. Ho preso paura e sono andata a farmi visitare da un neurologo. “È solo un tremito ereditario” mi ha tranquillizzata. Infatti ce l’aveva anche mio padre, che rideva beffardo quando spandeva sul piattino un po’ di caffè. Certo, il 31 luglio saranno 94 anni. Non è che posso mettermi a scorrazzare per il palcoscenico, anche perché sono stata operata a un’anca. Però in scena la voce si distende, torna quella di sempre”. Agli increduli è offerta un’occasione davvero unica per verificarlo: il 28 giugno, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, Franca Valeri reciterà al Teatro San Nicolò in una commedia tutta nuova, Il cambio dei cavalli, che ha scritto su misura per sé e per Urbano Barberini. “Quasi un anno di lavoro m’è costata”. Prima assoluta nazionale. Con replica l’indomani.

Continua a leggere »

Il rabbino e il Papa. L’alleanza mancata contro il nazismo

Riemergono i diari di David Prato, che nel 1936 incontrò Pio XI per chiedergli di fare causa comune di fronte alla marea montante del “neopaganesimo”

Maurizio Molinari

David Prato

Rav David Prato. www.rabbini.it

L’incontro fra un esperto d’arte di Sotheby’s e l’allievo di Renzo De Felice attorno a un manoscritto inedito consente di ricostruire una pagina sorprendente della storia europea: negli Anni Trenta del Novecento i rabbini europei guardavano al Vaticano di Pio XI come possibile fonte di protezione e tutela dall’antisemitismo «pagano». L’esperto d’arte è Angelo Piattelli, romano trapiantato a Gerusalemme, già al servizio di Sotheby’s per la Judaica in Israele ed Europa, che nel 2003, durante una visita in casa di Jonathan Prato per discutere dei diari del padre David che fu rabbino capo d’Alessandria dal 1927 al 1936 e di Roma nel 1937-38 (e dopo la guerra dal 1945 al 1951), trova casualmente una pagina manoscritta ingiallita dove in cima si legge «Capitolo XVI – La missione in Vaticano in favore degli ebrei polacchi».

Piattelli trascrive oltre mille pagine dei diari e si rivolge a Mario Toscano, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma dove fu a lungo a fianco di Renzo De Felice, invitandolo a studiarne assieme le ricostruzioni degli incontri con Mussolini, Ciano e i rapporti con il Vaticano. È proprio Toscano a riassumere ora le novità contenute nell’inedito «Capitolo XVI» in un articolo su Mondo contemporaneo che esce quasi in contemporanea con uno studio di Piattelli sulla Rassegna mensile di Israel dedicato a David Prato.

Continua a leggere »

Amos Oz, il saggio ignorante

Lo scrittore e sceneggiatore (Latma) Tal Gilad (figlio dell’autore dell’ “81esimo colpo”) risponde con un post pungente allo scrittore Amos Oz, che ha definito i “giovani delle colline” (coloni, N.d.T.) “neonazisti ebrei”

Tal Gilad – Traduzione di Davide Nizza

Amos OzShalòm Amos Oz, la parola “nazista” o la parola ritenuta chissà perché più attenuata “neonazista” viene usata troppo spesso come l’arma del Giudizio Universale a qualunque proposito, a quanto pare perché c’è gente come te che ne blatera l’uso liberamente, mostrando di non essere in grado di comprendere appieno l’orrore del nazismo e del suo operato. Si tenta continuamente di introdurre questo termine in un modello atto a farne cogliere la conoscenza o consapevolezza. Ma questo è impossibile, perché il nazista non è semplicemente una persona molto malvagia o un nazionalista o un poliziotto stradale. Il nazista è un’altra cosa, un’altra realtà o essenza.

Mio padre è sopravvissuto a Auschwitz. Entrambi i suoi genitori e la sua sorellina sono stati annientati dai nazisti e lui è rimasto solo, un giovane di 17 anni, senza nessun altro al mondo, nell’inferno più terrificante che il genere umano abbia mai creato. Lui è sopravvissuto là nonostante tutto e contro tutto. Durante la marcia della morte, quando durante la ritirata i tedeschi fecero marciare in fretta verso occidente in un gelido inverno quelli che erano rimasti in vita, lui riuscì a fuggire insieme con due compagni. In seguito si nascose in un villaggio fino all’arrivo dei russi, si arruolò volontario nell’Armata Rossa e combatté col suo carro armato sul fronte cecoslovacco contro i tedeschi.

Continua a leggere »