Shoah | Kolòt-Voci

Categoria: Shoah

L’unicità della Shoah è un’eresia cristologica

DALL’ARCHIVIO DI KOLOT (8/9/2011) UN LUCIDO TESTO DEL COMPIANTO GIORGIO ISRAEL

E tre. Israel risponde per le rime a un “indignato” Belli Paci che ieri su Kolòt (clicca) aveva attaccato il suo articolo del 4/9/2011 (clicca).

Giorgio Israel z.l.

Egregio signor Belli Paci, lei esibisce come titolo per ribattere al mio articolo, che l’ha “profondamente disturbata”, l’essere parente di deportati ad Auschwitz. Lei deve essere molto suggestionato dal mito dell’“unicità”, altrimenti avrebbe evitato di esibire un simile titolo. Su queste basi probabilmente vincerei la contesa a tavolino, visto che, a parte mio padre, uno zio e una cugina (peraltro ormai deceduti), non un solo mio parente è sopravvissuto alla Shoah, salvo probabilmente qualcuno molto lontano di cui ignoro l’esistenza. Quindi, a meno che non voglia dire che sono un “rinnegato”, lasci perdere questo genere di argomenti.

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Dissoluzione ebraica in nome dell’Umanità

Già lo scorso anno era uscito il provocatorio libro “To Heal the World?” (Curare il mondo? – Come la sinistra ebraica erode l’ebraismo e mette in pericolo Israele) facendo il verso al libro di rav Jonathan Sacks dal titolo simile. (Kolòt)

OPINIONI – Niram Ferretti

Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx ritrae nella Questione ebraica del 1844, l’ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell’odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo che verrà. Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all’”oppio” religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l’uomo sarà pienamente Uomo e niente più di quello. E’ la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, L’ebreo non ebreo, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.

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La vera storia dei soldati con la stella di Davide. A fumetti.

Historica: La Brigata Ebraica, recensione

Luca Tomassini

La Storia, intesa come resoconto degli avvenimenti che hanno segnato l’umanità, è fatta anche di percorsi laterali, di fatti ignoti ai più che tuttavia hanno avuto la loro importanza fondamentale nel costruire il mondo come oggi lo conosciamo. Limitando il campo all’ultimo conflitto mondiale, è stato a lungo sottovalutato l’apporto decisivo fornito dalla cosiddetta “Brigata Ebraica” alla vittoria finale degli Alleati sui Nazifascisti. Questa milizia, fortemente voluta da Winston Churchill, rispose a due necessità: da una parte, l’urgenza di coinvolgere quanti più attori possibili sullo scenario della guerra mondiale in grado di dare filo da torcere ai nazisti; dall’altra, una volta che le notizie circa l’esistenza dei campi di concentramento avevano iniziato a fare il giro del mondo, il bisogno da parte del popolo ebraico di uscire dall’immagine generalmente attribuitogli di “vittime” e di recitare un ruolo proattivo nel conflitto. E il ruolo giocato dalla brigata sarà addirittura decisivo, soprattutto sul fronte italiano.

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Ritorno a Leopoli

La piccola Parigi dell’Est: prima austroungarica poi polacca, sovietica e oggi ucraina. Negli anni ho visto guerre e tragedie, i paesaggi cambiare. Ma le comunità possono sopravvivere al loro destino

Anne Applebaum

Fu alla fine della calda estate del 1985, durante l’epoca chiamata in seguito “gli anni della stagnazione” sovietica, che vidi per la prima volta la città di Leopoli. Per un giorno e mezzo il mio treno si era diretto verso Leningrado, fermandosi di tanto in tanto in piccole città, ognuna con una triste stazione ferroviaria, un sudicio binario, un chiosco dove si potevano comprare biscotti secchi. Ricordo di aver avvertito quel senso di frustrazione che sempre accompagnava i viaggi in Unione Sovietica. A quell’epoca, gli stranieri venivano relegati in determinate città, su strade speciali e treni riservati. Mentre sorseggiavo il tè, guardavo fuori dal finestrino e desideravo sapere di più di quella piatta e incolta campagna che si estendeva appena oltre i binari. Per me era un territorio proibito, inaccessibile quanto la luna. E poi, piuttosto inaspettatamente, il mio desiderio venne esaudito. Il treno si fermò. Eravamo arrivati nella città di Leopoli, nell’Ucraina sud-occidentale. Un annuncio fu trasmesso a sorpresa. Il treno necessitava di riparazioni e si sarebbe fermato per qualche ora, i passeggeri avevano il permesso di scendere.

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Morta la scrittrice Judith Kerr, autrice di “Una tigre all’ora del tè”

Di origine ebraica, aveva 95 anni. Viveva a Londra dal 1933, in fuga dalla Germania nazista. Ha raccontato la sua infanzia nel celebre romanzo per ragazzi “Quando Hitler rubò il coniglio rosa”

Gabriele Di Donfrancesco

Judith Kerr, scrittrice e illustratrice di libri per l’infanzia amata in tutto il mondo, si è spenta ieri a Londra all’età di 95 anni dopo una breve malattia. La notizia è stata resa nota dal suo editore, HarperCollins. Suoi erano la fiaba Una tigre all’ora del tè e il romanzo per ragazzi Quando Hitler rubò il coniglio rosa: due successi planetari da milioni di copie vendute, diventati presto dei classici.

Judith Kerr, berlinese, nata nel 1923, era arrivata nel Regno Unito con la famiglia all’età di undici anni. Suo padre, il critico teatrale Alfred Kerr, ebreo, era riuscito a lasciare la Germania nazista nel 1933. “Arrivammo a Zurigo il giorno prima delle elezioni che portarono Hitler al potere”, aveva ricordato la scrittrice appena una settimana fa al Guardian. Dalla Svizzera la famiglia si spostò prima a Parigi e infine, nel corso dello stesso anno, si trasferì a Londra, città che non avrebbe più lasciato. Nemmeno pochi anni dopo, durante la guerra, nei mesi di incessanti bombardamenti tedeschi. “Quando sono fuggita dalla Germania”, aveva raccontato a Claudia Morgoglione in un’intervista del 2016, “ero troppo piccola per capire la tragedia che stavo vivendo: per me e mio fratello era un’avventura”.

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Tutti gli ebrei del maresciallo Lucignano

Pier Luigi Guiducci 

Nella manovra di accerchiamento attuata dai nazisti il 16 ottobre del 1943 non venne rivolta una particolare attenzione all’Isola Tiberina perché non vi risiedevano famiglie ebree. Si voleva soprattutto violare, oltre ad altre zone, l’area dell’antico Ghetto per cancellare l’immagine di una comunità viva e laboriosa. In tale operazione alcuni ebrei riuscirono comunque a sfuggire alla cattura. E trovarono rifugio anche sull’Isola Tiberina. In questa Isola, intorno alle 5,30, furono in diversi ad accorgersi della tragedia in atto. Dall’Ospedale Fatebenefratelli vennero presto individuate le manovre dei militari tedeschi. Tra i presenti figurano anche il medico Vittorio Emanuele Sacerdoti (ebreo) e il laureando inmedicina Adriano Ossicini. In quel momento era assente il primario Giovanni Borromeo, ma i suoi collaboratori sapevano che era favorevole ad accogliere ebrei e a nasconderli. Mentre Ossicini si assentò da Roma per più giorni, si mosse nel frattempo una figura importante: quella dell’economo fra Maurizio Bialek. In una situazione di emergenza l’intesa tra frati, medici e infermieri fu immediata e fruttuosa. Tale azione umanitaria ricevette il sostegno del cardinale vicario Marchetti-Selvaggiani. 

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Il re del mimo francese salvò centinaia di bambini ebrei

Annalisa Lo Monaco

“L’arte del silenzio”: così il grande mimo francese Marcel Marceau definì la sua straordinaria capacità di esprimere, senza l’ausilio della parola, la poesia della vita. Bip il Clown, il personaggio che lo ha reso famoso, era una maschera al tempo stesso comica e tragica, com’è del resto la realtà. Nella sua vita Marceau non si è distinto solo come attore, ma anche come coraggioso membro della Resistenza francese, durante l’occupazione nazista. Molti bambini ebrei chiusi in un orfanotrofio riuscirono a salvarsi dalla deportazione nei campi di sterminio: Marceau li condusse sani e salvi in Svizzera, grazie anche alla sua capacità di stupire con la mimica, usata per tenere buoni i piccoli.

Marcel, il cui vero cognome era Mangel, apparteneva a una famiglia ebrea che viveva a Strasburgo, proprio vicino al confine con la Germania. A 16 anni comprese bene cosa avrebbe significato l’occupazione nazista, per sé e per la sua famiglia, che si trasferì a Limoges, nella Francia centrale.

Marcel Mangel capì che avrebbe dovuto lottare per sopravvivere, e quando l’esercito francese capitolò davanti alle forze di invasione tedesche, decise di cambiare il cognome in Marceau, in onore di un generale della Rivoluzione Francese. Insieme al cugino George Loinger si unì alla Resistenza, ma non riuscì comunque a salvare il padre, che venne catturato e mandato ad Auschwitz, dove morì. Continua a leggere »