Riformati | Kolòt-Voci

Categoria: Riformati

Ebrei in Svizzera: più integrati e più divisi

Lo studio più significativo degli ultimi 50 anni sulla società ebraica in Svizzera rivela una comunità in evoluzione. Numerosi sono gli ebrei che si distaccano dai precetti religiosi ortodossi per adottare una visione più liberale.

Jessica Dacey

L’indagine “Giudaismo svizzero in transizione” è stata condotta nel quadro di un Programma nazionale di ricerca (PNR 58) che si prefigge di studiare l’evoluzione del paesaggio religioso nella Confederazione. I ricercatori dell’Istituto di studi ebraici dell’Università di Basilea hanno focalizzato il loro lavoro sulle comunità di Ginevra, Basilea e Zurigo, città in cui vive il 70% degli ebrei svizzeri.

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La guerra degli ebrei per le aragoste

Da una parte il cappellone nero e la barba candida di Rav Shlomo Bekhor, rabbino Chabad-Lubavitch, uno dei movimenti ortodossi dell’ebraismo; dall’altra Rav Haim Fabrizio Cipriani, guida religiosa della comunità ebraica «riformata» e progressista Lev Chadash di Milano e Roma. Tra i due contendenti, inconsapevole e involontaria pietra dello scandalo, l’aragosta.

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In Sicilia, dopo 500 anni, nasce una comunità ebraica

Furono cacciati dalla Corona di Spagna nel 1492, ma molti rimasero e si convertirono (o finsero di farlo). Ora, dopo tanti anni in usa, un uomo è tornato. È il primo rabbino dell’era moderna.

Paolo Casicci – Venerdì di Repubblica

Sul tavolo del suo studio, non lontano dall’antica Giudecca di Ortigia, ha squadernato un’enorme mappa della Sicilia. Un Risiko della spiritualità? «Macché» sorride Isaac Ben Avraham, al secolo Stefano Di Mauro. «Dopo trent’anni in America, è il modo più facile per ritrovare le città in cui mi invitano». E di inviti, Stefano Isaac ne ha già collezionati a decine. Quanto basta perché il ritorno a casa di questo medico settantaduenne somigli a una reconquista. La riconquista ebraica della Sicilia.

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Meno dialogo, meno Shoah e più riavvicinamento degli ebrei lontani

Intervento di Scialom Bahbout al Consiglio dell’Unione delle comunità ebraiche italiane

Domenica 16 novembre 2008

Pur non ricoprendo alcun incarico comunitario, penso che la mia esperienza di vari anni al DAC e in molte attività comunitarie – che avevano lo scopo di avvicinare gli ebrei lontani – mi consenta di fare una riflessione e di seguito una proposta che qui presento in sintesi. Il tempo a disposizione è limitato e quindi si tratta solo di appunti che potranno essere approfonditi nelle sedi più opportune.

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Il paese delle meraviglie

Continua il dibattito su riformati e Comunità ebraiche in Italia

David Piazza

Il pacato e rassicurante intervento su Kolot del 19/11 di Ugo Volli, presidente della sinagoga milanese riformata Lev Chadash, colpisce non tanto per le omissioni e le reticenze riguardo il suo movimento, quanto perché contraddice un principio che è alla base di ogni novità che si presenta su un palcoscenico già calpestato da vecchi attori, cioè quello della differenziazione. Come direbbe Veltroni, ogni novità deve portare portare una discontinuità. Continua a leggere »

Non siamo un’altra religione

L’intervento del presidente di Lev Chadash sul dibattito su riformati e Comunità italiane

Ugo Volli

Caro Piazza, come presidente della più vecchia e maggiore sinagoga riformata italiana, Lev Chadash di Milano, sento il dovere di intervenire nel dibattito che avet aperto con Claudio Canarutto. Non voglio entrare in grandi temi storici, filosofici e teologici, che meritano maggiore pacatezza e tranquillità, ma solo in quella che tu chiami “noioso problema istituzionale”.

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Sissignore, una cosa sconcissima

Tre lettori rispondono a Canarutto sul riconoscimento dei riformati da parte delle Comunità Ebraiche

Sissignore, una cosa sconcissima

Claudio Canarutto nel suo intervento sostiene che il “mondo ebraico riformato mantiene vivi questi principi, li insegna i propri figli e cosi facendo rende attuale l’antico messaggio, l’antica Legge dei propri Padri”. Affermazioni del genere ignorano totalmente la realtà.

Negli Stati Uniti dove esiste il maggior numero di templi riformati, spesso la metà dei membri sono non ebrei; i “Rabbi” riformati non hanno alcun problema a partecipare a celebrazioni di matrimoni misti insieme a dei preti; degli omosessuali sono stati ammessi al “rabbinato”; i figli dei riformati si sposano in percentuali crescenti con non ebrei. In effetti non piu’ “una cosa sconcissima”, ma molte cose sconcissime.

Donato Grosser

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Gli Ortodossi ed i Pinguini

Il ragionamento del Sig. Canarutto non fà una piega. Egli ha assolutamente ragione quando scrive che la comunità ortodossa non si rende conto che rifiutando di riconoscere l’ebraicità da parte di padre in pratica diciamo un grande NO alla maggior parte di quelle persone che si considerano Ebrei.

Non condivido invece la soluzione che il Sig. Canarutto propone. Il Sig. Canarutto vorrebbe che in pratica le comunità ortodosse riconoscessero l’ebraicità della comunità Reform. E’ vero che le comunità ebraiche italiane dovrebbero appartenere a tutti: Ortodossi, Reform, Conservative… ma dove è il limite? Se non si mette un limite si potrebbe anche arrivare ad accettare l’ebraicità di un Cristiano Protestante (diverso da quello Cattolico per la divinità di una persona) perché in fondo che differenza esiste tra un reform ed un cristiano protestante? Tutti e due credono in Dio e vogliono comportarsi bene nel rispetto delle leggi civili e di quelle religiose, così come interpretate da Loro.

Il fatto che la maggior parte degli ebrei non siano ortodossi vuole dire che gli ortodossi debbano cambiare la Halaha? Io non pretendo che i conservative o i reform diventino ortodossi. Ma penso che concetti di Majority Rule così come proposti dal Sig. Canarutto non abbiano una valenza nel discorso etico, morale e religioso.

Non fù Kant ad insegnare l’imperativo morale? Il valori etici e religiosi non si devono valutare a seconda della maggioranza ma si devono valutare sulla base di un imperativo morale o religioso.

Il Sig. Canarutto dice giustamente che la maggior parte e gran parte degli aiuti allo Stato di Israele vengono dai reform e conservative. Questo è vero. Ma cosa c’entra un discorso puramente intra-ebraico con quello che succede in uno stato che non rappresenta religiosamente né gli uni e né gli altri? Non mi ricordo di avere mai accettato che il Primo Ministro Israeliano sia de facto il portavoce del popolo ebraico o della religione ebraica dato che detiene il Ministro della Religione.

Penso che più di essere struzzi noi ortodossi siamo forse dei pinguini (!) ma non soltanto nel modo come ci vestiamo ma anche per la totale dedizione che abbiamo per i nostri figli e sopportiamo e restiamo al freddo e alle intemperie naturali (faccio riferimento al documentario La marcia dei Pinguini) per proteggere il futuro dei nostri figli.

La comunità ortodossa sarà forse solo il 10% del popolo ebraico, ma i nostri figli e nipoti e pronipoti continueranno ad esserlo ,così come i figli, ed i nipoti e pronipoti dei pinguini continueranno ad essere pinguini.

Possono i Conservative o i Reform dire la stessa cosa?

Rav Dott. Michael Beyo

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Le halakhot che passano dal cuore

Preferisco vivere ebraicamente con mille difficoltà ma in seno all’ortodossia che rendere tutto più facile lasciandola.

Ho dovuto parafrasare al modo ebraico una frase che lo speleologo sacerdote Teillard de Chardin scrisse molti anni fa a proposito del suo modo di vivere la sua fede.

In altre parole, preferisco vivere ebraicamente alla luce delle regole dell’halachà anche quando le stesse mi sembrano insormontabili e mal incollate al mio lavoro quotidiano che mi porta sempre al confine dell’osservanza; essere consapevole di essere un mediocre osservante di una grande legge che tuttavia è la stessa che mi fa Ebreo (sapendo che posso migliorare giorno per giorno avendo sopra di me numerosi esempi da seguire e modelli umani di osservanza halachica a cui ispirarsi) piuttosto che inventarmi un Ebraismo che prescinde dalla stessa.

Non voglio dire semplicisticamente: “meglio un cattivo ortodosso che un buon riformato”.

E, soprattutto, ho profondo rispetto verso chi, nella Riforma, si impegna a riavvicinare numerose persone che, per i motivi più diversi, hanno in piena libertà di coscienza ritenuto di lasciare la comunità di riferimento per entrare in un modo diverso di sentirsi Ebrei.

Ma consiglierei, nella modestissima portata del mio suggerimento, di rifletterci un attimo; i nostri Maestri hanno disegnato un percorso, spaziando tra le maglie di infiniti precetti perchè, in fin dei conti, tra le pieghe dell’ortodossia ci fosse sempre un modo di vivere alla luce della halachà.

Non sarà il modo di vivere di colui che mangia glatt kasher o di chi spegne il cellulare di sabato e indossa la cintura porta-chiavi apposita per non infrangere il divieto di trasportare ggetti; ma un buon rabbino (e ce ne sono tanti in Italia) riesce sempre a venire incontro alle aspettative e alle esigenze di chi vuol vivere meglio l’Ebraismo; senza inventarsi nulla, trova ad hoc la soluzione migliore.

In un certo senso, è come se “prendesse su di sè” (non vorrei essere frainteso e mi scuso dell’ingenuità dei termini) quella parte di non osservanza alle mitzvoth non soddisfatta da parte nostra e la trasforma; trova l’equilibrio giusto tra rigore ed esigenza di “modernità”.

Questo è, forse, l’aspetto più bello dell’Ebraismo italiano, solo per fermarmi a quello di casa nostra.

Va da sè che, come mi sembra di capire anche dall’intervento di David Piazza, un ruolo fondamentale spetti ai rabbini.

Per tacer della parte che spetta ad ognuno di non perdere per strada questo tesoro di vita e pensiero chiamato halachà, tocca ai rabbini, in un certo senso, aiutarci.

A Trani era tutto impossibile, ebraicamente parlando; eppure, grazie ad alcuni rabbini e alla comunità madre di Napoli, abbiamo modestamente ricostruito un decoroso percorso di vita ebraica, con non poca attenzione alle regole alimentari e allo studio in Sinagoga, cura per gli Ebrei più lontani che vengono da Taranto o Foggia pur di fare tefillà e comprensione per le oggettive difficoltà che essi affrontano.

Consapevoli che si può fare molto e di più e che forse questo “di più” non sarà raggiungibile nell’immediato; ma con una prospettiva davanti a loro.

Perchè è proprio questo che l’ortodossia offre di ineguagliabile: quella chance in più di perfezionare il nostro Ebraismo, affezionandoci giorno dopo giorno al kiddush settimanale, alle candele da accendersi allavigilia dello shabbath, alle beracoth da recitare su ogni gesto quotidiano.

Quando le halacoth entrano nella vita dell’Ebreo dalla porta del cuore, posso assicurarlo, non c’è nulla che riesca a portarcele via.

Francesco Lotoro