Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Chanukkà non è Chrismukkah. È la storia di un conflitto

Gadi Luzzatto Voghera

ChanukkaNon sembra un esercizio futile provare a guardare la festa di Chanukkah nella sua prospettiva storica. Al netto dell’affascinante narrazione che ci proviene dai libri dei Maccabei (peraltro non inclusi nel canone biblico ebraico) e dell’emozionante miracolo dell’olio, rimane il fatto che Chanukkah è considerata dai Maestri una festività anomala. Sono pochissimi i brani talmudici che se ne occupano e le halakhot sembrano piuttosto essenziali e concentrate sulla dinamica dell’accensione dei lumi: poca cosa. La ragione di questo sostanziale vuoto potrebbe essere ricercata nelle vicende storiche successive alla rivolta vittoriosa contro Antioco IV Epifane.

La dinastia dei Chashmonaìm (Asmonei) fondata da Shimon haMaccabì, che segnò l’inizio del regno di Jehudà, aveva la caratteristica peculiare di essere la prima casa regnante in cui coincidevano il ruolo di governo e di sacerdozio (i Chashmonaìm erano Cohanim). Questo fatto andava a sconvolgere gli equilibri di potere (oggi lo chiameremmo in senso liberale “separazione Stato-Chiesa”), aprendo un secolo di contrasti profondi in cui la polemica fra Farisei e Sadducei non si limitò a discussioni di carattere rituale ma fu anche e soprattutto un confronto legato alle modalità dell’esercizio del potere. I Sadducei in particolare furono visti con simpatia dalla casa regnante (in particolare è noto il rapporto privilegiato con Alessandro Janai – in italiano Ianneo, nipote di Shimon haMaccabì).

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Rabbini capo di Roma del 900. Altro che marginali

E’ uscito un nuovo numero della Rassegna Mensile di Israel, curato da David Gianfranco Di Segni e Laura Mincer, interamente dedicato ai Rabbini Capo di Roma della prima metà del Novecento: Vittorio Castiglioni, Angelo Sacerdoti e David Prato. Si tratta di uno spaccato su un importante momento della storia ebraica e italiana, ancora poco studiato, che mostra come l’ebraismo italiano, a dispetto di quanto comunemente si pensi, non fosse affatto marginale e isolato, ma partecipasse a pieno titolo alle grandi istanze con cui si dovette confrontare l’ebraismo mondiale nella prima metà del secolo scorso.

Prefazione di Riccardo Di Segni

RMI RabbiniQuesto volume è dedicato a tre figure che si sono succedute nella carica di Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma nella prima metà del XX secolo: Vittorio Castiglioni, Angelo Sacerdoti e David Prato. Il segno della loro attività è ancora vivo nelle memorie delle persone, ma accanto al racconto orale le testimonianze e i documenti scritti sono numerosi e degni di grande attenzione. È quanto si è cercato di fare organizzando a Roma, nella sede del Centro Bibliografico dell’UCEI, a cura del Collegio Rabbinico Italiano e della Comunità ebraica, tre distinti convegni, che hanno sollecitato lo sviluppo di ulteriori ricerche e hanno raccolto e divulgato il frutto di quelle in corso. Da questi eventi nasce il presente volume.

La prima metà del secolo scorso fu, per il mondo ebraico europeo, un periodo decisivo, incomparabile per la sua drammaticità alle epoche precedenti e seguenti. Anche l’ebraismo italiano ne rimase gravemente investito. Due guerre coloniali (Libia ed Etiopia), due guerre mondiali, la nascita e la fine di una dittatura, le leggi razziali e la Shoà, la fondazione dello Stato d’Israele trascinarono gli ebrei in un vortice di eventi difficilmente controllabili. Decisivo fu il comportamento della leadership, e di quella religiosa in particolare, che si era assunta, in aggiunta ai tradizionali compiti, incarichi di natura politica nei difficili rapporti con le autorità. Le catastrofi politiche dei fatali cinquant’anni avevano rimesso in discussione tutto per gli ebrei italiani; il modello di integrazione totale, che aveva raggiunto le sue massime realizzazioni alla fine della Grande Guerra, entrò in crisi progressiva con il fascismo: le coscienze si lacerarono, le Comunità si divisero e su di esse si abbatté prima la scure delle leggi razziali, poi l’incubo delle deportazioni e dei massacri. Lo smarrimento investì tutto l’ebraismo italiano, ma fu Roma a sostenerne un peso importante, per l’entità numerica e per la posizione geografica vicina al cuore del potere politico.

Sotto questi aspetti l’opera dei tre rabbini romani è di estremo interesse, offrendoci la possibilità di studiare come i rappresentanti della tradizione abbiano potuto o voluto interagire con cambiamenti radicali e costituire un riferimento saldo in momenti di tempesta. Non si può esaminare il loro ruolo senza contestualizzarlo nel momento storico in cui hanno agito, ciascuno con la sua personalità, le sue attitudini, il suo carisma. Perché di tre personalità molto diverse si tratta, che si misurarono di volta in volta con differenti problemi.

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My Hanukkah. Una app per genitori digitali

My HanukkahCosa succede quando un papà cerca nel web immagini sulle festività ebraiche da scaricare per far colorare i propri bambini…e non ne trova di adatte? Può non succedere niente. Quel papà potrà con rammarico arrendersi o al massimo mettersi a disegnare. Ma se quel papà (Andrea Moshi) è intraprendente ed i suoi amici (Yasha Maknouz e Debora Castelnuovo) lo sono altrettanto, da quella lacuna prende vita un originale progetto, trova posto una soluzione decisamente creativa, multimediale! E’ nata così AppSameach, prima un sito – assolutamente da vedere – ed ora anche un’applicazione, per condividere e insegnare ai più piccoli le festività della tradizione ebraica con leggerezza e rispettando i tempi del racconto.

Di recente pubblicazione infatti la loro My Hanukkah, è la prima di una serie di libri interattivi che insegna – in una dimensione ludica – la storia dei momenti sacri del popolo ebraico attraverso le festività più sentite. E non solo per colmare una lacuna ma per far sentire il calore, con uno strumento innovativo, della forza e del potere della tradizione.

Non risulterà strano che la segnalazione di questo progetto così interessante trovi posto in questo blog. Da sempre ripeto che recensisco solo storie, storie, storie e giochi no, no, no. In questo caso, ci si trova di fronte ad un pezzetto di Storia con alcuni giochi, storia che tutti dovremmo conoscere a prescindere dalle diverse convinzioni religiose e spirituali.

In questa app troviamo un mondo interattivo (sviluppato con Pubcoder) che porta con sé didatticaintrattenimento e divertimentotra le pagine di una storia di fascino…è sempre così quando c’è un miracolo di mezzo!

In apertura di tavola si coglie la struttura dell’app: dalle tre piccole nuvole al touch abbiamo accesso alla sezione La Storia, da leggere in autonomia e da ascoltare con l’illuminazione progressiva del testo in rosso, le Attività, che offrono FormeSuona il piano! (magnifica), Trova le differenze e Brachot (le Benedizioni) e la sezione Pagine da colorare. Una ricchezza di contenuti a portata di bambini e ragazzi, al servizio dello spirito d’osservazione, della manualità e della musica. E’ disponibile in italiano, ebraico, inglese, francese; per la selezione della lingua, un touch sull’icona dell’indice fa comparire, in alto a destra, un’icona-bandiera con la tendina per la scelta. Continua a leggere »

La preghiera per un malato terminale colpito da enormi sofferenze

Alfredo Mordehai Rabello

euthanasia4-1-770x512Possiamo dire che in linea generale la Torà vieta di accelerare, in modo diretto od indiretto, la morte di un malato terminale, colpito da sofferenze. Le fonti ebraiche danno tuttavia la possibilità di rivolgersi a D-o con la preghiera.

Il primo testo rilevante è Talmud  Babilonese, Ketubot,104 a:

“È raccontato che il giorno in cui riposò l’anima  [= morì] di Rabbì Jehudà [il redattore della Mishnà] i Rabbanim decretarono un digiuno e chiesero pietà [dal Cielo]….

In un primo momento la serva di Rabbì Jehudà  [che conosceva bene la Torà e fungeva da infermiera] si associò alla Tefillà dei Rabbanim:

“La serva di Rabbì Jehudà salì sul tetto, [e] disse: i superiori richiedono Rabbi e gli inferiori richiedono Rabbi – Ti sia  gradito che gli inferiori pieghino i superiori.”

Spiega il Maarsha [Rabbì Shmuel Eideles. 1555 Krakow, Polonia – 1631 Austria ] che i superiori  rappresentano l’anima   mentre gli inferiori il corpo.

In un secondo momento pero`, la serva,  colpita dalle enormi sofferenze causate a Rabbi dalla malattia intestinale di cui soffriva, cercando di fare smettere per un momento la Tefilla` dei Rabbini con uno stratagemma, pregò  che fosse gradito al Signore che i superiori pieghino gli inferiori; la sua preghiera fu esaudita e Rabbi morì.  [Si veda Rav Shelomo Goren, Torat Harefuà, Gerusalemme, 2001, p. 49 (in ebraico)].

Scrive a tal proposito Rabbenu Nissim Gherondi (il Ran, XIV secolo): “mi sembra che questa sia l’intenzione del Talmud, talvolta dobbiamo chiedere pietà per il malato che muoia, come quando l’ammalato soffre parecchio e non può vivere, come e` riportato a proposito di Rabbi”. Il Ran ritiene quindi che avesse ragione la serva di Rabbi Jehuda hanassi` e non gli altri Saggi e si puo` arrivare alla conclusione che la halacha` ribadisce il divieto di agire per sollevare il malato con azioni che ne affrettino la morte, mentre sara` azione meritevole pregare per lui che possa avere una agonia breve.  Continua a leggere »

Ecco come e perché Dio ha creato il mondo nell’amore tra maschio e femmina

Il mistero gaudioso del sesso. 

Pubblichiamo alcuni estratti dell’intervento del rabbino Jonathan Sacks (con Benedetto XVI in basso nella foto, è considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica ortodossa in Gran Bretagna) al Colloquio interreligioso internazionale “Humanum – La complementarietà fra uomo e donna”, Roma 17-19 novembre.

Rav Jonathan Sacks

adamo-ed-evaStamattina voglio cominciare la nostra conversazione raccontando la storia della più bella idea nella storia della civiltà: l’idea dell’amore che porta nuova vita nel mondo. Ci sono molti modi di raccontarla. Per me è una storia fatta di sette momenti chiave, ciascuno dei quali sorprendente e inatteso. Il primo, secondo un articolo scientifico apparso di recente, ebbe luogo 385 milioni di anni fa in un lago della Scozia. Fu allora, secondo la recente scoperta, che due pesci si unirono per realizzare il primo esempio di riproduzione sessuale noto alla scienza. Fino ad allora la vita si era propagata in modo asessuato, per divisione cellulare, gemmazione, frammentazione o partenogenesi: tutte forme più semplici e più economiche della divisione della vita in maschio e femmina, ciascuno dei due con un ruolo diverso nella creazione e nel sostentamento della vita. Quando consideriamo quanto sforzo ed energia richiede la congiunzione del maschio e della femmina nel regno animale – in termini di esibizione, rituali di corteggiamento, rivalità e violenze – è stupefacente che la riproduzione sessuale abbia cominciato a esistere. I biologi non sono sicuri del perché. Alcuni dicono che era funzionale alla protezione dai parassiti, o all’immunizzazione da malattie. Altri dicono semplicemente che l’incontro di opposti genera diversità. Ma in tutti i modi, quei pesci in Scozia scoprirono qualcosa di nuovo e magnifico, che da allora è stato copiato virtualmente da tutte le forme di vita evolute. La vita comincia quando il maschio e la femmina si incontrano e si abbracciano.

Il secondo inatteso sviluppo fu la sfida unica posta all’Homo sapiens da due fattori: assumemmo la posizione eretta, che compresse il bacino della femmina, e ci trovammo con cervelli più grandi (un aumento del 300 per cento), il che volle dire teste più grandi. Il risultato fu che i cuccioli degli umani cominciarono a venire al mondo più prematuramente di quelli di qualunque altra specie, e così si trovarono ad avere bisogno della cura parentale per un tempo molto più lungo. Ciò rese l’accudimento genitoriale più esigente fra gli umani che fra qualunque altra specie, opera di due persone anziché di una sola. Da qui il fenomeno – molto raro fra i mammiferi – del legame di coppia, diversamente dalle altre specie nelle quali il contributo del maschio tende a concludersi con l’atto della fecondazione. Fra la maggior parte dei primati, i padri nemmeno riconoscono i loro figli, oltre a non prendersi cura di loro. Nel resto del regno animale la maternità è quasi universale, ma la paternità è rara. Perciò quello che emerse insieme alla persona umana fu l’unione della madre e del padre biologici per prendersi cura del figlio. Fin qui la natura, ma poi venne la cultura, e con lei la terza sorpresa.

Monoteismo e monogamia Pare che fra i cacciatori-raccoglitori il legame di coppia fosse la norma. Poi sorsero l’agricoltura e i surplus economici, le città e la civiltà, e per la prima volta stridenti ineguaglianze cominciarono a emergere fra ricchi e poveri, potenti e senza potere. I grandi ziggurat della Mesopotamia e le piramidi dell’antico Egitto con la loro base larga e la cima stretta erano affermazioni monumentali di pietra di una società gerarchica nella quale i pochi avevano potere sui molti. E la più ovvia espressione di potere fra i maschi alfa, sia umani che primati, è di dominare l’accesso alle donne fertili e così massimizzare la trasmissione dei propri genî alla generazione seguente. Da qui la poligamia, che esiste nel 95 per cento dei mammiferi e nel 75 per cento delle culture studiate. La poligamia è l’espressione ultima della diseguaglianza, perché significa che molti maschi non avranno mai la possibilità di avere una moglie e un figlio. E l’invidia sessuale è stata, per tutta la storia, fra gli animali come fra gli umani, un fattore primario di violenza. È questo che rende così rivoluzionario il primo capitolo della Genesi, nella sua affermazione che ogni essere umano, indipendentemente dalla classe, dal colore della pelle, dalla cultura o dal credo, è fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso. Continua a leggere »

Viviane: Una donna insegue la libertà tra divorzio e legge rabbinica

Un tentativo più onesto del film antisemita Kadosh per capire la complessità della legge ebraica, stavolta subita da cittadini che non l’hanno scelta. Viene furbamente omesso però il fatto che a parti invertite (con donna recalcitrante) la situazione sostanzialmente non cambierebbe (Kolot)

Paolo Mereghetti

VivianeC’è una sola informazione da sapere prima di lasciarsi andare alla visione di Viviane : in Israele non esiste il matrimonio civile, c’è solo quello religioso, e quindi il divorzio (che esiste) può essere ratificato solo da un tribunale rabbinico, che ha bisogno però del pieno consenso del marito. Fatta questa premessa si è pronti per entrare nell’aula di tribunale dove Viviane e Elisha Amsalem stanno discutendo del loro divorzio: o meglio dove Viviane chiede un divorzio che il marito non sembra intenzionato a concedere.

Gli antefatti e le ragioni dei due contendenti li scopriremo scena dopo scena, anzi rinvio dopo rinvio, perché la cosa chiara da subito è che il marito non vuole concedere il divorzio alla moglie, che pure vive ormai fuoricasa, dalla sorella, da tre anni. Niente, Elisha prima diserta le udienze, poi sceglie il silenzio o cerca ogni giustificazione possibile per rifiutare quello che Viviane cerca da diversi anni. E quando anche l’uomo accetta di farsi rappresentare da un avvocato — nel suo caso il fratello rabbino Shimon, mentre la donna ha scelto un avvocato che non mette la kippah (come a sottolineare la sua «laicità») — ed entrano in scena i testimoni chiamati dai due contendenti, lo scontro non diventa meno facile da risolvere, perché il quadro si allarga alla società, all’idea dominante di famiglia e alle sue regole non scritte.

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Il narcisismo del martire, che un giorno voleva sostituirsi a Dio

David Bidussa

David-BidussaMoshe Habertal nel suo libro Sul sacrificio (Giuntina), propone di analizzare il tema dell’offerta distinguendo tra età antica e modernità. In Antichità prevale la figura del “sacrificare a”. Una dinamica che si compone di varie figure. Nel racconto di Abele e Caino, il sacrificio è anzitutto un dono-offerta, che può essere accettato o rifiutato da Dio; oppure un segno di obbedienza e lealtà, come nel caso di Abramo con Isacco; o infine un rituale per stabilire e confermare un legame di solidarietà tra il divino e il popolo (i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme).

Poi una volta finita la ritualità dell’offerta di sacrificio, anche il concetto di sacrificio muta e trasfigura in quello di “sacrificarsi per”. Quello che conta in questa seconda dimensione è a chi ci si rivolge. Se prima il dialogo era con la divinità, ora il fine sono gli altri umani, la divinità, al più è un mezzo.
Anche in questo caso ci sono varie raffigurazioni.

Nasce una nuova stagione dell’atto sacrificale che coinvolge molto il nostro presente e che sta nell’immaginario e nelle pratiche dell’ “intransigenza radicale” dell’entusiasmo, sia dell’oppositore irreducibile sia del guerriero contemporaneo. Entrambi si offrono e si propongono come martiri.
Entrambi trasformano il loro corpo in oggetto di attenzione.

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