Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Rosh hashanà, la festa dell’imperfezione

Gheula Canarutto

Gheula CanaruttoAll’inizio D-o creò il mondo. Nel cielo e nella terra mise il basso e l’alto, l’infimo e il sublime, la capacità di guardare all’insù senza staccarsi da giù. Creò i mari, i fiumi, le onde e le correnti e la possibilità di un continuo movimento. Fece spuntare gli alberi, le loro radici e l’attaccamento ancestrale al posto da cui si è venuti. Appese nel cielo il sole e la luna, le stelle. Da allora ogni cosa può essere vista sotto una luce diversa. Creò la dipendenza vitale dei pesci dall’acqua pensando che sarebbero stati una metafora per l’uomo che senza Torà non avrebbe potuto vivere. Anche l’istinto di sopravvivenza, quello che instillò negli animali qualche ora prima del momento cruciale di quei sei giorni, avrebbe insegnato che, di fronte a una prova, tiriamo fuori forze di cui ignoravamo l’esistenza.

Ora dopo ora, ad ogni particolare D-o aveva assegnato un tratto comune, un messaggio da cui avrebbe potuto trarre insegnamento l’ultima delle creature, ma la prima che aveva in mente. Fatto di cielo e terra, di radici e correnti, di luce e istinti, sarebbe stato l’essere umano a portare avanti lo scopo di tutta la creazione. Così solo in lui D-o soffiò l’anima dentro, prendendola dalla parte più profonda di Se Stesso. La creatura di D-o, l’essere più perfetto mai esistito, aprì gli occhi in un mondo pronto a soddisfare ogni sua esigenza. Pochi istanti dopo, disubbidendo al comandamento divino, insieme alla propria compagna di vita, mangiò il frutto dell’etz hadaat, l’albero della conoscenza.

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Un ponte che non annulli le differenze

Ancora sul tema della Giornata della Cultura Ebraica, domenica 6 settembre 2015 (altri interventi qui e qui)

Alfonso Arbib*

Alfonso ArbibChe cos’è un ponte? Come tutti i simboli, il ponte può avere vari significati. È innanzitutto un collegamento. Può collegare città e regioni divise da ostacoli naturali rappresenta inoltre simbolicamente ogni tipo di legame e collegamento tra entità diverse, popoli, etnie e religioni. In quest’accezione il ponte più noto e rilevante degli ultimi decenni è forse il dialogo interreligioso che collega religioni separate tra loro, non solo da un punto di vista teologico ma anche da una lunga storia di divisioni, disprezzo e persecuzioni. Ma il ponte può essere un collegamento interno tra gli elementi diversi che compongono un popolo, una comunità, una nazione e da questo punto di vista la storia e la vita ebraica sono un buon esempio di ponti. C’è un ponte interno che collega ebrei di diverse origini etniche e culturali.

Su questo ponte è basata la costruzione di una comunità ebraica e un esempio straordinario di collegamento tra ebrei di origini, culture e lingue diverse è lo Stato d’Israele.

Ma il ponte rappresenta anche qualcosa di diverso. Un famoso detto di Rabbi Nachman di Breslav recita: Tutto il mondo è un ponte molto stretto, l’importante è non aver paura. L’aforisma di Rabbi Nachman, se da una parte è un invito al coraggio, d’altra parte rappresenta il ponte come qualcosa che incute timore. Tutta la nostra vita è un ponte da attraversare ed è un ponte pericoloso, instabile da cui si può cadere. Rabbi Nachman non nega tutto ciò ma sostiene che non possiamo evitare il pericolo e che le cadute sono da una parte inevitabili ma dall’altra possono e devono farci crescere. Continua a leggere »

La mitzvà più facile da fare e più difficile da capire

Parashat Ki Tezè. La derashà del bar mitzvà Gadi Maggiocalda ieri al tempio di via Eupili a Milano

Introduzione

Nido UccelloShabbat shalom a tutti. Cosa significa diventare bar mizvà? A partire dal 13° anno di età e per il resto della propria vita si diviene responsabili del rispetto delle mizvot, dei precetti dettati dalla Torà e dalla successiva tradizione ebraica. Si accetta su di sé la Qabalat ol Malkhut Shamayim, il giogo del Regno dei Cieli. Si tratta di 613 precetti. Già: il famoso: na’asè venishma’ [Es. 24:7]: eseguiremo ed obbediremo / faremo ed ascolteremo. Questo è ciò che rispose in coro il popolo a Mosè. Nella parashà Ki Tezè di mizvot se ne contano ben 74, più di un decimo del totale! Vediamo dunque.

Introduzione specifica

Ho pensato di approfondire una mitzvà di queste 74 e per sceglierne una mi sono fatto guidare soprattutto dalla curiosità. Ho scelto la mizvà dello shiluach haken – del nido d’uccello.

Se per la via s’affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra, un nido d’uccelli, (ove siano) pulcini o uova, colla madre coricata sui pulcini o sulle uova; non devi pigliar la madre insieme coi figli.

Manderai via la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e vivrai lungamente. [Deuteronomio 22:6-7] Apparentemente si tratta di una mizvà molto semplice ed innocente, quasi ovvia: sii gentile con gli uccellini ed HaShem sarà gentile con te. Stanno effettivamente così le cose? Continua a leggere »

Sulle kinòt di Tishà be-Av

Donato Grosser

9 avQuest’anno Tishà Be-Av (il 9 del mese di Av) cade di Sabato. In questo giorno fu distrutto il primo Bet ha-Mikdàsh (il santuario di Gerusalemme) da Nabuccodonosor e il secondo Bet ha-Mikdàsh da Tito. Per questo motivo da Mille Novecento QuarantaCinque anni il 9 di Av è un giorno di lutto e di digiuno, ma non potendo digiunare di Shabbàt il digiuno viene rimandato al giorno dopo.

La parashà di Devarim, che viene letta sempre prima di Tishà Be-Av, ha in comune con il 9 di Av la parola “Come”. Moshè disse:  “Come potrò sostenere  da solo… (1:12). E il profeta Yirmiyà nella Meghillà di Ekhà (Lamentazioni) chiede: “Come è successo che la città così popolosa è rimasta sola ed è diventata vedova…”.  Di Shabbàt, nel leggere la parashà, in molte comunità  il versetto viene letto con la stessa melodia delle Lamentazioni.

Oltre alla Meghillà di Ekhà di Tishà Be-Av si usano leggere in tutte le comunità delle Kinòt (elegie) composte nel corso dei secoli. Mentre nell’uso ashkenazita le Kinòt sono quarantacinque, in quello italiano ve ne sono solo nove.  Uno dei motivi per questa differenza è di carattere storico. Nel 1096 i Crociati, viaggiando verso la Terra Santa, fecero enormi stragi delle comunità ashkenazite in Francia e in Germania e non passarono per l’Italia. Tra gennaio e luglio 1096 circa 10.000 ebrei furono trucidati dai Crociati nel nord della Francia e in Germania, tra un quarto e un terzo della popolazione ebraica di allora in quelle regioni. Nonostante gli ordini del re Enrico IV, il quale proibiva di molestare gli ebrei, il Conte Erich di Leisinger fece  massacri di ebrei nelle città di Speyer, Worms e Magonza. Altre migliaia di ebrei furono trucidati nella valle del Reno.

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Rivista israelitica del 1845. Quanto erano vivi quegli ebrei

Elena Lattes

elena lattesDall’uscita del primo periodico ebraico a Konigsberg in Germania, nel 1784, passarono poco più di sessant’anni per vederne uno stampato anche in Italia. Nell’ottobre del 1845, infatti, venne pubblicato dalla Stamperia Carmignani il primo numero della “Rivista israelitica”, diretta dal modenese Cesare Rovighi, letterato e patriota del Risorgimento.

Nelle intenzioni iniziali sarebbe dovuto essere un mensile, ma nei poco più di due anni di vita, uscirono soltanto undici numeri, per problemi di vario genere, fra cui, forse, quelli economici e politici (non dimentichiamoci il fermento che animava in tutta la Penisola).

Di dimensioni variabili, era costituito in media da poco meno di settanta pagine, ma arrivava a volte fino alle 150 e trattava di argomenti diversi, usando stili differenti. Vi si potevano trovare racconti, poesie, sia in italiano che in ebraico accompagnate dalla traduzione, trascrizioni di discorsi pronunciati in varie cerimonie, dibattiti, notizie riguardanti gli ebrei estensi, ma spesso anche di altre regioni o altri regni italiani (Granducato di Toscana, Papato, Piemonte, e così via) e, perfino, di alcune lontane province dell’Impero Austroungarico e di quello zarista. Era aperto anche ad annunci privati e a contributi “esterni” (particolarmente significativo l’articolo di un sacerdote cattolico premonitore della posizione di una parte della Chiesa che venne ufficializzata soltanto centovent’anni dopo).

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Behàalotekhà: una società basata sul rispetto reciproco

Donato Grosser

Chafetz ChayimAlla fine della parashà è scritto che Miriam, sorella maggiore di Moshè, si rivolse al fratello Aharon dicendo “L’Eterno ha forse parlato solo con Moshè? Non ha parlato anche con noi?” (Bemidbàr, 12:2), volendo così affermare che il livello di nevuà (profezia) di Moshè non era superiore al suo e a quello di Aharon. L’Eterno apparve in profezia a tutti e tre con parole di rimprovero nei confronti di Miriam e di Aharon dicendo: “Ascoltate attentamente le mie parole; se qualcuno tra di voi ha un’esperienza profetica, quando mi rivelo a lui in una visione lo farò con un sogno. Non così con Moshè che è come un servitore fedele nella Mia casa. Con lui parlo senza intermediari con una visione che non contiene allegorie, ed egli vede chiaramente il risultato delle Mie azioni. Perché quindi non avete avuto timore di sparlare del mio servo Moshè?” (ibid., 12:6-7). Come punizione per aver sparlato di Moshè, la sorella Miriam venne colpita da una piaga della pelle detta tzara’at. Aharon pregò quindi Moshè di intervenire in modo che la loro sorella non fosse “come un morto”.

R. Chayim Shmuelevitz (Lituania, 1902-1979, Gerusalemme), capo della Yeshivat Mir a Gerusalemme, nella sua raccolta di derashòt (discorsi di Torà) intitolata Sichòt Mussàr (conversazioni etiche) fa qualche considerazione sull’affermazione dei Maestri secondo la quale colui che è affetto da tzara’at è considerato come un morto. Egli menziona il passo talmudico nel trattato Nedarìm (64b) nel quale i Maestri insegnano che quattro categorie di persone sono considerati come morti: il povero, colui che è affetto da tzara’at, il cieco e chi non ha figli. Quello che accomuna queste persone è l’isolamento e l’impossibilità di fare del bene.

Colui che era affetto da tzara’at era considerato alla stregua di un morto perché fino a quando non era guarito doveva uscire dalla società e rimanere isolato “al di fuori dell’accampamento” (Vaykrà, 13:46). Il cieco è considerato morto perché senza la visione è anch’esso isolato dagli altri. In modo simile chi non ha figli è anch’esso isolato perché gli manca la possibilità di dare di sé e di fare del bene. E così pure chi è povero e non ha nulla da dare al prossimo. R. Shmuelevitz scrive che dalla punizione che fu inflitta a Miriam possiamo derivare la gravità del peccato di sparlare del prossimo. Egli aggiunge che le punizioni divine sono commensurate al peccato (midà ke-nèghed midà) e il loro scopo è far sì che il peccatore si renda conto della propria colpa, si penta e corregga il proprio comportamento. Il maldicente, parlando male del prossimo, ha separato moglie da marito e una persona dall’altra e per questo motivo viene separato dagli altri (Rashi in Vaykrà, ibid., che cita T.B., trattato ‘Arakhìn, 16b).

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Rav Di Segni risponde per le rime alla provocazione di rav Korsia

Pregare orgogliosamente per il bene della propria patria? Un dovere di ogni ebreo. Così il Gran Rabbino di Francia Haim Korsia, ospite d’onore del recente Moked di Milano Marittima, ricordando come fu sua la scelta di far inserire nella preghiera che gli ebrei d’Oltralpe recitano per il bene della Repubblica una parte dedicata ai militari attivi in operazioni militari e che la stessa fosse recitata in francese e non soltanto durante eventi istituzionali in modo da farla accettare senza difficoltà. Rav Korsia aveva poi affermato: “Sarebbe auspicabile che gli ebrei italiani facessero lo stesso per il loro Stato”. Sul numero di giugno del giornale dell’ebraismo italiano Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni interviene con una sua riflessione a riguardo.

Riccardo Di Segni*

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoUn’interessante provocazione lanciata dal rabbino capo di Francia Haim Korsia al Moked primaverile, su una questione religiosa con implicazioni politiche ed identitarie – la preghiera per la pace dello Stato – sta provocando insieme a qualche risposta ragionata delle polemiche inutili e strumentali. Per ricondurre la discussione nei giusti binari è opportuno riproporre i dati essenziali di questa storia.

Nella tradizione ebraica antica vengono identificate due fonti principali. La prima è una frase del profeta Geremia, in un suo messaggio indirizzato agli ebrei esuli in Babilonia che gli chiedevano come comportarsi in una terra lontana dalla patria originaria; a loro Geremia rispose dicendo tra l’altro: “E cercate la pace della città dove vi ho esiliato e pregate per lei al Signore, perché nella sua pace voi avrete pace” (cap. 29 v. 7); in altri termini, perché voi possiate essere tranquilli e prosperare, la città che vi ospita deve essere in pace, non avete nulla da guadagnare dall’instabilità, anche se vi trovate nella terra di chi ha sconfitto la Giudea e vi ha portato in esilio e quindi adoperatevi per la sua pace.

La seconda sollecitazione in questo senso viene da una fase famosa pronunciata da rabbì Chaninà segan haKohanim, Maestro dell’epoca della distruzione del Tempio: “Prega per la pace del regno, perché se non fosse per il timore [che incute] ognuno divorerebbe il suo prossimo vivo” (Avòt 3:2). Anticipando di molti secoli il senso politico del famoso homo homini lupus, invocava e giustificava la forza del potere come elemento necessario per la sicurezza sociale. Parlava così riferendosi al regno, che poteva essere un regno qualsiasi, ma aveva davanti a lui quello romano, che aveva appena distrutto il Tempio e soggiogato la Giudea. Altre fonti bibliche parlano di benedizioni o preghiere per i re; per il re ebreo (Salomone) il verso di 1 Re 8:66 che parla dell’inaugurazione del Tempio, alla fine della quale il popolo si congeda benedicendo il re; per il re non ebreo la richiesta – paradossale – del Faraone a Mosè di pregare per lui (Es. 8:24).

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