Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Le parole del Rav, la Comunità che tutti vogliamo

La Comunità Ebraica di Milano ha vissuto recentemente due importanti momenti: uno al Benè Berith, dedicato ai giovani; il secondo in un’affollata aula magna, dedicato alla scuola ebraica e alle diverse identità comunitarie.

In un mondo dove quasi tutti pretendono di improvvisarsi qualcosa che non sono (e che non possono essere), incontrare qualcuno che esprime opinioni fondate è un’emozione sempre più rara. In un pianeta, come quello dove abitiamo, dove i tromboni hanno sempre fiato da sprecare, non facciamo mai abbastanza sforzi per ascoltare chi parla a bassa voce. Si potrà o meno concordare di caso in caso con quanto dice, ma il rav Alfonso Arbib, il rabbino capo di Milano, appartiene certamente a quella rara categoria di persone che non ci assordano di parole pronunciate a sproposito. Non alza la voce, non sgomita per apparire, non si sente in dovere di dare pareri irrevocabili su tutto e tutti. Parla poco, agli occhi di qualcuno corre il rischio di sembrare quasi timido. Eppure in due recenti occasioni ha messo giù concetti solidi come le pietre angolari necessarie a sostenere le grandi costruzioni.

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Che cosa non c’è bisogno di pulire per Pèsach?

Rav Shlomo Aviner*

Chi parte per Pèsach

MatzaChi parte per Pèsach e quindi non si trova in casa, può essere facilitato e non pulire nulla. In che maniera? Non solo si vende il chamètz, ma anche tutte le sue briciole. Certo non si possono vendere solo le briciole, perché non avrebbe senso dal punto di visto halakhico, ma si può però vendere il chamètz che sta in un armadio, compreso lo sporco. Oppure si può anche comprendere (nella vendita) tutto il chamètz di un’abitazione, senza che ci sia bisogno di pulire alcunché. Se però qualche ospite vi dovesse abitare (nei giorni di Pèsach) si devono pulire le stanze che verranno usate. Le altre stanze non in uso, verranno quindi sigillate con del nastro adesivo e si venderà il chamètz in esse contenuto.

Resta la domanda: in che maniera allora si può adempiere alla mitzvà della ricerca del chamètz, senza perderla? Se si arriva, la sera del 14 (la vigilia), nel luogo dove si trascorrerà Pèsach, quello è il luogo dove va fatta la ricerca del chamètz; ma se si arriva la mattina (del 14), si deve pulire bene e controllare una stanza “facile”, per esempio l’ingresso, ma senza bisogno vendere il chamètz contenuto. È chiaro però che si deve controllare, pronunciando la berakhà relativa, anche il locale dove si risiederà, se questo non è stato fatto prima.

Chamètz in quantità minore di un “kazàit”

Riguardo al chamètz in quantità minore di un “kazàit” (27 cmq o un cubetto di 3 cm), non si trasgredisce la regola di “non dovrai vederlo e non si troverà presso di voi” (cfr. “Igròt Moshè”). È scritto sulla “Mishnà Berurà” che qualsiasi cosa che sia chamètz “visibile” rientra nella categoria del divieto di consumare del chamètz che ha “passato Pèsach” (senza essere stato venduto), ma se questo viene compreso nella vendita del chamètz, è sicuramente permesso tenerlo. Certo, meno di un “kazàit” non si può certo mangiare, ma non si trasgredisce (per esso) al divieto di “non dovrai vederlo e non si troverà presso di voi”.

Generalmente infatti, nelle stanze non si trovano grossi pezzi di chamètz, a meno che un bambino non vada in giro con un panino in mano, o con dei biscotti da sbriciolare. Ma se si tratta di una stanza dove non si va in giro col cibo, non c’è affatto bisogno di pulirla (per Pèsach)!

Tra l’altro, per questa ragione, riguardo l’usanza di nascondere i “bocconcini” di chamètz, bisogna stare attenti a che siano minori di un “kazàit”, in maniera che se non se ne dovesse trovare uno, non c’è bisogno poi di impazzire a cercarlo, perché si può fare affidamento sulla formula di annullamento che si pronuncia dopo la ricerca. Continua a leggere »

Un italiano famoso… poco noto in Italia

Rav Chaim Yosef David Azulai – Chidà

Michele Cogoi

Rav Chaim Yosef David Azulai, più comunemente noto con il suo acronimo Chidà, è una tra le figure più affascinanti e poliedriche della storia ebraica. È noto agli studiosi principalmente per la sua importantissima opera di Halachà, Birchè Yosef, che pubblicò in Italia dove visse per molti anni. Ma pochi sanno che grazie ad un’insaziabile curiosità intellettuale per ogni tipo di conoscenza sia storica che scientifica fu autore di un centinaio di opere, tutte di primissimo piano ed in diversi campi dell’ebraismo. Tra queste Shem Ha-Ghedolim, un’enciclopedia di tutte le opere ed autori nel campo della Torà, scritta a memoria durante la quarantena al suo arrivo a Livorno.

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Le donne e lo studio della Torà

Si è aperto a Milano un Bet Midrash per donne, a cura del Rabbinato Centrale. È una novità importante per lo studio dell’ebraismo nella comunità più composita dell’Italia ebraica. Il Bollettino della Comunità ebraica di Milano ha chiesto a Ruhi Levi, una donna che insegna Torà a Roma di fare il punto sull’argomento.

Ruhi Levi

Negli ultimi decenni, puntuale e ricorrente si presenta la necessità di affrontare la questione dello studio della Torà, da parte delle donne. Si discute se le donne devono o possono studiare e se il loro studio deve essere diverso per argomenti e per metodi da quello degli uomini. Continua a leggere »

«Attenti, è pericoloso essere misericordiosi con i malvagi»

Intervista a rav Riccardo Di Segni

ROMA – Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, si trova da giovedì 28 dicembre a Gerusalemme. È tra i relatori di un convegno internazionale dedicato proprio agli ebrei di Roma, la più antica comunità della Diaspora. Tra gli organizzatori, il Museo italiano di Gerusalemme. E proprio parlando di cultura, in particolare della tradizione rabbinica, Di Segni risponde alla domanda che mezzo mondo si sta ponendo in queste ore: l’ esecuzione di Saddam è stata una barbarie o un atto di giustizia? «La questione della pena capitale per l’ ebraismo è complicata, sia dal punto di vista morale che giuridico. Nella Bibbia appare con chiarezza una lunga serie di reati per i quali la pena di morte è prevista. Ma il dato biblico è fortemente integrato dalla tradizione rabbinica che è arrivata a stabilire una procedura estremamente rigorosa, direi quasi pedante, per tutte le sentenze capitali. Per arrivare poi a una conclusione». Continua a leggere »

Il cuore ebraico della musica di Uri Caine

Un pianista che volta la schiena al pubblico e scorre la via lattea del suo jazz con i gomiti e con le dita.

Uri Caine è il maestro della contaminazione, che sa smontare pezzo per pezzo la musica classica e intingere, nello stesso istante, quelle sue dita di pianista nel jazz americano dei locali fatti di penombra, per disegnare note che hanno il sapore antico delle melodie ebraiche. Il 2 dicembre era in cartellone per un progetto dell’Auditorium di Milano, “Stranieri fra tutti i popoli del mondo”, che ha per sottotitolo “armeni, ebrei, zingari, neri, sognatori e musicisti”. Continua a leggere »

Gli insegnamenti dell’Haggadà di Pèsach

David Piazza

DavidPiazzaChe cosa possiamo imparare, ebrei e non ebrei, la sera del Sèder, da portarci dietro tutto l’anno?

Lista sintetica senza nessuna garanzia di completezza e senza ordine di importanza. Alcuni insegnamenti sottintendono una conoscenza delle fonti accennate.

1) Si può uscire anche da una situazione apparentemente senza via d’uscita – Vedi il principio “Inizia con la diffamazione e finisce con la lode”: a) Gli ebrei schiavi in Egitto; b) Il popolo ebraico che ai suoi inizi era idolatra. Continua a leggere »