Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

La “nudità” halakhica della voce femminile. Una visione diversa

Il contributo femminista al discorso halakhico: KOL BE-ISHÀ ‛ERVÀ come caso esemplare. Basato su una versione più ampia in corso di pubblicazione in Halakha, Meta-Halakha u-Philosophia: Iyyun Rav Teumi, a cura di Avinoam Rosenak [Jerusalem, Van Leer/Magnes, 2010].

Tamar Ross

tamar-rossNegli ultimi anni diversi studi su questioni halakhiche sono stati scritti da donne.[1]  Il contributo delle donne al discorso halakhico è ancora ai primi passi e finora è stato motivato quasi esclusivamente da un interesse ad occuparsi delle questioni pratiche che toccano da vicino i problemi femminili. Oltre a suscitare nuove domande, questi studi cercano di dare a problemi antichi soluzioni nuove, capaci di rispecchiare la maggiore sensibilità verso la condizione delle donne, che sta cambiando nel mondo contemporaneo. È un tipo di tendenziosità che non ci si può non aspettare; come ha affermato R. Eliyahu Dessler, maestro di musar del XX secolo, nel momento in cui qualcuno consulta lo Shulchan ‘arukh per scoprire se gli è permesso giocare a scacchi di shabbat, quell’atto implica già di per sé un qualche interesse e propensione.[2]  Sebbene i poskim (decisori o autorità halakhici) si sforzino in genere di superare queste insidie, bisogna onestamente riconoscere che la decisione halakhica è quasi per definizione incapace di operare in condizioni sterili. Perfino quando gli studiosi di halakhà assumono il ruolo di osservatori esterni, impegnati nello studio teorico del procedimento halakhico piuttosto che nella ricerca di risposte concrete a domande concrete che emergono dalla vita quotidiana, la sottile vernice della obiettività accademica raramente riesce a mascherare il fatto che quella ricerca è spesso accompagnata dalla speranza che i suoi risultati in qualche modo influenzeranno la coscienza del posek e la sostanza delle sue decisioni (pesikà). Una simile tendenziosità e la sua relazione con le politiche concrete sono particolarmente evidenti, in questo momento, fra le donne impegnate nella ricerca halakhica. Prendendo atto che così stanno le cose, in questo articolo vorrei esaminare prima di tutto in che misura il nuovo coinvolgimento delle donne nello studio della halakhà abbia davvero la possibilità di influire su questioni specifiche di pesak relative alle loro esigenze particolari – sia per determinare il risultato finale (bottom line) nelle decisioni su temi eminentemente femminili sia per la scelta degli argomenti considerati rilevanti nel procedimento per arrivare ad esse.

Alla fine di questa trattazione cercherò di rispondere anche a un’altra domanda: se  un approccio femminista alla halakhà, al di là dell’impatto pratico su problemi specifici che riguardano in particolare le donne, non possa avere da offrire anche un suo contributo unico, meta-halakhico, su di un piano più filosofico – vuoi per una comprensione alternativa delle finalità più generali del pesak halakhico, vuoi per una riflessione analitica sulle sue premesse di fondo. Continua a leggere »

Har habayit, istruzioni per l’uso

Riccardo Di Segni

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoIl nome.  Significa “il monte della Casa”, è il monte dove si trova la casa del Signore. Compare  in questa forma esplicita in Geremia 26:18 e Micha 3:1   והר הבית לבמות יערed è una forma semplificata dell’espressione  הר בית ה’  , “il monte della Casa del Signore”, che troviamo in Isaia 2:2 all’inizio della famosa profezia dove è detto “spezzeranno le loro spade per farne aratri e loro lance per farne falci, un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo e non studieranno più la guerra”.

Secondo il midrash i tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe  istituirono ciascuno una delle tre preghiere fondamentali, rispettivamente  shachrit, minchà e arvit, e ognuno chiamò il luogo di preghiera con un nome differente: Abramo lo chiamò  har, monte (“nel monte il Signore si mostrerà, Genesi 22:14); Isacco pregò sul far della sera in un sadèh, campo (“Isacco uscì a conversare nel campo sul far della sera”, Genesi 24:63) e Giacobbe lo definì  bayit, casa di Dio, (“questa altro non è che la casa di Dio”, Genesi 28:17).

Le differenze tra i modi con cui è chiamata la preghiera nei tre episodi (hashkamà, sichà, peghià),  i tempi, e le definizioni dei luoghi rispecchiano i diversi modi di rivolgersi al Signore, e il senso del luogo dove si prega (una montagna da scalare, un luogo aperto , una casa); l’espressione har habayit riprende la prima e ultima definizione, e omette la seconda, quella del campo, che evoca il destino di abbandono e distruzione di Sion (Geremia 26:18); il campo nella Torà ha infatti spesso significati negativi: è il luogo dove Caino uccide Abele  (Genesi. 4:8), dove le donne vengono violentate (Deut. 22:25); viene evocato proprio da Isacco perché dei tre patriarchi è quello che rappresenta l’aspetto severo dell’incontro con Dio, il sacrificio da cui lui stesso è sopravvissuto.

La tradizione, già dai tempi biblici, identificò il luogo dove Salomone costruì il Tempio con il luogo del mancato sacrificio di Isacco; Abramo infatti ricevette l’ordine di recarsi  a fare il sacrificio “nella terra di Morià, in uno dei monti che ti dirò”; e il libro 2 delle Cronache (3:1) scrive che Salomone “cominciò a costruire la casa del Signore a Gerusalemme sul monte Morià”.

Si parla di monte, perché è una struttura elevata separata da valli; l’altezza attuale non è quella originaria perché quando Erode fece grandiosi lavori di restauro del Tempio decise di spianare alcune parti; poi furono i diversi conquistatori dai Romani in avanti a compiere opere di distruzione e livellamento.

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La lezione di Paola Sereni

Alberto M. Somekh

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Paola Sereni z.l.

Il 10 luglio scorso scompariva a Milano, alla soglia dei novant’anni, “la Sereni”. Paola Sereni Rosenzweig è stata preside delle Scuole della Comunità e docente di italiano al liceo ebraico per oltre una generazione di studenti, incluso il sottoscritto. Non so quanto avessi in comune con lei oltre alla voce stentorea: la ricordo intimarmi di moderare il tono della mia conversazione… dal fondo del corridoio! Le sue lezioni erano indimenticabili per la passione che ci comunicava. Una volta chiuse l’Orlando Furioso e rifiutò di proseguire la spiegazione perché sosteneva che non c’era la giusta atmosfera in classe, schioccando le dita per il disappunto. Ma non voglio legare la sua memoria ad aneddoti.

Le dedico invece una modesta riflessione di letteratura comparata. Shaqadti wa-ehyeh ke-tzippòr bodèd ‘al gag (“Ho perseverato e sono stato come un uccellino solitario sul tetto”). Questo versetto dei Salmi (102,8) è passato alla storia della letteratura italiana per essere stato parafrasato in una celebre poesia: “D’in su la vetta della torre antica, / passero solitario, alla campagna / cantando vai finché non more il giorno”. Giacomo Leopardi (1798-1837) sapeva di ebraico e aramaico, oltre che di greco e latino. Il padre Monaldo aveva nella sua casa di Recanati una ricca biblioteca nella quale custodiva volumi pregevolissimi in tutte le lingue, come la Bibbia poliglotta di Walton (Inghilterra, sec. XVII), forse la più completa documentata. Ma a iniziare il giovane poeta allo studio delle lingue semitiche pare sia stato Giuseppe Antonio Vogel, un canonico alsaziano che era riparato in Italia dopo la Rivoluzione Francese e dedicava il proprio tempo ad attività di riordino delle biblioteche e di precettore. I cospicui riferimenti alla Bibbia ebraica presenti nella produzione leopardiana sono già stati oggetto di vari studi. Vorrei qui ora soffermarmi soltanto su un dettaglio.

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Bereshit. La luce del Principio

Pinhas P. Punturello

punturello“In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.”

Questi primi versetti della Genesi sono ben noti al mondo occidentale, sia esso laico che religioso e sono talmente noti da essere recepiti in maniera acritica, mentre invece dovremmo porci la domanda del perché Dio abbia scelto di iniziare la Creazione proprio con la luce.

La luce, nella sua essenza assoluta, ha valore solo se relazionata alla sua utilità: sono le creature, piante, animali e uomo, che danno un senso alla luce perché ne recepiscono l’esistenza ed i benefici.

Comprendiamo quindi che se Dio ha iniziato il mondo attraverso la luce essa non è un semplice mezzo di Creazione, ma probabilmente ne è anche lo scopo, perché se la luce fosse stata creata secondo una visione utilitaristica, non avrebbe avuto senso il suo posto all’inizio di Bereshit, della Genesi, ma avremmo dovuto incontrarla dopo la creazione di piante, animali ed esseri umani.

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Rosh HaShana, l’ago della bilancia

Alberto Moshe Somekh

bilanciaCiascun mese dell’anno ebraico è associato a una delle dodici costellazioni dello zodiaco che appare in cielo. Al primo mese dell’anno, Tishri, è assegnato il segno della bilancia o, come è chiamata in ebraico, mozenayim. Il Midrash (Tanchumah, Shelàch) spiega l’associazione fra bilancia e Tishri in base al concetto che Maimonide avrebbe così illustrato: “Ogni uomo ha sia trasgressioni che meriti. Se i suoi meriti superano le trasgressioni, è considerato uno tzaddiq, completamente giusto. Se le trasgressioni sono superiori è considerato un rashah, completamente malvagio. Se le trasgressioni e i meriti si equivalgono, viene definito benonì, una persona che si trova nel mezzo… Tuttavia, non si tratta di un giudizio quantitativo, bensì qualitativo. Vi sono atti di merito individuali che vengono considerati più influenti di molte trasgressioni. Analogamente, vi sono trasgressioni che possono avere peso maggiore di molte fonti di merito. La determinazione del peso dipende soltanto dal giudizio di D., la cui conoscenza comprende tutto, poiché soltanto Egli può valutare il merito e la trasgressione. Ognuno dovrebbe perciò considerare se stesso, nel corso di tutto l’anno, come se fosse per metà meritevole e per metà colpevole. Così, se commette un’unica trasgressione, è in grado di inclinare l’ago della bilancia dalla parte delle trasgressioni per se stesso e per tutto il mondo, causando la distruzione di entrambi. Allo stesso modo, se compie una Mitzvah, può inclinare l’ago della bilancia dalla parte dei meriti per sé e per tutto il mondo, portando salvezza e liberazione ad entrambi” (Hil. Teshuvah 3, 1-3).

Commenta il Sefer haToda’ah: “A Rosh haShanah vengono pesate le azioni dell’uomo ed egli viene iscritto favorevolmente o sfavorevolmente in base ai meriti delle sue azioni… Anche se una persona pecca per tutto l’anno, non dovrebbe perdere fiducia nella sua capacità di fare Teshuvah. Al contrario, dovrebbe ritornare sulla via della rettitudine prima che sopraggiunga il giudizio. Dovrebbe sempre credere di aver la capacità di far pendere l’ago della bilancia propria e di quella di tutto il mondo dalla parte del merito. Per questo motivo è consuetudine di tutto il popolo d’Israel essere particolarmente generosi nella Tzedaqah, nelle buone azioni e nel compiere mitzvot nel periodo fra Rosh haShanah e Yom Kippur. L’uomo viene infatti giudicato soltanto secondo le sue azioni presenti (ba-asher hu sham; TB Rosh haShanah 16a). Perciò se si pente in prossimità del giorno del giudizio, compiendo la volontà di D., viene giudicato per come è e non per come era”.

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“Le culle vuote sono la fine dell’occidente”. J’accuse del rabbino Sacks

Il rabbino e filosofo inglese: “E’ come nell’antica Roma: autoindulgenza dei ricchi, crisi demografica, minoranze non integrate e un vuoto religioso”. Discorso a Buckingham Palace

Giulio Meotti

sacksRoma. La cornice è quella del Templeton Prize del valore di un milione e mezzo di sterline (più del Nobel). Viene conferito dal 1972 a Buckingham Palace da Filippo di Edimburgo e dal principe Carlo a personalità religiose di spicco del nostro tempo, come Madre Teresa, il Dalai Lama e Alexander Solgenitsin. Quest’anno lo ha vinto Jonathan Sacks, rabbino capo del Regno Unito per ventidue anni, leader ecumenico (nel 2011 ha dialogato con Papa Benedetto XVI), apologeta dell’ebraismo ortodosso, filosofo alla New York University e al King’s College di Londra, autore del recente libro “Not in God’s Name” e uno dei pochi leader religiosi ad aver imposto la propria voce a capi di stato e al pubblico laico (i suoi interventi alla Bbc sono popolarissimi). Sacks ha tenuto un j’accuse sull’Europa e l’occidente, ribadito poi in una intervista al Telegraph. “La caduta del tasso di natalità potrebbe significare la fine dell’occidente”, ha detto Lord Sacks.

“Il futuro dell’occidente, l’unica forma che ha aperto la strada alla libertà negli ultimi quattro secoli, è a rischio. La civiltà occidentale è sull’orlo di un crollo come quella di Roma antica perché la generazione moderna non vuole la responsabilità di allevare i figli”. La società europea così come la conosciamo “morirà” a causa della crisi demografica. Il “crollo” del tasso di natalità in tutta Europa ha portato a “livelli senza precedenti di immigrazione che ora sono l’unico modo con cui l’occidente pub sostenere la sua popolazione”. Sacks avverte pero che l’immigrazione di massa non pub funzionare proprio a causa del grande disagio culturale dell’occidente. Continua a leggere »

“La famiglia tradizionale è la cellula essenziale dell’umanità”

Intervista a rav Riccardo Di Segni

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegno«Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede. Tutti quanti apparteniamo a un’unica famiglia, la famiglia di Dio, il quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo». Così diceva papa Francesco alla comunità ebraica durante la visita alla sinagoga della Capitale, nel gennaio scorso. Restando dunque in famiglia – a poche settimane dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia – parliamo di famiglia con un «fratello maggiore», Riccardo di Segni, 66 anni, rabbino capo di Roma dal 2001.

Nelle prime pagine dell’Amoris Laetitia papa Francesco ricorda il Salmo 128, ancora oggi proclamato sia nella liturgia nuziale ebraica sia in quella cristiana, che vede al centro la coppia del padre e della madre con la loro storia di amore e di generazione. Viene poi richiamato il Libro della Genesi nel quale è tratteggiata la realtà matrimoniale nella sua forma esemplare. Come istruiscono in ordine alla famiglia i versetti della Genesi fondativi per gli ebrei (e anche per i cristiani)?  

«Nel racconto della creazione del capitolo 1 si legge: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra”». Nel secondo racconto della creazione rammento in particolare due momenti: Dio si accorge della solitudine dell’uomo e decide di dargli un aiuto «che gli sia simile (o che gli stia di fronte)»: crea la donna che Adamo riconosce come «carne dalla mia carne ossa dalle mie ossa». Dal loro incontro prende vita la famiglia: «l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

L’indicazione che traiamo è, anzitutto, l’obbligo di farla, una famiglia. Il secondo riguarda la forma, che è quella costituita dall’uomo e dalla donna – sui quali si stende la benedizione del Creatore – uniti in matrimonio e aperti alla generazione e alla vita. Questo modello di famiglia, oggi definito “tradizionale”, è il fondamento del legame sociale, la cellula essenziale della grande famiglia umana, il nucleo sul quale ogni società può edificarsi e svilupparsi proseguendo l’opera creatrice di Dio».

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