Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Il senso dello shabbat oggi

Dal 28 settembre al 1 ottobre 2013 parte a Milano la prima edizione di Jewish and the City, Festival Internazionale di Cultura ebraica, quest’anno dedicato allo shabbàt, l’unico dei 10 comandamenti rilevante solo per gli ebrei. Ma può lo shabbàt insegnare qualcosa anche ai non-ebrei, oggi?

David Piazza

Mai come oggi si parla di tempo. Da una parte la società dei consumi è vorace del nostro tempo libero dilatato e dall’altra, specularmente, la società del lavoro si affanna a ottimizzare i singoli minuti del nostro tempo produttivo. Anche nei confronti delle amicizie e soprattutto della famiglia, ci sentiamo sempre in difetto e siamo stati costretti a inventarci il tempo qualitativo perché fatichiamo a offrire quello quantitativo.

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Provare per credere

Il Rabbino capo di Roma: Perché è limitativo definire gli ebrei solo come “credenti”

Riccardo Di Segni 

Quando gli ebrei parlano di rapporto con la propria religione, è raro che si definiscano credenti; il credere lo si dà un po’ per scontato, è poco misurabile nel suo puro movimento di spirito, deve avere una dimostrazione nell’azione. Per cui si preferisce parlare di osservanti. E non è differenza da poco. Nel primo secolo dell’era cristiana i membri dei numerosi gruppi dissidenti dall’orientamento prevalente -che oggi si direbbe ortodosso- e tra questi i primi giudeocristiani, erano definiti dai rabbini con il termine di minim, plurale della parola biblica che indica “la specie”. Qualcuno ha suggerito che l’insolito termine sia una contrazione ironica della parola maaminim, cioè credenti; nel senso che voi dite o pensate o credete di essere credenti, ma la fede è un’altra cosa. Quindi attenzione a usare questa parola.

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Parla una donna ultra-ortodossa

Una nuova battaglia per Gheula: la verità sulle donne ortodosse (di Israele e del mondo)

Gheula Canarutto Nemni

Il giovedì era il mio giorno da incubo, il giorno del tema. A 11 anni ti costringevano a soffermarti sulla vita, sulle frasi dei poeti, sui terremoti e a scrivere intere pagine di quaderno sviscerando ogni sillaba. Mi sedevo accanto a mia madre e insieme analizzavamo il titolo, cercando di capirne bene le parole e il senso. “Pregiudizio cosa vuol dire?” le domandai una volta mentre tiravo su con la forchetta l’ultimo spaghetto dal piatto. “Vuol dire che le persone ti giudicano senza sapere davvero chi sei. Pre vuol dire prima. E’ un giudizio che si forma in un momento sbagliato. Il giudizio dovrebbe formarsi sempre dopo. Dopo aver conosciuto, aver parlato, aver discusso. Mai prima, ricordatelo” Me lo ricordo ancora. Dopo trent’anni.

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Kasher: Costi e flessibilità

La Halakhà già tiene conto delle considerazioni economiche e non ha bisogno di pericolosi compromessi

Michele Cogoi

In un articolo sull’edizione di giugno di Shalom, pubblicato su Kolot, dal titolo “Kasher: il giusto profitto“, Pierpaolo Pinhas Punturello solleva il problema, per altro condivisibile, del costo elevato del cibo kasher in Italia. L’autore osserva giustamente che non è corretto prendersela col commerciante “capitalista”. La soluzione consisterebbe invece nel sostituire i prodotti con certificazione kasher venduti nei negozi comunitari con prodotti “permessi” venduti al supermercato.

Kasher: il giusto profitto

Da una parte sarebbe ora di finirla con la caccia all’untore nei confronti degli operatori kasher. Dall’altra bisogna capire che comunque kasher non vuol dire solo adatto al consumo ebraico.

Pierpaolo Pinhas Punturello

I social network, le pagine Facebook ed i video di YouTube che si rivolgono ad un pubblico ebraico hanno spesso trattato il tema dei costi dei prodotti kasher dilaniando spesso gli schieramenti di coloro che partecipavano alle discussioni. Accanto ad alcuni sostenitori dei dati che comparano il mercato a kasher a quello biologico, che non vanno sottovalutati per la loro intuizione economica, sono apparse in trincea le giuste dichiarazioni di alcuni operatori del settore e commercianti di prodotti kasher e le affermazioni di un certo tipo di mondo rabbinico che si è posto con lo Shulchan Aruch in mano tra le fila degli scaffali dei supermercati e le famiglie ebraiche italiane investite, come tutti gli italiani, dalla crisi, dai tagli e dagli inevitabili conti di fine mese.

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Kasher: dove un’impresa deve essere anche un servizio

Intervista a Marco Sed del Ristorante Yotvata di Roma: “Cucina kosher? Un servizio di natura sociale”.

Anna Tina Mirra

“A Roma abbiamo una vera cucina tradizionale ebraica. Fino al 1870 gli ebrei erano costretti a vivere nel Ghetto e, per imposizione papalina, a fare la spesa solo alla fine del mercato di S. Angelo in Pescheria. E poiché lì si trovavano soltanto prodotti quali indivia o zucchine, le nostre nonne cominciarono a fare di necessità virtù, ideando piatti come gli aliciotti all’indivia o la guiche di zucchine. Oppure la cassuola di ricotta, perché alla fine del mercato si trovava soltanto la ricotta e non anche altri formaggi. Piatti che poi la cucina romana ha ‘rubato’ dalla tradizione ebraica”. E’ con Marco Sed – 43 anni, sposato con Sharon, padre di Yael, Gabriel e Sarah, imprenditore, titolare del Ristorante “Yotvata” a Piazza Cenci, nel cuore del Ghetto romano – che GIROMA comincia ad addentarsi nelle tradizioni della cultura ebraica.

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Ultra e light

Qualche dubbio sulla critica costante agli “ultra-ortodossi” da parte degli altri ortodossi

David Piazza

Nel suo discorso al matrimonio della figlia, un mio carissimo amico ricordava di come questa avesse accettato il consiglio dei genitori su quale sposo fosse più adatto per lei in virtù del fatto che i genitori stessi si consultavano spesso con i propri rabbanim di riferimento. Queste consultazioni avvengono dunque anche su questioni non strettamente inerenti alla sfera religiosa.

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