Pensiero ebraico | Kolòt-Voci

Categoria: Pensiero ebraico

Bioetica e figli contesi, la riflessione dell’ebraismo

Riccardo Di Segni*

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoUn albero viene sradicato da un’alluvione e va a finire nel campo, di un altro proprietario, dove attecchisce e fa frutti. Domanda: i frutti di chi sono, del primo o del secondo proprietario? A prima vista andrebbero divisi, ma bisogna fare una distinzione. Vanno divisi se l’albero è arrivato con le radici coperte dal terreno originale, cosa che gli ha consentito per un certo tempo l’autonomia, ma se le radici erano nude, è solo la terra del secondo proprietario che ha consentito l’attecchimento, la crescita e ha dato il nutrimento; quindi il secondo proprietario deve al primo solo il valore dell’albero spoglio. È un caso tipico discusso e codificato da secoli nella legge rabbinica, in parallelo a casistiche analoghe di altri sistemi legali.

Oggi si propone un caso per alcuni aspetti analoghi. Un ovulo fecondato è stato impiantato per errore in un utero diverso da quello della donna cui era stato prelevato l’ovulo, ha attecchito ed è cresciuto. Di chi è il prodotto del concepimento? Lasciato a sè stesso non gli sarebbe stata possibile una crescita autonoma, che invece ora c’è stata grazie all’ospite che lo sta portando in grembo. Tra la storia dell’albero e quella dell’ovulo fecondato vi sono tante differenze, da una parte un vegetale, dall’altra un essere umano, da una parte una situazione essenzialmente economica, dall’altra un sistema di relazioni con sentimenti, rischi e passioni. Eppure nel minimo che accumuna le due situazioni, se fosse lecito un confronto tra i due casi, la conclusione sarebbe che il feto è di chi porta avanti la gravidanza salvo rifusione del valore dell’embrione, valore ben difficile da calcolare, ma che dovrebbe comprendere almeno le spese in senso lato (mediche, stress, ore di lavoro perso) che sono state necessarie per produrlo. Sempre che sia eticamente lecito, e la cosa è notoriamente controversa, fissare un prezzo per questo tipo di “prestazioni” biologiche umane.

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Chabad: Un progetto educativo e morale per salvare il popolo ebraico

SPECIALE SHALOM GIUGNO 2014. “Curare l’anima, come si cura il corpo” ed “educare ogni bambino”, sono le azioni che hanno guidato il movimento Chabad, fino a consentire una straordinaria rinascita dell’ebraismo dopo la Shoah.

Pierpaolo Pinhas Punturello

RebbeSe analizzassimo il lavoro del Rebbe Menachem Mendel Schneerson zl come se egli fosse stato un dirigente d’azienda o il direttore di un qualsiasi dipartimento culturale dovremmo solo apprezzare i lunghi anni nei quali il Rebbe zl ha di fatto cambiato il volto dell’ebraismo mondiale. Che si abbiano o meno simpatie o affinità con il mondo chassidico Lubavitch, non si può negare che la visione e la progettualità ebraica del Rebbe siano state la più grande rivoluzione educativa della nostra generazione. Il concetto di shlichut, di invio di emissari, nelle realtà ebraiche più diverse e disparate ha fatto in modo che ovunque ci fosse un Beit Chabad, un ebreo potesse trovare un pasto caldo, una casa, un abbraccio (reale o politico che fosse) e chiacchiere di Torà. Il metodo educativo del Rebbe zl è stato imitato e fatto proprio da molte altre organizzazioni ebraiche e molti altri movimenti ortodossi non chassidici. La grande novità concettuale che il Rebbe zl ha donato e sviluppato nel mondo è stata l’abbattimento delle invisibili mura che separavano il mondo religioso osservante da quello laico secolare.

Ponendo al centro dell’attenzione educativa l’ebreo in quanto tale, il Rebbe zl ha lanciato, anno dopo anno, campagne di impegno e di azioni utopiche che hanno cambiato il mondo. “L’uomo non potrà mai essere felice se non si prende cura della sua anima nella stessa maniera in cui si prende cura del corpo” e “non dobbiamo darci pace fino a quando ogni bambino, maschio e femmina, non avrà ricevuto una educazione morale adeguata”, queste due frasi, due motti, detti dal Rebbe negli anni dopo il secondo conflitto mondiale e diretti ad un’Europa e ad un Mondo, occidentale ed orientale post comunista, sono stati i valori ispiratori di un vero e proprio “piano Marshall” spirituale ebraico rivolto ad intere comunità colpite dalla Shoà, dall’assimilazione, dal comunismo e quindi lontane dalla tradizione ebraica. Il Rebbe zl, come il segretario di Stato statunitense George Marshall, predispose ed organizzò una sorta di piano ideologico ed educativo per risollevare il destino ebraico delle Comunità che erano socialmente, economicamente, ma sopra ogni cosa culturalmente e spiritualmente in pericolo.

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La geniale umiltà del Gaon di Vilna

“Chi sono io perché la gente debba ascoltarmi?”, ripeteva. Una modestia leggendaria, genio dotato di una portentosa erudizione, il Gaon di Vilna fu uno dei pilastri del rabbinismo ortodosso, critico dell’approccio chassidico e del pensiero del Baal Shem Tov. In un secolo attraversato dai sussulti dell’illuminismo, rinnovò dall’interno l’esperienza ebraica. 

Alberto Moshe Somekh

Vilna GaonIl Settecento illuminista, e in generale il XVIII secolo in Europa, coincise anche per il mondo ebraico con un’epoca di grandi trasformazioni. L’elevazione degli Ebrei a cittadini di pieno diritto, dopo secoli di discriminazioni, nonché l’impatto con le moderne idee liberali e razionaliste, provocarono due tipi di reazione: alcuni posero l’accento sui testi religiosi tradizionali, soprattutto il Talmud, mentre altri scelsero di diventare “cittadini del mondo di fede mosaica” e adottarono un ebraismo più annacquato. Il dibattito cominciò sul piano culturale: gli esponenti della Haskalah (l’illuminismo ebraico,ndr), proposero una rilettura in chiave filologica moderna della Tradizione, ricercando in essa valori e filoni alternativi (il Tanach, la storia, la filosofia, la lingua e la letteratura), agli studi talmudici classici. Ma la divisione avrebbe avuto conseguenze pratiche in tempi assai brevi, nel momento in cui all’Ortodossia si sarebbe affiancata la Riforma. Gli Ortodossi, viceversa, si distinguevano da tutte le altre correnti per il fatto di elevare lo studio del Talmud a valore fondante. Quasi ovunque l’Ortodossia reagì alle innovazioni e alla penetrazione della cultura laica, rafforzando ulteriormente lo studio del Talmud e l’osservanza della Halakhah: soprattutto attraverso l’adozione di istituzioni separate e scuole dedicate all’approfondimento del Talmud. Nell’epoca di cui ci stiamo occupando, il Settecento, questa corrente ebbe il suo centro soprattutto in Lituania. Mentre in Polonia, la reazione al razionalismo sortì il Chassidismo, il movimento popolare fondato da R. Israel Ba’al Shem Tov e basato, almeno all’origine, più su un’adesione sentimentale alla preghiera e alla gioia spontanea che non sullo studio approfondito dei testi. Anche in questo caso, peraltro, si consolidò una nuova forma di aggregazione sociale, poiché la Comunità chassidica era diversa dal tradizionale tipo di Comunità Ebraica.

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Shavu‘ot: una festa tra nomi e ricordi

Adolfo Locci*

Adolfo LocciIl Mattan Torà, il dono della Torà sul Sinai, è certamente un tema centrale nella Torà. Il monte Sinai è ricordato come il luogo della rivelazione divina e della stipulazione del patto tra Dio e il popolo d’Israele, il luogo dell’ascolto degli ‘Aseret Hadiberot, le Dieci Parole (Esodo 19). E’ dunque curioso il fatto che negli altri libri biblici, ci sia stata una sorta di diminuzione del ricordo di questo fondamentale evento. Ci sono cenni in ‘Ezra e Nechemia (cap. 9:13: “Sei sceso sul monte Sinai a parlare con loro dal cielo”), nel profeta Malachia (cap. 3:22: “Ricordatevi della Torà di Mosè, mio ​​servo, che gli ho comandato sul monte Chorev, per tutto Israele, statuti e sentenze”, nel libro dei Giudici nella cantica di Deborah (cap. 5:4-5: “La terra tremò, anche i cieli gocciolarono…trasudano acqua le montagne davanti al Signore che era sul Sinai”) e nella cantica simile del Salmo 68. Questi pochi riferimenti, non solo indicano un dato forse rilevante per definire quanto sia radicato il ricordo Mattan Torà nel resto della Bibbia ma, soprattutto, sollecitano una riflessione sul rapporto tra la promulgazione della Torà sul Sinai e la festa di Shavu‘ot.

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Saper vedere il bene in ogni persona

Devàr Torà per il limmùd in memoria di Emanuele Pacifici z”l, celebrato al Tempio Maggiore il 14 maggio 2014 a Roma.

David Piazza 

Emanuele PacificiVorrei arrivare a parlare di zio Emanuele partendo da un versetto di Mishlè, i Proverbi di re Shelomò. E sono sicuro che già questo avrebbe fatto sorridere l’interessato. Il versetto recita così:

כַּמַּיִם הַפָּנִים לַפָּנִים, כֵּן לֵב הָאָדָם לָאָדָם

È un versetto corto ma un po’ difficile. Proviamo a partire dalla traduzione di rav Elia Artom z”l.: «Come nell’acqua si riflette l’immagine del volto, così è del cuore dell’uomo verso il cuore del compagno». Màyim è l’acqua. L’acqua è un elemento naturale molto particolare perché è trasparente, come il vetro, ma può anche riflettere, come lo specchio, che è un vetro trattato. Panìm è il volto umano. Ed è molto simile alla parola penìm, che vuol dire interiorità. L’ebraico, che è una lingua sacra perché descrive la vera essenza delle cose, ci sta suggerendo che il nostro volto spesso rivela o tradisce quello che non possiamo vedere, cioè i sentimenti di una persona. Secondo alcuni poi mayìm hapanìm – lett. l’acqua del volto, indicherebbe la pupilla, dove quando si osserva il volto dell’altro che abbiamo di fronte, ci si rispecchia. E in fondo anche la parola ebraica ’àyin – occhio, indica la fonte d’acqua, o ma’yàn. E infine lev è il cuore, il luogo delle inclinazioni e dei sentimenti.

Una prima interpretazione del versetto potrebbe essere dunque: Così come quando mi specchio nell’acqua riesco a vedere il mio volto, così riesco a vedere il mio cuore nel cuore del compagno. Cioè capire i sentimenti dell’altro mi porta in realtà a capire i miei sentimenti. E forse ancora di più: Ho bisogno dell’altro per capire me stesso. Da solo non riesco. Nessuno riesce a vedere se stesso dall’esterno, ma posso riuscirci grazie all’altro nel quale mi rifletto.

Questa rivelazione è però problematica. Io potrei vedere nell’altro qualcosa di negativo, perché quel tratto negativo me lo porto dentro. In altre parole il versetto ci potrebbe dire: Attenti a vedere negli altri delle caratteristiche negative perché potrebbero essere le nostre. I nostri Maestri del Talmùd (TB Kiddushìn 70b) dicono anche:

כָּל הַפּוֹסֵל בְּמוּמוֹ פּוֹסֵל

«Chiunque critica, in realtà critica qualcosa di sé stesso» (la versione italiana è: «Chi lo dice sa di esserlo»). Se giudico che una persona è per esempio, invidiosa, potrebbe voler dire che sono proprio io per primo a essere invidioso.

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Ci fu un rabbinato militare italiano nella Grande Guerra

Anche al fronte pane azzimo, libri di preghiera e una degna sepoltura ebraica 

Paola Abbina

militari_ebreiIl “rabbino militare” nasce prete, questo è incontestabile: il ragionamento per il quale i più arrivano a concepire l’utilità dell’esistenza di tali funzionari non è che questo: posto che i cattolici hanno i loro preti-cappellani sul campo, per l’assistenza spirituale ai moribondi, ai feriti, per il conforto della fede ai combattenti, per la amministrazione dei sacramenti ai morti, posto che gli evangelici vi hanno i loro pastori cappellani, è giusto che gli ebrei – forse per restare in stile sarà meglio dire “Israeliti” – vi abbiano i loro cappellani. Così l’analogia è istituita sotto tutti i rapporti, di nome e di funzione. Questo è quanto scrisse il 15 luglio 1915 la Settimana Israelitica quando le autorità ebraiche nazionali decisero di istituire il “rabbinato militare”. E la decisione, come si evince da queste righe, non fu unanime. I protagonisti furono l’allora presidente del Comitato delle comunità israelitiche italiane Angelo Sereni e il rabbino maggiore di Roma Angelo Sacerdoti. L’istituzione infatti non fu priva di resistenze all’interno del mondo ebraico, per il timore di alcune comunità di vedersi sottratto l’unico elemento che le teneva in vita: la figura del rabbino, presente già allora in numero esiguo. A questo va aggiunta la tendenza di alcuni soldati a mimetizzarsi, vuoi per paura, vuoi per meri motivi pratici, o per non volersi distinguere come religiosi e combattere fra italiani per italiani.

Gli ostacoli della burocrazia militare, le condizioni operative, l’imprecisione e l’incompletezza degli elenchi disponibili dei militari ebrei, la mancanza di mezzi di trasposto per le visite da effettuare, rendevano ancor più difficile il compito del rabbino militare. E ancora, come farsi riconoscere dai correligionari senza confondersi con dei “necrofori” o dei “beccamorti”?

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Pèsach: Il sangue della salvezza

David Piazza

DavidPiazzaNel Midràsh Mekhiltà troviamo una singolare discussione tra Rabbi Natàn e Rabbì Itzchàk: dove venne apposto il sangue che agli ebrei venne chiesto di dipingere sugli stipiti, alla vigilia dell’uscita dall’Egitto? Rabbì Natàn sosteneva che era stato dipinto all’interno delle abitazioni, mentre Rabbì Itzchàk all’esterno.

Ci accorgeremo di come questo dettaglio abbia implicazioni profonde riguardo al forte messaggio su che cosa consista l’identità di un popolo che vive in minoranza tra altri popoli.

Innanzitutto sappiamo, dal racconto della Haggadà di Pesach, che un angelo inviato appositamente da Dio per punire gli egiziani e per salvare gli ebrei, passò oltre (“pasàch” – da cui uno tra i diversi significati del nome della ricorrenza) le case imbrattate con il sangue, segno che vi abitavano degli ebrei, e colpì invece le altre case, dove risiedevano gli egiziani. Tutti i primogeniti che si trovavano all’interno di quelle case morirono improvvisamente.

Solo a seguire il significato semplice del testo: abbiamo qui un primo segnale di una identità che viene manifestata. Stiamo già per dire che sicuramente il sangue era fuori, se non riflettessimo (e lo hanno già fatto per noi i nostri Maestri) sul fatto che un angelo non ha certo bisogno di “vedere” un segno posto dall’uomo. Lui sa che c’è, anche senza vederlo.

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