Israele | Kolòt-Voci

Categoria: Israele

Denunciò i furti in Comunità. Nessuno lo ascoltò

I responsabili di allora si oppongono oggi anche alla targa commemorativa. La figlia ricorda con affetto Luciano Campagnano.

Sheila Campagnano

È accaduto a noi, 20 lunghi anni fa, in quel grigio mattino di novembre che ti porta via, all’improvviso senza preavviso, il destino ti sorprende, pochi attimi e non c’è più tempo per nulla. Era il 20 di Cheshvan 1996. Il sipario cala per sempre e ti strappa a noi, impreparati a questa separazione, troppo presto, impossibile, inaccettabile….

Ma come ricordavi spesso tu con i tuoi famosi proverbi in francese, la tua madre lingua, “l’homme propose e Dieux dispose” …e così il Signore aveva deciso, proprio quel Shabbat non avresti raggiunto il Tempio come ogni sabato mattina. Inutili le mie corse in aereo da Israele dove vivevo, con quella speranza in tutto il viaggio che ti avrei rivisto, che mi avresti aspettato, che avremmo superato anche questa… Grazie a D-o in questi anni ho avuto e ho mia mamma sempre vicino, i miei due splendidi figli che sarebbe stato il mio sogno tu conoscessi, mia zia, mio zio, mia cugina, una piccola ma meravigliosa famiglia, unita nei momenti importanti. Ma quel modo unico di amarmi che avevi tu, quello l’ho perso per sempre. Niente è stato più come prima, hai lasciato un vuoto incolmabile che nemmeno il trascorrere di tutti questi anni ne ha diminuito l’intensità. E al tempo stesso, però, mi hai lasciato una forza che anche io non mi spiego, una forza di quei valori che mi hai inculcato, di quell’amore unico che mi avevi trasmesso e che ho capito, nel momento in cui mi hai solo fisicamente lasciato, avrei dovuto tirar fuori tutta. E non mi sono più fermata, mi ha permesso di superare difficoltà non banali, raggiungere traguardi che mai avrei pensato possibili.

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Italkìm: dove ci si ritrova per le tefillòt

L’ultimo arrivato in ordine cronologico, è il nuovo minian di rito romano di Tel Aviv. Ma i minianim italiani di Israele (i gruppi di almeno dieci uomini che si ritrovano per le funzioni religiose) sono numerosi e continuano a crescere, sostenuti anche dall’aumento delle aliyot dall’Italia.

Speriamo che almeno in questo caso nessuno pronunci la frase antisemita: “Ci sono troppe sinagoghe”.

Un nuovo minian romano a Tel Aviv

the-hotel-s-main-entranceHa aperto i battenti all’inizio di novembre, e a partecipare alle tefillot sono state ogni settimana decine di persone, soprattutto giovani tra i venti e trent’anni, uomini e donne. Si tratta di un nuovo minian di rito romano che si ritrova il venerdì sera per la Kabbalat Shabbat e Arvit nella sinagoga dell’Hotel Dvora di Tel Aviv. “Abbiamo deciso di prendere questa iniziativa perché volevamo avere l’opportunità di pregare secondo il nostro minhag a cui teniamo molto, e farlo rivivere a Tel Aviv in maniera regolare. Inoltre pensiamo che questa sia un’occasione per portare al tempio persone che non vengono mai, perché sentire le melodie di casa può aiutare” spiega a Kol Ha-Italkim Eitan Della Rocca, uno degli ideatori del progetto insieme a Joseph Castelnuovo e Ruben Moscati. “La prima tefillà è stata una grande emozione: cantare con il nostro rito, far salire in tevah persone non abituate a farlo, talvolta che addirittu- ra non salivano dal bar mitzà. Abbiamo anche dedicato il davar Torah a Leone Sonnino e Giuseppe Dell’Arriccia, due esponenti importanti della comunità di Roma recentemente scom- parsi”. Tra i momenti più sentiti, spiega ancora Della Rocca, il Lechà Dodì e l’Igdal cantato come al Tempio maggiore della capitale italiana. Con una importante precisazione: “Non abbiamo fondato questo minian con l’idea di dividerci dal minian tripolino di Tel Aviv, a cui io e molti dobbiamo tanto, per quello che ci offre a livello di Torà e tefillà nel quotidiano, ma solo creare una possibilità ulteriore”.

Rehov Hillel – Gerusalemme

Lo storico tempio italiano nel cuore di Gerusalemme ha sede nel complesso di Rehov Hillel che fu costruito nel XIX secolo da cattolici tedeschi come ostello per i pellegrini. L’edificio cominciò a ospitare un minian italiano nel 1945, quando era ancora sede del liceo Ma’ale. Anche dopo il trasferimento della scuola, il minian continuò a funzionare e a crescere. I suoi arredi sono quelli della sinagoga-gioiello portata da Conegliano Veneto. Negli stessi locali, che sono stati acquistati dalla Hevrat Yehude’ Italia be-Israel nel 2013, ha sede pure il Museo di arte ebraica italiana U. Nahon. Continua a leggere »

L’eredità siriana di Alois Brunner, il nazista protetto da Damasco

XXI, Francia 

Alois Brunner, il criminale di guerra nazista più ricercato dal 1945, due volte condannato a morte in Francia negli anni cinquanta e giudicato responsabile dello sterminio di più di 135mila ebrei, è rimasto nazista fino alla fine ed è morto a Damasco nel dicembre 2001 a 89 anni. Lo racconta la rivista francese XXI in un’inchiesta esclusiva che esce l’11 gennaio 2017, e che sarà pubblicata anche da Internazionale il 13 gennaio e dalla rivista svizzera Reportagen.

L’inchiesta si basa sulle testimonianze esclusive di tre guardie del corpo addestrate nella scuola dei servizi segreti siriani e distaccate al settore 300 – quello incaricato del controspionaggio e della protezione di Brunner – e rivela il ruolo centrale svolto dall’ex nazista nel regime di Assad.

Il braccio destro di Adolf Eichmann, che alla fine degli anni cinquanta aveva messo la sua “esperienza” al servizio del clan Assad, è stato sepolto dal regime di Damasco di notte e in gran segreto al cimitero di Al Afif, nella capitale siriana, a meno di due chilometri dalla sede dove il nazista aveva vissuto le sue ultime ore. Il suo corpo è stato lavato secondo il rito musulmano. “Le strade erano state bloccate in modo che nessuno vedesse, solo otto persone avevano il diritto di assistere alla cerimonia”, racconta un ex agente dei servizi di sicurezza siriani. “È stato lui a formare tutti i responsabili del regime siriano”, confida una delle ex guardie del corpo di Brunner, citando i nomi dei direttori dei servizi di sicurezza siriani addestrati proprio da Brunner.

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Il Monte del Tempio, dove oggi gli ebrei sono dei paria

Niram Ferretti

E’ arrivato il momento che agli ebrei sia concesso di pregare sul Monte del Tempio, ovvero sul luogo più sacro per la religione ebraica, il luogo che è conosciuto anche come Spianata delle Moschee in virtù delle due moschee musulmane edificate su di esso secoli e secoli dopo il primo e il secondo Tempio .

E’ arrivato il momento che il cosiddetto status quo imposto dal 1967 è che impedisce agli ebrei di potere pregare là dove hanno ogni diritto di pregare, sia modificato. Non è più possibile, dopo 49 anni, continuare a tollerare il conculcamento di questo elementare diritto ebraico da parte di un Waqf Islamicoil quale impone a un archeologo israeliano, Gabriel Barkay, di non usare le parole “Monte del Tempio” durante una conferenza a un gruppo di studenti americani. In realtà la vigilanza palestinese voleva fosse espulso, ma la polizia israeliana è giunta ad un compromesso, ed è questo, “Tu, ebreo-israeliano, non puoi qui, dove sorgeva il Tempio nemmeno citarlo se vuoi rimanere, se no te ne devi andare”.

D’altronde non è stato forse l’Unesco a proclamare che la memoria ebraica sia cancellata completamente dal principale luogo santo dell’ebraismo decretando che esso venga solo chiamato con il suo nome arabo? Ed è tutto splendidamente conseguente. Coerentemente conseguente. Poiché gli ebrei “con i loro piedi sporchi” non possono “contaminare” il suolo dove si ergono le moschee di Al Aqsa e la Cupola della Roccia, come ha affermato nel 2015 il leader “moderato” dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen, dando vita alla lunga serie di accoltellamenti che ha piagato Israele per mesi.

E sempre nel 2015, Lahav Harkov, una giornalista del Jerusalem Post che ha avuto l’ardire di manifestare un momento di commozione mentre si trovava sul Monte del Tempio, si è sentita dire sempre dalla polizia israeliana istigata dalla vigilanza palestinese, “Qui non puoi chiudere gli occhi e piangere perché chiudere gli occhi e piangere è come pregare, se lo fai te ne devi andare”. Continua a leggere »

Re Davide combattente con la cetra: la gloria e le debolezze

Con il 6° volume «Le leggende degli ebrei» (Adelphi) si conclude l’opera di Louis Ginzbergs. Le aristocrazie reale e sacerdotale sono unite in una sola figura

Centrale, in questo ultimo volume, è la figura di Davide. Pronipote di Miriam, sorella di Mosè, discende da una famiglia eletta nella quale l’aristocrazia reale si fonde con quella sacerdotale. Suo padre è Isai, uno dei maggiori eruditi del suo tempo, ma anche uno dei quattro uomini morti assolutamente immacolati, senza peccato. Un giorno, una delle sue schiave si innamora di lui e lo concupisce. Isai non resiste alla tentazione. Il Signore, però, lo vuole salvare e consiglia Nasebet, la moglie di Isai, di travestirsi da schiava e prendere il suo posto. Così, Isai non fa peccato: perché si congiunge con sua moglie e da questo amplesso ignaro, che solo per la volontà di Dio non è illecito, nasce Davide. La Bibbia (primo libro di Samuele 16,12), lo descriverà «fulvo, con begli occhi, e di gentile aspetto». Dalle Leggende, sappiamo che avrebbe dovuto rimanere in vita soltanto tre ore, se non ci fosse stata l’intercessione di Adamo che pregò il Signore di sottrarre settanta anni alla sua esistenza e donarli a quel bambino. Il Signore accetta e in aggiunta annuncia che questo bambino avrà tre doni: quello della bellezza, quello del dominio, e quello della poesia.

Passa qualche tempo. Considerato dal padre figlio illegittimo, Davide è mandato nel deserto, lontano dai fratelli, a pascolare le pecore. Il deserto — come sapremo dai Vangeli — è il luogo della purificazione. Nella solitudine e nel silenzio,il corpo si fortifica, l’anima lotta con se stessa, si tempra, e rinasce. Davide uccide tre leoni e due orsi, ma tratta con gentilezza il suo gregge: è un Buon Pastore. Dio se ne accorge e dice: «Sa come occuparsi delle pecore: diventerà dunque il pastore del mio gregge, che è Israele».

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La democrazia del guardaroba

Quanto ci piace Tobia quando va controcorrente!

Tobia Zevi

tobia-zeviGrande polemica in Israele sulla minigonna in Parlamento: il caso esplode la settimana scorsa, quando un’assistente parlamentare viene bloccata all’ingresso per via dell’abbigliamento non decoroso. Immediata la reazione di molti colleghi e anche parecchi eletti: sit in di protesta e sfoggio abbondante di mîses ovviamente imbarazzanti. Deputati a torso nudo, collaboratori in ciabatte, minigonne esibite da maschi oltre che da femmine, sopra e sotto i pantaloni.

La battaglia, di per sé comica, ha dei risvolti che vanno al di là della bizzarra rivendicazione: l’esclusione della ragazza è stata interpretata come l’ennesima vittoria dei religiosi nella società e nelle istituzioni, oltre che un episodio di sessismo.

Da osservatore esterno, sono un po’ combattuto: capisco le preoccupazioni, ma trovo giusto mostrare un rispetto anche formale per le istituzioni e per i cittadini che vi sono rappresentati. Mio nonno Guido mi raccontava che quando era ragazzo non era consentito salire sull’autobus senza la giacca. Una prescrizione oggi inimmaginabile e forse eccessiva, sebbene non sia piacevole trovarsi a luglio, nelle ore calde, vicino a qualcuno in canottiera. In Israele il rifiuto della formalità è da sempre un elemento costitutivo dell’identità nazionale, di un popolo che si considera forte, pragmatico, giovane e sano, senza paura di mostrare il proprio corpo. E decisamente non mancano gli eccessi girando per le città israeliane.

Tutto sommato, però, una piccola eccezione per il Parlamento – nell’epoca dell’antipolitica globale – si può anche fare: c’è proprio bisogno di andare a lavorare in Aula con le infradito?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

http://moked.it/blog/2016/12/20/la-democrazia-del-guardaroba/

Il 4 e 5 dicembre: Quando una data civile irrompe nel calendario ebraico

David Gianfranco Di Segni

Gianfranco Di SegniOgni anno, quando si avvicinano il 4 e 5 dicembre, spesso viene posta la domanda sul perché questi giorni del calendario civile siano stati scelti per iniziare a recitare la richiesta della pioggia nella ‘Amidà (preghiera) dei giorni feriali. Che c’entra una data non ebraica con la Halakhà? È lecito indicare nei siddurim di preghiera le date civili? Quest’ultima domanda è stata in effetti posta alcuni anni fa da un giovane bachur yeshivà italiano al suo rosh yeshivà, il famoso rav Yehoshua Neuwirth z.l., il quale si è fatto portare un voluminoso tomo del Tur Orach Chaim, il codice di rabbì Yaakov ben Asher. Al cap. 117 il Rav ha mostrato un paragrafo del Bet Yosef, il commento di rabbì Yosef Caro (l’autore dello Shulchan Arukh, che proprio sul Tur si basa), dove è scritto che la richiesta della pioggia va fatta a partire dal 22 novembre (scritto proprio così, in lettere ebraiche) o dal 23 novembre negli anni in cui il successivo mese di febbraio (anche questo così scritto) ha 29 giorni. E tra parentesi, nelle edizioni comuni risalenti all’Ottocento, è aggiunto, rispettivamente, 3 e 4 dicembre. Ma perché novembre e non dicembre, se l’indicazione nei nostri siddurim è dicembre? E perché tra parentesi nel Tur è indicato 3 e 4 dicembre piuttosto che 4 e 5, come abbiamo indicato sopra? Di seguito la risposta a tutte queste domande.

La richiesta della pioggia si aggiunge nella preghiera dei giorni feriali con le parole “wetèn tal umatàr” (nel rito italiano e ashkenazita queste parole si aggiungono alla usuale berakhà; nel rito sefardita tutta la berakhà è sostituita con un’altra che include quelle parole). Il passaggio dalla formulazione estiva a quella invernale avviene a partire da giorni differenti, a seconda che ci si trovi in Eretz Israel o nella Golà (Diaspora). In Israele la si recita dal 7 di Cheshwan in poi, ossia quindici giorni dopo la fine della festa di Sukkot. In realtà, il ricordo della potenza divina che fa sì che scenda la pioggia si aggiunge, in tutto il mondo, già dalla mattina di Sheminì Atzeret, l’ottavo giorno dall’inizio di Sukkot. Però, la richiesta vera e propria della pioggia è posticipata di quindici giorni per dare modo ai pellegrini saliti a Gerusalemme per festeggiare Sukkot di tornare ai propri villaggi senza trovare le strade infangate e inagibili.

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