Israele | Kolòt-Voci

Categoria: Israele

L’immagine di Gerusalemme nella teologia ebraica

Giancarlo Elia Valori

Tutti sanno che Gerusalemme è una “città sacra” per tutte e tre le religioni monoteistiche. Ma è una ovvietà da analizzare anch’essa, come se fosse una questione ancora da scoprire. Per René Guenon, “ogni Tradizione è essenzialmente monoteistica, ogni Tradizione afferma innanzi tutto l’unità del Principio Supremo”. Non vi è Tradizione Unica senza Dio Unico, né identità dell’uomo come tale senza il suo riferimento al Creatore. La città Sacra è quindi necessaria testimonianza visibile della Città Celeste e Unica, come è una e sola la Verità.

La città di Gerusalemme inizia ad avere il ruolo di Città dell’Uomo, ma anche dell’intero popolo ebraico, nel 10° secolo d.C., quando il Re Davide la fa assurgere a luogo in cui Egli siede in giudizio e vi porta anche l’Arca dell’Alleanza.

Essa era, secondo le descrizioni bibliche, una cassa di legno di acacia rivestita di oro all’interno e all’esterno, oltre ad essere molto finemente e simbolicamente decorata, la cui costruzione fu ordinata direttamente da Dio a Mosè, costituendo essa il segno visibile e tangibile, unico tra le tende del deserto di un popolo sempre in cammino, della presenza di Dio tra il Suo Popolo scelto. Ovvero l’anticipo, anch’esso visibile e di Ianua Coeli, della vera Città di Dio; e quindi della Città che assicurerà la salvezza nel momento della fine dei Tempi.

Nella peregrinazione degli Ebrei nel deserto, poi, l’Arca veniva portata sempre insieme al popolo eletto in tutte le sue fermate e luoghi di riposo; ma quando il popolo ebraico entra finalmente in Israele l’Arca viene posta stabilmente nella tenda del Convegno a Silo (Giosué, 18:1). I Filistei poi la conquistarono dopo la sconfitta sul campo degli ebrei e, in seguito a una pestilenza scoppiata nel campo filisteo proprio a causa della presenza dell’Arca, essi decisero di restituirla agli Ebrei dopo soli sette mesi dalla cattura. Sette mesi, limite simbolico ricorrente in tutta la Bibbia. Continua a leggere »

Il vero antisemitismo in Europa è politically correct

Francesco Bechis

“L’antisemitismo contemporaneo è il motore del terrorismo internazionale”. Parola di Fiamma Nirenstein, membro del Jerusalem Center for Public Affairs, giornalista e scrittrice con una carriera in prima linea a difendere il diritto all’esistenza di Israele, una causa che dal 2001 la costringe a girare sotto scorta. Intervenuta martedì all’incontro “Violent extremism, Hate Speeches. Nuove forme di antisemitismo” organizzato dal Centro Studi Americani e dal Bene’ Berith Roma, cui hanno preso parte, fra gli altri, l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e il sociologo Giorgio Tabasso, ha fatto il punto sul pericolo dell’antisemitismo in Italia. Un tema ritornato al centro del dibattito politico con il disegno di legge di Emanuele Fiano e alcune manifestazioni razziste all’interno degli stadi italiani. Fiamma di nome e di fatto, la giornalista fiorentina non ha lesinato critiche alle strumentalizzazioni che vogliono confinare il fenomeno ad una sola estrema. “Esiste oggi un antisemitismo non politically correct, cui non faccio alcuno sconto, che è legato all’estrema destra, vedi in Grecia Alba Dorata, e poi ancora in Polonia ed Ungheria” spiega Nirenstein, “ne esiste però uno più grande e pericoloso, è l’antisemitismo eliminazionista, contro gli ebrei e lo Stato di Israele nel suo complesso”.

Pur restando la gravità del gesto, non sono le figurine di Anna Frank con la maglia della Roma che preoccupano la giornalista di origini ebraiche. “Chissenefrega di quella banda di deficienti, questo antisemitismo stragista ha tutto un altro carattere”. Non dunque le celtiche o le svastiche sarebbero il volto più violento dell’antisemitismo in Europa, ma l’antisionismo, la negazione di un diritto all’esistenza per lo Stato di Israele. È un sentimento, racconta la Nirenstein, che affonda le sue radici nel Medio Oriente, in una larga parte della famiglia islamica, ma che è divenuto “un’ossessione per i politici e le istituzioni europee, il pane quotidiano delle organizzazioni umanitarie come Amnesty International, una pioggia quotidiana di risoluzioni Onu contro Israele e mai contro l’Iran e l’Arabia Saudita”. Dura la denuncia della risoluzione Onu del novembre 2016 contro gli “insediamenti” israeliani, canto del cigno dell’amministrazione Obama che la Nirestein non esita a definire “un crimine” perché “ha dichiarato, con l’inaspettato supporto della delegazione americana, che Gerusalemme è territorio palestinese”. Continua a leggere »

Ebraico, italiano e… l’importanza di crescere poliglotti

Alessia Di Consiglio-Levi

“Succo איפה a boire?” Ovvero: “Dov’è il succo da bere”? Bisogna adattarsi a questi ed altri miscugli linguistici quando si cresce un bambino poliglotta. Gli olim in generale si dividono in due fazioni: quelli che “Siamo in Israele e si parla ebraico” e quelli che “A casa la nostra lingua, che tanto l’ebraico lo imparano fuori”. Io e mio marito non ci abbiamo nemmeno pensato più di tanto: era scontato, visto che tra di noi parliamo italiano, farlo anche con i nostri figli. Con la prima, E., che ora ha quasi quattro anni e che è rimasta a casa con me un annetto prima di andare al nido, è filato tutto liscio. Anche se ancora non mi spiego perché abbia l’accento milanese del padre e non quello romano mio avendo passato molto più tempo con me, per non parlare della “R” israeliana, nonostante i miei sforzi e l’impegno costante a farle ripetere scioglilingua come “trentatre trentini”, “sopra la panca” ecc..

Con la seconda, K., due anni appena compiuti, nido dai sei mesi con staff e bimbi francofoni, ancora non abbiamo capito in che lingua parla. Sicuramente capisce perfettamente l’italiano, e molti oggetti ce li indica col nome italiano, ma parlando di sé preferisce dire, אני (anì), e non “io”, oppure שלי (shelì) anzichè “mio”. Un grande passo avanti comunque, considerando che fino a pochi mesi fa mugugnava e basta.

Eh sì, ci vuole pazienza. I bambini bi o tri-lingui possono metterci di più a incominciare a parlare rispetto ai loro coetanei. Molti genitori si spaventano, la prendono come un ritardo, si scoraggiano e abbandonano la lingua meno usata. Peccato. Non parlo dei bambini che la seconda lingua la rifiutano, esistono anche quelli e lì c’è poco da fare, ma non è detto che non la recuperino da grandi. Non è vero, secondo Antonella Sorace, direttrice del Bilingualism Matters Center di Edimburgo, che per il cervello del bambino, al contrario di quanto accade per gli adulti, imparare due lingue parallelamente equivalga a uno sforzo e a uno stress che complicano il suo sviluppo. Per i bambini è un processo naturale come camminare. Nel lungo termine, questa “ginnastica” che fa il cervello a passare da una lingua all’altra, spesso si associa a un migliore livello di attenzione e di capacità di multitasking. E sebbene all’inizio il vocabolario di ciascuna lingua sembri essere più limitato, quello complessivo è più ampio. Più vantaggi che svantaggi quindi. Continua a leggere »

Gerusalemme e la centralità ebraica

Riccardo Di Segni

Caro Direttore, martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni. All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi. La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana. La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.

II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale. Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico. Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. Continua a leggere »

Hotovely sotto attacco per aver offeso gli ebrei americani

Tzipi Hotovely dice che la Diaspora ebraica è la sua famiglia, ma ribadisce che “in molti non capiscono che noi[in Israele] stiamo combattendo una guerra di autodifesa, non una guerra per l’espansione territoriale”.

Redazione del Times of Israel 

Il vice-ministro degli Esteri Tzipi Hotovely si è scusata giovedì dopo che ha offeso gli ebrei americani affermando che fanno fatica a capire il Medio Oriente perché conducono una vita comoda, non svolgono servizio militare e non sanno cosa significa vivere sotto attacco. Ma non ha ritirato le sue osservazioni, e ha espresso sentimenti simili anche mentre andava in televisione a dirsi dispiaciuta.

“Sono miei fratelli”, ha detto in un’ intervista con Hadashot (ex Canale 2) giovedì pomeriggio, mentre si diceva che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu stava pensando di licenziarla per le sue osservazioni. “Se qualcuno è stato ferito dalle mie parole sono molto dispiaciuta”.

Diversi analisti politici pensano che sia improbabile che Hotovely – una MK del Likud di Netanyahu – sarà licenziata dal suo lavoro di vice a Netanyahu, che ricopre la carica di Ministro degli Esteri.

In un’ altra intervista, con Channel 1, ha detto:”Mi scuso dal profondo del mio cuore se qualcuno è stato turbato dalle mie parole”.

Ha detto che sente una forte connessione con gli ebrei nella diaspora, e che, come in tutte le famiglie, a volte ci sono disaccordi e discussioni. Ma, ha detto, che le sue parole vengono dal suo amore per le comunità ebraiche che sono fuori di Israele.

Durante un’ intervista con i24 News mercoledì, Hotovely aveva descritto gli ebrei statunitensi come lontani dai sacrifici fatti dagli altri cittadini americani, così come dalle minacce che governano la vita in Israele.

“La ragione è che non capiscono la complessità della regione “, ha detto. “Persone che non mandano mai i loro figli a combattere per il loro Paese – la maggior parte degli ebrei americani non hanno figli che servono come soldati – , nei Marines, che vanno in Afghanistan, o in Iraq. La maggior parte di loro stanno avendo una vita abbastanza facile. Non sanno come ci si sente attaccati dai razzi, e credo che questo sia proprio quello che Israele sta affrontando quotidianamente “. Continua a leggere »

La strana storia di Menashe Meirowitz

Davide Silvera

Questa storia si svolge nella Palestina degli anni 1911-1912, pochi anni prima della Prima Guerra Mondiale. La Palestina era allora parte dell’Impero Ottomano. Il conflitto tra arabi ed ebrei non era ancora iniziato, non c’era ancora stata la Dichiarazione Balfour del 1917, e tutto sembrava ancora possibile. Le élite arabe, a parere degli storici moderni, credevano alla collaborazione con gli ebrei sionisti, con i quali condividevano interessi socio-economici, per la creazione di una patria comune e moderna. Sempre stando agli storici, c’era una certa solidarietà anche tra la classe lavoratrice araba e quella ebraica, anche questa basata su interessi socio-economici. Come dicevamo, tutto era ancora possibile.

I protagonisti della nostra storia sono tre, intimamente legati uno all’altro, nonostante le evidenti diversità.

Il primo, Menashe Meirowitz, era un agronomo ebreo di origine russa che faceva parte del movimento sionista Bilu. Arrivato a Rishon Lezion nel 1883, era decisamente una mosca bianca tra i primi sionisti. Da un lato si opponeva in maniera decisa all’autorità dei funzionari del barone Rothschild in Palestina; ma dal’altra si rifiutò di prendere parte alla “rivolta” contro gli stessi funzionari, perché era convinto che senza l’aiuto economico del Barone Rothschild i coloni sionisti non sarebbero sopravvissuti. Poliglotta, parlava e scriveva alla perfezione non solo il russo e l’yiddish, ma anche il francese, l’inglese e l’ebraico. Una delle sue attività principali era quella di spedire innumerevoli petizioni e lettere di richieste, pretese e proteste con cui sommergeva sia i responsabili del Congresso Sionista che i diversi funzionari dell’amministrazione Ottomana in Palestina.

Il secondo era Issa Al Issa, un poeta e giornalista arabo cristiano nato a Giaffa. Nel 1911, assieme al cugino Yousef El Issa, aveva fondato, nella sua città natale, il quotidiano arabo Falastin. Divenuto in poco tempo il quotidiano più diffuso in lingua araba, Falastin era, come il suo direttore Al Issa, un feroce critico del sionismo, che considerava una minaccia per la popolazione araba della Palestina, e si opponeva tenacemente all’immigrazione ebraica nel paese. “I Sionisti – scrisse nelle sue memorie Al Issa – vedevano in me uno dei loro nemici più accaniti”. Per combattere la linea anti-sionista del giornale, “Provarono (ad usare contro di me) diverse tattiche, tra cui il denaro e la bellezza femminile. Ma tutti i loro tentativi furono vani.” Effettivamente i leader ebraici in Palestina non vedevano di buon occhio il quotidiano, considerato ostile, e fecero di tutto per farlo chiudere dalle autorità, prima ottomane e poi inglesi.

Il terzo protagonista di questa storia è Abu Ibrahim, un “fellah”, un contadino arabo. A partire dal 1911, per circa due anni, pubblica sul Falastin, degli articoli, sotto forma di lettere, nelle quali descrive in maniera appassionata la miserevole vita dei fellahin (plurale di fellah, nda) arabi in Palestina. Fellahin come lui. Nei suoi articoli, che erano in “apertura” di giornale, Abu Ibrahim affronta anche questioni socio-economiche attuali quali la Costituzione Ottomana del 1908, proclamata in seguito alla rivoluzione dei Giovani Turchi. La Costituzione permetteva a tutti i sudditi dell’Impero Ottomano, inclusa la Palestina, di pubblicare giornali, relativamente liberi, che potevano criticare il governo. “Quando fu proclamata la Costituzione – racconta Abu Ibrahim in una delle sue lettere – se ne cominciò a parlare come di una cosa miracolosa, e così iniziai a leggere i diversi giornali e a farmi domande”. Domande sulla misera condizione dei fellahin in Palestina, sul fatto che anche loro avevano dei diritti. Diritti che dovevano essere fatti valere rivolgendosi al governo centrale di Costantinopoli. Furono proprio queste domande a spingere Abu Ibrahim a mandare le sue lettere al Falastin. Continua a leggere »

Asti, convegno dedicato a Vittorio Dan Segre il 24 novembre

Neutralità. Una parola che sembra lontana dallo scenario mondiale di oggi, segnato dalle divisioni e dalle guerre, dalle minacce e dalle violenze. Eppure una parola che nella storia – e forse ancora oggi – ha rappresentato un’opzione alternativa, nel campo delle scelte politiche interazionali. A questa idea dedicò buona parte dei suoi studi lo scrittore ed ex diplomatico Vittorio Dan Segre, originario di Govone e celebre in tutto il mondo per i suoi libri autobiografici.

Di Dan Segre e di neutralità si parlerà venerdì 24 novembre alle ore 17, presso il Polo Universitario di Asti Rita Levi-Montalcini, nel convegno organizzato da Ethica (di cui Segre era l’anima), dal titolo “Essere neutrali in un mondo diviso. Una via alternativa per la coesistenza delle identità”.

Un’occasione per ricordare il celebre studioso e scrittore piemontese, legatissimo ad Asti, ma anche per rimettere al centro dell’attenzione una parola dimenticata, sebbene ancora valida nel contesto internazionale.

Saranno molte le autorità presenti, e l’incontro, che ha ottenuto il patrocinio dalla Prefettura di Asti, si aprirà con i saluti del sindaco di Asti Maurizio Rasero, del Presidente di ASTISSMichele Maggiora, e del Presidente della Fondazione CR AstiMario Sacco.

Dopo l’introduzione del presidente di Ethica, Giovanni Periale,prenderà la parola Gabriele Segre, nipote di Dan Segreericercatore di Politiche Pubbliche e Relazioni Internazionali, con studi negli Stati Uniti e a Singapore, attualmente occupato all’ONU, nella sede di Torino. Continua a leggere »