Islam | Kolòt-Voci

Categoria: Islam

Ecco perché il papa ha torto sul “terrorismo dei disperati”

No, non è per disperazione e povertà. L’analisi quantitativa applicata al terrorismo

Rosamaria Bitetti

Rosamaria-Bitetti-SAESGli attentati di Parigi hanno dato un po’ a tutti l’occasione di esprimere il proprio giudizio, non sempre ragionato, sul terrorismo, e talvolta la scusa per spiegare questo problema secondo la propria chiave di lettura del mondo: la religione, la globalizzazione, la povertà. Piketty su Le Monde spiega il terrorismo, ad esempio, con il suo cavallo di battaglia, la disuguaglianza. Il Papa a Nairobi dichiara che “la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”.

Siccome Econopoly nasce con l’idea di spiegare i problemi con i fatti e un’analisi rigorosa dei dati, è il caso di riprendere in mano un piccolo classico con cui si cerca, forse per la prima volta, di applicare l’analisi quantitativa al problema del terrorismo. Nel 2007 Alan Krueger pubblica What Makes a Terrorist (edito in Italia da Laterza) cercando di smontare la spiegazione secondo la quale il terrorismo dipenda da povertà, mancanza di accesso all’istruzione e “odio per il nostro modo di vivere”, una spiegazione che è tanto diffusa quanto “accettata quasi interamente per fede, e non per prove scientifiche”.

Continua a leggere »

L’ipocrisia delle immagini che possiamo e che non possiamo vedere

Le foto dell’umanitarismo che portano a negare la guerra e le differenze. La foto-choc di Aylan e quelle che i giornali non ci fanno vedere

Giulio Meotti

 

Aylan - QuattrocchiDopo aver giustamente pianto lacrime amare e aver più cinicamente paragonato Aylan, tre anni di vita annegato sulle coste turche, al “bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia”, ieri il direttore della Stampa, Mario Calabresi, ha pubblicato l’immagine-simbolo della morte per acqua dei migranti del Mediterraneo. “Devo proprio farvelo vedere?”, si chiedeva su Repubblica Michele Smargiassi con foto annessa. “Un bambino scuote il mondo”, chiosava invece Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera, senza tralasciare l’immagine. La stampa anglosassone, a cominciare dal New York Times, intanto rendeva conto delle discussioni nelle redazioni di mezzo mondo sulla pubblicazione di questa fotografia. Unanime decisione: “Graphic”, ma da pubblicare per narrare la “tragedia”. Una fotografia che illumina anche un’altra tragedia: il doppio standard dell’umanitarismo e di un certo giornalismo infarcito di solidarismo ideologico che prorompe in singhiozzi, ma sempre e regolarmente a singhiozzo. Cesellata, ben scritta e impaginata, l’immagine deve sempre legittimare il senso di colpa occidentale e l’uso politico-mediatico che se ne intende fare. Poi ci sono le immagini che non si devono vedere. Le immagini che molti dichiarano di non volere vedere. Le immagini che si va a cercare su internet perché i giornali si rifiutano di pubblicarle, foto e video privi di qualunque mistero, di esseri umani umiliati e indotti al pianto e al grido con spietata ferocia, la stessa di Aylan. I resti sono umani, i media no.

Nessuno ha mai visto i corpi lanciati nel vuoto dalle Twin Towers, scomparsi dagli schermi televisivi e dalle pagine dei giornali. Il Washington Post ieri spiegava la legittimità di diffondere la foto di Aylan. Ma è lo stesso giornale che di recente ha scritto: “New York tabloids went too far by printing gruesome images of James Foley’s execution”. La critica è ai media, pochissimi e non blasonati, che hanno diffuso l’immagine del primo ostaggio occidentale sgozzato dall’Isis. In Italia nessuno lo ha visto, neppure pixellato. L’executive di Twitter, Dick Costolo, ha addirittura sospeso gli account che mostravano le fotografie di Foley, “graphic” anche queste, e di altre decapitazioni islamiste. Va da sé che Twitter da ieri è inondato di immagini di Aylan. E dov’erano nei giorni scorsi i news desks, gli editorialisti e i direttori quando si trattava di far vedere Khaled al Asaad, l’archeologo decapitato e appeso a testa in giù a Palmira? Nessuno l’ha pubblicata. Quando il Foglio nel 2004 diffuse le foto di Nick Berg decollato in Iraq, l’Ordine dei giornalisti ci diffidò, mentre Sergio Romano sul Corriere della Sera sosteneva che pubblicare quell’immagine voleva dire che “la barbarie dei terroristi assolve quella dei soldati americani”. Gli occhi dell’occidente dovevano essere tutti per quattro americani sghignazzanti che tormentavano i detenuti ad Abu Ghraib.

Continua a leggere »

Il sopravvissuto ad Auschwitz che critica l’Europa sull’Islam

Nel Kolòt di ieri per un imperdonabile errore è stato attribuito a un “anonimo non-ebreo” un articolo scritto invece da Ugo Volli per Informazione Corretta. Ci scusiamo con l’autore e con i lettori

Il Nobel Imre Kertész contro “la civiltà che non è in grado di difendersi e adora il nemico”. Libro-scandalo del Nobel Imre Kertész, sopravvissuto ad Auschwitz

Giulio Meotti

Imre Kertész

Imre Kertész

A quindici anni, nel 1944, Imre Kertész fu deportato nei campi di sterminio nazisti di Auschwitz e Buchenwald. Ne usci per miracolo, per essere sepolto sotto la dittatura comunista del partito unico a Budapest e licenziato come giornalista perché rifiutava di “normalizzarsi” al vassallaggio di Mosca. Così divenne operaio di giorno e scrittore di notte, mentre traduceva dal tedesco autori come Nietzsche, Hofmannsthal, Schnitzler, Freud, Roth, Wittgenstein e Canetti. Il suo primo romanzo esce nel 1975, dopo dieci anni di ostracismi. Si tratta del capolavoro “Essere senza destino”, in Italia disponibile da Feltrinelli. Kertész sarebbe di nuovo resuscitato, dopo il crollo del Muro di Berlino, come una delle voci più alte e nobili dell’umanesimo mitteleuropeo e del suo parnaso letterario. Come una delle voci maggiori della letteratura dell’Europa centrorientale, rimasta a lungo ai margini del grande pubblico per via di una lingua strana e stupenda, fino alla celebrazione da parte dell’Accademia reale di Svezia che ne12002 gli ha comminato il premio Nobel per la Letteratura.

Difficile immaginare che le case editrici italiane adesso vogliano acquistare i diritti della sua ultima fatica, “Den sista tillflykten”, l’ultimo rifugio. Le poche anticipazioni disponibili, fatte uscire dal noto blogger letterario Thomas Nydahls e confermate dall’editore Weyler, lasciano intendere un libro “islamofobo”, come lo hanno già definito certi pigri critici culturali. A pagina 177, Kertész, che vive a Charlottenburg, l’elegante quartiere di Berlino e storica mèta degli intellettuali ebrei (il Nobel ha affidato alla Germania il suo archivio letterario), attacca “l’Europa che ha prodotto Hitler” e che oggi “spalanca le porte all’islam”, che “non osa più parlare di razza e religione, mentre l’islam conosce solo il linguaggio dell’odio contro religioni aliene”‘. E ancora: “Vorrei parlare di come i musulmani stanno inondando, occupando, distruggendo l’Europa”, complice “il liberalismo suicida, infantile e schivo” e la “democrazia stupida”, vittime della “menzogna” e del “totale abbandono di sé”. Continua a leggere »