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Categoria: Cristianesimo

Papa Francesco e gli ebrei, dopo l’attentato antisemita di Bruxelles

Beatificazione del cardinal Martini a parte, un’analisi per niente scontata

Gad Lerner

220px-Gad_Lerner_2010_croppedL’odio millenario contro gli ebrei macchia nuovamente di sangue il suolo d’Europa proprio nei giorni in cui si elegge il Parlamento che riunisce i nemici di tante guerre passate. Così l’antisemitismo omicida cambia di segno anche il viaggio di Francesco in Israele. Perché rinnova il senso di pericolo incombente sul popolo ebraico perfino là dove pareva che il senso di colpa rendesse irripetibile la caccia all’ebreo.

Questa minaccia, tale a spingere addirittura all’emigrazione cittadini appartenenti alle comunità israelitiche, precipita sul pontefice, che non potrà prescinderne.

Prima dell’attentato di Bruxelles non si attendevano sorprese da Francesco nel dialogo ebraico-cristiano –sostanzialmente fermo da quasi tre lustri- e proprio per questo l’arrivo in Israele del papa “terzomondista”, come tale guardato con sospetto dalla destra non solo religiosa (ma anche papa gesuita, seguace dell’appassionato biblista cardinale Martini) di sorprese potrebbe riservarne eccome.

Quando nel marzo del 2000 il cardinale Roger Etchegaray suggerì a Giovanni Paolo II di rivolgersi agli israeliani nel loro stesso linguaggio simbolico, infilando in una fessura del Muro del Pianto il famoso biglietto con la richiesta di perdono al “Dio dei nostri padri” per le sofferenze arrecate agli ebrei, pareva inaugurarsi una stagione straordinaria d’incontro e trasformazione reciproca, nello spirito del Giubileo. Papa Wojtyla aveva faticato non poco a imporre la sua linea di “purificazione della memoria” a un collegio cardinalizio in cui lo stesso cardinale Joseph Ratzinger aveva manifestato le sue perplessità sulle possibili conseguenze dottrinali di simili “mea culpa”.

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Sorpresa, il papa in Israele troverà più cristiani

Nonostante la stampa ebraica e non continua a evidenziare solo i teppisti di Tag Mehir

Fiamma Nirenstein

gaza-christian-225x300-225x230C’è almeno uno, nel mondo, per cui una visita del Papa in Medio Oriente è affar semplice mentre tutte le diplomazie si affannano e talora si disperano: è il rabbino argentino Abraham Skorka che di Jorge Bergoglio è amico da vent’anni, e che ieri ci ha spiegato in un nocciolo la visita papale. “Scrivendo un libro insieme e dialogando fra noi in tv per 31 ore, niente era più chiaro del suo orrore per l’antisemitismo, dell’unione spirituale fra ebraismo e cristianesimo, e il desiderio di percorrere insieme le vie di Israele. E’ un sogno che si realizza. Portare un’utile parola di pace: questo vuole il Papa. Naturalmente il suo primo obiettivo non possono essere che i luoghi santi. Ma sarà la prima volta che un Papa, in Terra d’Israele, visita la tomba di Theodoro Herzl, il padre fondatore del sionismo. E’ un gesto molto importante: il Papa vede nel sionismo la crescita spirituale del popolo ebraico”. Certo è un gesto di grande peso teologico quando tanti mettono in discussione il diritto del popolo ebraico alla Terra d’Israele, quasi equivalente a quello che Giovanni Paolo compiette riconoscendo lo Stato d’Israele stesso.

Ma molte altre sfide attendono il Papa in questo viaggio, che comincia sabato con Amman, capitale della Giordania, dove il re incontrerà re Abdullah e la regina Rania, dirà messa allo stadio e visiterà il fonte battesimaledi Betania sul Giordano. La domenica sarà a Betlemme, dove dirà messa di fronte alla Chiesa della Natività. Nel pomeriggio, Israele: inizierà la visita con incontri ecumenici per poi dedicarsi il giorno dopo al Gran Mufti Muhammad Ahmad Hussein, personaggio molto aggressivo che auspica nei suoi discorsi la distruzione di Israele.

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Ci fu un rabbinato militare italiano nella Grande Guerra

Anche al fronte pane azzimo, libri di preghiera e una degna sepoltura ebraica 

Paola Abbina

militari_ebreiIl “rabbino militare” nasce prete, questo è incontestabile: il ragionamento per il quale i più arrivano a concepire l’utilità dell’esistenza di tali funzionari non è che questo: posto che i cattolici hanno i loro preti-cappellani sul campo, per l’assistenza spirituale ai moribondi, ai feriti, per il conforto della fede ai combattenti, per la amministrazione dei sacramenti ai morti, posto che gli evangelici vi hanno i loro pastori cappellani, è giusto che gli ebrei – forse per restare in stile sarà meglio dire “Israeliti” – vi abbiano i loro cappellani. Così l’analogia è istituita sotto tutti i rapporti, di nome e di funzione. Questo è quanto scrisse il 15 luglio 1915 la Settimana Israelitica quando le autorità ebraiche nazionali decisero di istituire il “rabbinato militare”. E la decisione, come si evince da queste righe, non fu unanime. I protagonisti furono l’allora presidente del Comitato delle comunità israelitiche italiane Angelo Sereni e il rabbino maggiore di Roma Angelo Sacerdoti. L’istituzione infatti non fu priva di resistenze all’interno del mondo ebraico, per il timore di alcune comunità di vedersi sottratto l’unico elemento che le teneva in vita: la figura del rabbino, presente già allora in numero esiguo. A questo va aggiunta la tendenza di alcuni soldati a mimetizzarsi, vuoi per paura, vuoi per meri motivi pratici, o per non volersi distinguere come religiosi e combattere fra italiani per italiani.

Gli ostacoli della burocrazia militare, le condizioni operative, l’imprecisione e l’incompletezza degli elenchi disponibili dei militari ebrei, la mancanza di mezzi di trasposto per le visite da effettuare, rendevano ancor più difficile il compito del rabbino militare. E ancora, come farsi riconoscere dai correligionari senza confondersi con dei “necrofori” o dei “beccamorti”?

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La Bibbia dall’acacia alla zizzania

Tre botanici italiani hanno analizzato le 110 piante del Vecchio e del Nuovo Testamento tra curiosità, usi alimentari e metafore spirituali  

Francesca Nunberg

Salvia Palaestina

Salvia Palaestina

LO STUDIO Le piante che uno si aspetta di trovarci non ci sono: la mela che Eva avrebbe offerto a Adamo non è espressamente citata, si parla solo di un generico “frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino”, mentre l’Albero di Giuda, che dovrebbe essere un Cercis siliquastrum dai fiori rosa, a cui il traditore si sarebbe impiccato, non è nominato con precisione. In compenso la Bibbia è un lussureggiante giardino botanico dove crescono centinaia di specie, che per la prima volta anche in Italia qualcuno ha deciso di studiare analiticamente. Sono stati tre botanici, Maria Grilli Caiola, Paolo Maria Guarrera e Alessandro Travaglini che nel volume “Le piante della Bibbia” (Gangemi Editore, 208 pagg, 30 euro), hanno ragionato sulle specie vegetali presenti nel Vecchio e nel Nuovo Testamento arrivando a definire quella che monsignor Romano Penna nell’introduzione definisce una «contestualizzazione ecocosmologica della Parola di Dio».

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Lettera aperta a Papa Francesco

Giulio Meotti e Prof. Hillel Weiss*

SepolcroCaro Papa Francesco, Secondo l’informazione pubblicata dalla Santa Sede, a Maggio Lei intende visitare la Terra d’Israele e la Città Santa di Gerusalemme, la Capitale d’Israele. Speriamo che Lei possa contribuire alla pace nella nostra regione e specialmente a Gerusalemme, poiché Lei influenza un miliardo di credenti.

Benediciamo la sua ispirazione divina nel voler promuovere la pace e la salvezza tra le nazioni del mondo. Per assicurarci che ciò accada, desideriamo sottomettere alla sua attenzione il fatto che la Bibbia è basata sull’atteggiamento del Signore verso il Popolo d’Israele, con la profezia e la promessa divina del loro ritorno dall’esilio al proprio paese e al Monte del tempio, il luogo piú sacro all’Ebraismo.

Speriamo che a differenza della classica posizione cattolica Lei metterà in chiaro che approva il ritorno del Popolo Ebraico a Gerusalemme per stabilirvi il Tempio, come descritto dai Profeti. Dovrebbe quindi pregare che tutti i popoli della terra si uniscano per aiutare nella realizzazione della visione biblica.

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Chi erano veramente i farisei

Tanto per schiarirci un po’ le idee sui farisei citati a sproposito da papa Francesco. Un vecchio testo di rav Somekh ne parla a proposito di ebrei riformati

Alberto Somekh

alberto-moshe-somekhHo letto con interesse sull’ultimo H.K. la presentazione “Riformati come i Farisei” di Simeon J. Maslin, già Presidente dell’Assemblea dei Rabbini Riformati americani, nella traduzione di Filippo Levi. Provenendo, in quanto Rabbino italiano (ortodosso), da una concezione dell’Ebraismo totalmente divergente per ideologia e sensibilità, troverei ozioso tentare in poche righe una confutazione filosofica dei principi della Riforma. Mi sento invece di soffermarmi sulla tesi storica di fondo dell’articolo, già anticipata nel titolo. Non è certo la prima volta nella storia delle religioni che colui che ritiene di avere delle idee innovative da proporre all’umanità pretenda di ispirarsi, o addirittura di identificarsi, con illustri exempla del passato anche a costo di stravolgere la Storia. È accaduto con i Padri della Chiesa, i quali non si sono peritati di ribaltare l’identificazione midrashica tradizionale Giacobbe=Israele, Esaù=Roma per presentare se stessi, eredi morali dell’Impero d’Occidente, come successori di Giacobbe, avendo carpito la primogenitura al “fratello maggiore” Esaù-Israele.

Ora succede con i Riformati, che pretendono di riallacciarsi alla corrente farisaica che fra i duemila e i 2500 anni fa gettò le basi dell’Ebraismo Rabbinico. Per rendersi conto di quanto tale tesi sia pretestuosa e destituita di ogni ragionevole fondamento storico basta una conoscenza basilare di chi siano realmente stati i Farisei. La migliore monografia in italiano sull’argomento resta ancora, a mio avviso, I Farisei che R. Travers Herford scrisse nel lontano 1924. Pastore della Chiesa riformata di Scozia, fu tra i primi esponenti della Cristianità a rendersi conto dei limiti del pregiudizio evangelico che identificava nei Farisei, per pretese forme di comportamento, un sinonimo di ipocrisia etica e religiosa. Proprio allo scopo di confutare tale luogo comune scrisse il suo saggio, che in Italia è tuttora disponibile, attraverso successive ristampe, nientemeno che nella traduzione di Dante Lattes (Ed. Laterza).

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Gli stereotipi antisemiti del papa “simpatico”

Mentre proprio quello “antipatico” aveva tentato di correggerne alcuni. Intanto in Israele la ragion di Stato continua a prevalere

Sergio Minerbi

Sergio MinerbiNessuno può negare che papa Bergoglio, il nuovo pontefice, sia molto simpatico. La simpatia è destata dai suoi gesti, dal fatto che riceva almeno un giornalista al giorno e dalla semplicità del suo discorso, tutte caratteristiche di una persona che sa trovare il linguaggio del popolo. Di tanto in tanto però bisogna leggere i suoi testi originali per capire che evidentemente qualche problema di convivenza con gli ebrei resta.

Circa un anno fa, il 27 aprile 2013, dopo la sua normale messa mattutina pronunciò una predica offensiva per gli ebrei basata sui Vangeli. Egli ricordava che quando vennero i soldati romani ad annunciare la resurrezione di Gesù, gli ebrei avrebbero detto loro: “State zitti prendete, e con i soldi hanno coperto tutto. Invece la comunità chiusa, sicura di se stessa, quella che cerca la sicurezza proprio nel patteggiare col potere, nei soldi, parla con parole ingiuriose: insultano, condannano” .

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